I testi Attenzione alla teoria! e Il significato del materialismo militante scritti da Lev Trotskij e Lenin vennero inviati a Pod znamenem marxizma (Sotto le bandiere del marxismo) per essere pubblicati rispettivamente sul numero 1-2 e 3 della rivista di filosofia voluta dal gruppo dirigente del Partito comunista.
L’anno è il 1922 e, nonostante il paese uscisse stremato dalla guerra civile, il gruppo dirigente bolscevico decideva di investire ingenti risorse nella formazione politica e culturale delle giovani generazioni e dei futuri quadri politici dell’Unione Sovietica.
Lenin e Trotskij dedicarono parte importante del proprio tempo a questi compiti educativi, nonostante i numerosi impegni e le enormi pressioni di lavoro a cui erano sottoposti. Ben consapevoli dell’importanza della teoria rivoluzionaria i dirigenti bolscevichi, e Lenin in particolare, erano preoccupati perché avvertivano una eccessiva tendenza alla semplificazione in campo filosofico da parte degli intellettuali sovietici, e a fare tabula rasa di tutto ciò che il genere umano aveva prodotto in campo filosofico prima di Marx ed Engels.
Significativo a tale proposito che nel numero 3 della rivista, oltre all’articolo di Lenin, uscì l’articolo “Buttare a mare la filosofia”, dove si avanzava l’idea di una cesura radicale con la storia passata.
Lenin non condivideva questo approccio e, non a caso, nel testo inviato alla rivista raccomandò ai militanti e ai redattori della rivista di “organizzare uno studio sistematico della dialettica di Hegel dal punto di vista materialista”, irridendo tutti quelli che teorizzavano la necessità di una palingenesi completa.
Contro questa tendenza estremistica e infantile, Lenin condusse una decisa battaglia teorico-politica, nella quale ribadì che il marxismo non nasce dal nulla, ma è figlio delle più avanzate filosofie e scienze del XVIII-XIX secolo.
Già nel 1913, in Tre fonti e tre parti integranti del marxismo aveva detto che: “Il marxismo è il successore legittimo di tutto ciò che l’umanità ha creato di meglio durante il secolo XIX: la filosofia tedesca, l’economia politica inglese e il socialismo francese […]”.
Purtroppo Lenin non ebbe il tempo di condurre fino in fondo questa battaglia, nel ’23 arrivò il primo colpo apoplettico che nel giro di un anno lo condusse alla morte.
Con la degenerazione stalinista quelle semplificazioni in campo filosofico che esistevano ancora in forma embrionale si svilupparono oltre misura trasformando il materialismo dialettico in una filosofia dogmatica ossificata e senza vita. Il cosiddetto Diamat, filosofia ufficiale dell’Urss, divenne una sorta di religione che, con l’uso del terrore, impose la “ragione di Stato” sulla ricerca in tutti i campi della cultura sovietica, dalle scienze naturali a quelli sociali, dall’arte, alla musica, alla letteratura.
Gli stessi intellettuali estremisti che Lenin criticava nel ’22 divennero i principali esponenti della cultura di un regime che non solo aveva espropriato il proletariato dal potere politico, ma che fece arretrare il marxismo di decenni, per non dire di secoli, in campo politico e filosofico.


di Vladimir Ilic Lenin



 

Per quanto riguarda gli obiettivi generali della rivista Pod znamenem marxizma, il compagno Trotskij ha già detto l’essenziale nel n. 1-2, e lo ha fatto in modo magnifico. Io vorrei soffermarmi su alcune questioni che definiscono più da vicino il contenuto e il programma del lavoro annunciato dalla redazione della rivista nella sua dichiarazione introduttiva nel n. 1-2.


Nella dichiarazione si dice che coloro i quali si sono raggruppati attorno alla rivista Pod znamenem marxizma non sono tutti dei comunisti, ma che tutti sono dei materialisti conseguenti. Penso che questa unione dei comunisti con i non comunisti sia assolutamente necessaria e che definisca esattamente i compiti della rivista. Uno degli errori più grandi e più pericolosi che possano commettere i comunisti (e in generale i rivoluzionari che abbiano realizzato con successo l’inizio di una grande rivoluzione), è di immaginarsi che la rivoluzione possa essere attuata ad opera di soli rivoluzionari. Al contrario, per assicurare il successo di qualsiasi seria azione rivoluzionaria, bisogna comprendere e sapere applicare praticamente l’idea che i rivoluzionari possono svolgere soltanto il ruolo di avanguardia di una classe realmente avanzata e vitale. Ma l’avanguardia adempie i suoi compiti appunto di avanguardia soltanto quando è capace di non distaccarsi dalla massa da essa diretta, e di guidare lealmente in avanti tutta la massa. Senza l’alleanza con i non comunisti nei più vari campi di attività non si può neppure parlare di un qualsiasi successo nella edificazione comunista.


Ciò vale anche per quel lavoro di difesa del materialismo e del marxismo di cui si è incaricata la rivista Pod znamenem marxizma.
Le principali tendenze del pensiero sociale progressista russo vantano per fortuna una solida tradizione materialista. Senza parlare di G. V. Plekhanov, basti ricordare Černyševskij, rispetto al quale i populisti contemporanei (socialisti populisti, socialisti-rivoluzionari, ecc.) hanno fatto non di rado marcia indietro per seguire dottrine filosofiche reazionarie di moda, lasciandosi sedurre dall’orpello dell’“ultimo grido” della scienza europea, incapaci di discernere sotto questo orpello le varie forme di servilismo dinanzi alla borghesia, dinanzi ai suoi pregiudizi e al suo spirito reazionario.


In ogni caso, da noi in Russia vi sono ancora — e senza dubbio vi saranno per un tempo abbastanza lungo — materialisti del campo dei non comunisti; indubbiamente è nostro dovere attirare al lavoro comune tutti i partigiani del materialismo conseguente e militante nella lotta contro la reazione filosofica e i pregiudizi filosofici della cosiddetta “società colta”. Dietzgen padre,1 che non si deve confondere con suo figlio, letterato tanto presuntuoso quanto mal riuscito, ha espresso in modo giusto, chiaro e preciso, il punto di vista fondamentale del marxismo sulle tendenze filosofiche che dominano nei paesi borghesi, dove godono dell’attenzione degli studiosi e dei pubblicisti, dicendo che i professori di filosofia nella società moderna non rappresentano in realtà, nella maggior parte dei casi, altro che “lacchè diplomati dell’oscurantismo clericale”.


I nostri intellettuali russi, che amano considerarsi progressisti, come del resto anche i loro confratelli di tutti gli altri paesi, non amano affatto che la questione venga trasferita sul piano del giudizio dato da Dietzgen. Ma questo non piace loro perché la verità punge gli occhi. Basta meditare un po’ sulla dipendenza degli uomini colti di oggi dalla borghesia dominante, dal punto di vista politico, delle condizioni economiche generali, degli usi e costumi, ecc., per comprendere quanto sia assolutamente giusto il reciso giudizio di Dietzgen. Basta ricordare l’enorme maggioranza delle correnti filosofiche di moda, che tanto spesso sorgono nei paesi europei, a cominciare per esempio da quelle collegate con la scoperta del radio, per finire con quelle che adesso cercano di aggrapparsi ad Einstein, per capire il legame esistente tra gli interessi di classe e la posizione di classe della borghesia, il sostegno che questa accorda ad ogni forma di religione e il contenuto ideale delle correnti filosofiche di moda.


Da quanto ho detto appare evidente che una rivista desiderosa di essere l’organo del materialismo militante deve essere un organo combattivo, innanzi tutto nel senso che deve denunciare e perseguire instancabilmente gli attuali “lacchè dell’oscurantismo clericale”, sia che agiscano in qualità di rappresentanti della scienza ufficiale o in qualità di franchi tiratori che si autodefiniscano pubblicisti “democratici di sinistra o di idee socialiste”.


Questa rivista deve essere, in secondo luogo, l’organo dell’ateismo militante. Abbiamo degli uffici o almeno delle istituzioni statali che si occupano di questo lavoro. Ma lo fanno in modo estremamente fiacco, estremamente insoddisfacente, subendo evidentemente l’atmosfera soffocante delle condizioni generali della nostra burocrazia puramente russa (benché sovietica). È estremamente importante, perciò, che — per completare il lavoro delle competenti istituzioni statali, per correggerlo e rianimarlo — la rivista, dedicatasi al compito di divenire l’organo del materialismo militante, svolga una instancabile propaganda e azione ateistica. Bisogna seguire attentamente tutte le relative pubblicazioni in tutte le lingue, traducendo o almeno fornendo dei rendiconti su tutto ciò che presenti un certo valore in questo campo.


È passato molto tempo da quando Engels ha consigliato ai dirigenti del proletariato contemporaneo di tradurre — per diffonderla in massa nel popolo — la letteratura ateistica militante della fine del XVIII secolo. Con nostra vergogna, finora noi non l’abbiamo fatto (questa è una delle tante prove del fatto che conquistare il potere in un’epoca rivoluzionaria è molto più facile che sapersene servire correttamente). Talvolta si giustifica questa nostra mollezza, inattività e incapacità con ogni genere di considerazioni “magniloquenti”: per esempio, dicendo che la vecchia letteratura ateistica del XVIII secolo è invecchiata, non scientifica, puerile, ecc. Non v’è nulla di peggio di questo genere di sofismi pseudoscientifici che mascherano o una pedanteria o una incomprensione totale del marxismo. Naturalmente, si possono trovare molte cose non scientifiche e puerili nelle opere ateistiche dei rivoluzionari del XVIII secolo, ma nessuno impedisce agli editori di queste opere di abbreviarle e di corredarle di brevi epiloghi con l’indicazione dei progressi realizzati dall’umanità nella critica scientifica delle religioni dopo la fine del XVIII secolo, menzionando le opere più recenti in questo campo, ecc. Il più grande e il peggiore degli errori che possa commettere un marxista sarebbe quello di credere che le masse popolari, composte di molti milioni di esseri umani (e soprattutto la massa dei contadini e degli artigiani) votati dalla società moderna alle tenebre, all’ignoranza e ai pregiudizi, non possano uscire da queste tenebre che attraverso la via diretta di una istruzione puramente marxista. È indispensabile fornire a queste masse i materiali più vari di propaganda ateistica, iniziarle ai fatti dei più vari campi della vita, avvicinarsi ad esse in vario modo per interessarle, risvegliarle dal loro sonno religioso, scuoterle in tutti i modi e da ogni parte, ecc.


La pubblicistica ardente, viva, ingegnosa, spiritosa dei vecchi ateisti del XVIII secolo, che attaccavano apertamente la pretaglia dominante, si rivelerà sempre mille volte più adatta a risvegliare la gente dal sonno religioso che non le noiose, aride rielaborazioni del marxismo, non illustrate quasi da nessun fatto abilmente scelto, che predominano nella nostra letteratura e che (non c’è bisogno di nasconderlo) deformano spesso il marxismo. Tutte le opere di qualche importanza di Marx e di Engels sono state tradotte nella nostra lingua. Non vi è decisamente nessuna ragione di temere che il vecchio ateismo e il vecchio materialismo non siano da noi completati dai correttivi apportativi da Marx e da Engels. La cosa più importante — proprio quella che più spesso viene dimenticata dai nostri cosiddetti marxisti, che in realtà invece sono dei comunisti che snaturano il marxismo — è saper interessare le masse ancora assolutamente incolte con un atteggiamento cosciente verso le questioni religiose e con una critica consapevole delle religioni.


D’altro canto, guardate i rappresentanti della critica scientifica moderna delle religioni. Quasi sempre questi rappresentanti della borghesia colta “completano” la propria confutazione dei pregiudizi religiosi con ragionamenti che li smascherano subito come schiavi ideologici della borghesia, come “lacchè diplomati dell’oscurantismo clericale”.


Due esempi. Il professor R. Ju. Vipper ha pubblicato, nel 1918 un piccolo libro: La nascita del cristianesimo (edizioni Pharos, Mosca). Esponendo i principali risultati della scienza moderna, l’autore non soltanto non combatte i pregiudizi e l’inganno che costituiscono le armi della Chiesa in quanto organizzazione politica, non soltanto elude queste questioni, ma enuncia la pretesa veramente ridicola e reazionaria di elevarsi al di sopra delle due “estremità”: l’idealismo e il materialismo. Questo è servilismo dinanzi alla borghesia dominante, che in tutto il mondo spende centinaia di milioni di rubli, prelevati dai profitti estorti ai lavoratori, per sostenere la religione.
Il noto studioso tedesco Arthur Drews, che nel suo libro Il mito di Cristo confuta i pregiudizi e le fantasie religiose dimostrando che nessun Cristo è mai esistito, alla fine del suo libro si pronuncia per la religione, purché rinnovata, espurgata, raffinata, capace di tener testa al “torrente naturalista che si va rafforzando, di giorno in giorno” (pag. 238 della IV edizione tedesca, 1910). Questi è un reazionario dichiarato, consapevole, che aiuta apertamente gli sfruttatori a sostituire i vecchi e marci pregiudizi religiosi con pregiudizi nuovi, ancor più ripugnanti e infami.


Ciò non significa che non bisogna tradurre Drews, ma che i comunisti e tutti i materialisti conseguenti, realizzando in una certa misura la loro alleanza con la parte progressista della borghesia, debbono denunciarla instancabilmente quando questa tende ad essere reazionaria. Disprezzare l’alleanza con i rappresentati della borghesia del XVIII secolo, vale a dire di quel periodo quando essa era rivoluzionaria, significherebbe tradire il marxismo e il materialismo, poiché l’“alleanza” con i Drews in questa o quella forma, in questo o quel grado, è per noi indispensabile nella lotta con gli oscurantisti religiosi dominanti.


La rivista Pod znamenem marxizma, che vuole essere l’organo del materialismo militante, deve riservare molto spazio alla propaganda ateistica, alle rassegne delle pubblicazioni in questo campo e alla correzione degli enormi difetti del nostro lavoro statale a questo riguardo. Particolarmente importante è utilizzare quei libri e quegli opuscoli che contengono molti fatti concreti e confronti i quali mostrino il legame degli interessi di classe e delle organizzazioni di classe della borghesia moderna con le organizzazioni delle istituzioni religiose e della propaganda religiosa.


Estremamente importanti sono tutti i materiali relativi agli Stati Uniti dell’America del Nord, dove il legame ufficiale, amministrativo, statale tra religione e capitale è meno appariscente. In compenso, là vediamo tanto più chiaramente che la “democrazia moderna” (dinanzi alla quale i menscevichi, i socialisti-rivoluzionari e, in parte, gli anarchici, ecc., si prosternano tanto sconsideratamente) non è altro che la libertà di predicare ciò che conviene alla borghesia e cioè le idee più reazionarie, la religione, l’oscurantismo, la difesa degli sfruttatori, ecc.


Vogliamo sperare che una rivista che intende essere l’organo del materialismo militante darà ai nostri lettori rassegne di letteratura ateistica, indicando per quali circoli di lettori e sotto quale riguardo le varie opere possono essere adatte, e indicando anche ciò che è stato pubblicato da noi (considerando soltanto le traduzioni decenti, che non sono molte) e che cosa deve essere ancora pubblicato.


Oltre all’alleanza con i materialisti conseguenti che non appartengono al partito comunista, è non meno — se non più — importante per il lavoro che dovrà essere svolto dal materialismo militante l’alleanza con i rappresentanti delle moderne scienze naturali, che inclinano verso il materialismo e non temono di difenderlo e propagandarlo contro i tentennamenti filosofici in direzione dell’idealismo e dello scetticismo, di moda nella cosiddetta “società colta”.

L’articolo di A. Timiriazev sulla teoria della relatività di Einstein, apparso nel n. 1-2 di Pod znamenem marxizma, permette di sperare che questa rivista realizzerà anche questa seconda alleanza. Bisogna dedicarle una maggiore attenzione. Non si deve dimenticare che proprio dal processo di radicale rottura attualmente attraversato dalle scienze naturali moderne nascono continuamente scuole e correnti filosofiche reazionarie grandi e piccole. Perciò il compito di seguire i problemi posti dalla recente rivoluzione delle scienze naturali e di attirare gli studiosi a partecipare a questo lavoro su una rivista di filosofia ha tale importanza che, se non fosse risolto, il materialismo militante non potrebbe essere in nessun caso né militante né materialismo. Nel primo numero della rivista Timiriazev ha dovuto osservare che la teoria di Einstein, che personalmente — secondo Timiriazev — non conduce nessuna campagna attiva contro i principi del materialismo, è stata fatta propria già da un enorme numero di rappresentanti dell’intellettualità borghese di tutti i paesi; ebbene, questo vale non soltanto per Einstein, ma per molti, se non per la maggior parte, dei grandi trasformatori delle scienze naturali, a partire dalla fine del XIX secolo.


E per affrontare questo fenomeno con cognizione di causa dobbiamo comprendere che in mancanza di una base filosofica solida non vi sono scienze naturali né materialismo che possano resistere all’invadenza delle idee borghesi e alla rinascita della concezione borghese del mondo. Per sostenere questa lotta e condurla a buon fine lo studioso di scienze naturali deve essere un materialista moderno, un sostenitore cosciente del materialismo rappresentato da Marx, vale a dire che deve essere un materialista dialettico. Per raggiungere questo obiettivo i collaboratori della rivista Pod znamenem marxizma debbono organizzare uno studio sistematico della dialettica di Hegel dal punto di vista materialista, vale a dire della dialettica che Marx ha applicato praticamente nel suo Capitale e nei suoi scritti storici e politici con un successo tale che oggi, ogni giorno, il risveglio di nuove classi alla vita e alla lotta in Oriente (Giappone, India, Cina) — vale a dire il risveglio di centinaia di milioni di esseri umani che formano la maggioranza della popolazione del globo e che per la loro inattività e il loro sonno storico hanno condizionato finora il ristagno e la decomposizione in molti Stati avanzati dell’Europa —, il risveglio alla vita di nuovi popoli e nuove classi conferma sempre più il marxismo.


Naturalmente, il lavoro necessario per tale studio, per tale interpretazione e per tale propaganda della dialettica hegeliana è estremamente difficile, e indubbiamente le prime esperienze in questo campo comporteranno degli errori. Ma soltanto chi non fa nulla non sbaglia. Ispirandoci al modo in cui Marx applicò la dialettica di Hegel intesa in senso materialista, noi possiamo e dobbiamo sviluppare questa dialettica sotto ogni aspetto, riprodurre nella rivista brani delle principali opere di Hegel, interpretandole in uno spirito materialista e commentandole con esempi di applicazione marxista della dialettica, nonché con esempi di dialettica ripresi dal campo delle relazioni economiche, politiche, che la storia recente e particolarmente la moderna guerra imperialista e la rivoluzione forniscono in abbondanza. Il gruppo di redattori e di collaboratori della rivista Pod znamenem marxizma deve formare a mio avviso una specie di “società degli amici materialisti della dialettica hegeliana”. Gli studiosi moderni di scienze naturali troveranno (se sapranno cercare e se noi impareremo ad aiutarli) nella interpretazione materialistica della dialettica di Hegel una serie di risposte a quelle domande filosofiche che vengono poste dalla rivoluzione avvenuta nelle scienze naturali e che spingono gli intellettuali ammiratori della moda borghese a “smarrirsi” nella reazione.


Senza porsi e assolvere sistematicamente questo compito, il materialismo non può essere un materialismo militante. Esso rimarrà, per impiegare l’espressione di Scedrin, non tanto combattente quanto combattuto. Senza di ciò i grandi studiosi di scienze naturali rimarranno, così come per il passato, impotenti nelle loro deduzioni e generalizzazioni filosofiche. Poiché le scienze naturali progrediscono con una tale rapidità, attraverso un periodo di rottura rivoluzionaria tanto profonda in tutti i campi da non poter fare a meno in nessun caso delle deduzioni filosofiche.


Per concludere citerò un esempio, non attinente al campo della filosofia, ma che comunque attiene al campo delle questioni sociali, alle quali la rivista Pod znamenem marxizma vuole ugualmente dedicare la sua attenzione.


È questo un esempio di come la pseudoscienza moderna serva in realtà da veicolo alle vedute reazionarie più grossolane e ripugnanti.


Recentemente mi è stata inviata la rivista Ekonomist n. 1 (1922), pubblicata dalla XI sezione della Società tecnica russa. Il giovane comunista che me l’ha inviata (e che probabilmente non aveva avuto il tempo di prendere conoscenza del suo contenuto) ha espresso incautamente un giudizio di estrema simpatia per la rivista. In realtà la rivista è — non so quanto coscientemente — l’organo dei feudatari moderni, che ovviamente si coprono sotto, il mantello della scienza, dello spirito democratico, ecc.


Un certo signor P. A. Sorokin pubblica su questa rivista una vasta ricerca con pretese “sociologiche” “sull’influsso della guerra”. Questo articolo dottorale è pieno di riferimenti eruditi alle opere “sociologiche” dell’autore e dei suoi numerosi maestri e colleghi stranieri. Ecco un esempio della sua erudizione.


A pag. 83 leggo: “Su diecimila matrimoni a Pietrogrado si contano oggi 92,2 divorzi, una cifra fantastica; aggiungiamo che su cento matrimoni sciolti 51,1 sono durati meno di un anno; l’11% meno di un mese; il 22% meno di due mesi; il 41% meno di 3-6 mesi; e soltanto il 26% sono durati più di sei mesi. Queste cifre attestano che il matrimonio legale attuale è una forma che nasconde in sostanza dei rapporti sessuali extra-matrimoniali, e che permette agli amatori di ‘avventure galanti’ di soddisfare ‘legalmente’ i propri appetiti” (Ekonomist, n. 1, pag. 83).


Non v’è dubbio che questo signore, come anche la Società tecnica russa che pubblica la rivista in questione e vi accoglie simili ragionamenti, si considerano nel novero dei sostenitori della democrazia e si riterrebbero profondamente offesi se li si chiamasse con il loro nome, vale a dire feudatari, reazionari, “lacchè diplomati dell’oscurantismo clericale”.


Una conoscenza sia pure sommaria della legislazione dei paesi borghesi sul matrimonio, sul divorzio e sui figli illegittimi, come anche della situazione di fatto in questo campo, mostrerà, a chiunque si interessi della questione, che la democrazia borghese dei nostri giorni, anche nelle repubbliche borghesi più democratiche, rivela a questo riguardo un atteggiamento veramente feudale verso la donna e i figli naturali.


Ciò non impedisce, naturalmente, ai menscevichi, ai socialisti-rivoluzionari e a una parte degli anarchici e a tutti i corrispondenti partiti dell’Occidente di continuare a gridare alla democrazia e alla sua violazione da parte dei bolscevichi. In realtà, proprio la rivoluzione bolscevica è l’unica rivoluzione conseguentemente democratica nei riguardi di questioni come il matrimonio, il divorzio e la situazione dei figli illegittimi. Ebbene, questa questione tocca nel modo più diretto gli interessi di più della metà della popolazione di qualsiasi paese. Soltanto la rivoluzione bolscevica, nonostante l’enorme numero di rivoluzioni borghesi che l’hanno preceduta e che pretendevano di essere democratiche, ha per la prima volta combattuto risolutamente a questo riguardo sia la reazione e il feudalesimo, sia l’abituale ipocrisia delle classi dirigenti e abbienti.


Se 92 divorzi su diecimila matrimoni sembrano al signor Sorokin una cifra fantastica, resta da supporre che l’autore abbia vissuto e sia stato educato in un monastero talmente separato dalla vita che difficilmente qualcuno potrà credere all’esistenza di tale monastero; oppure che questo autore alteri la verità a vantaggio della reazione e della borghesia. Chiunque conosca in qualche modo le condizioni sociali dei paesi borghesi sa che il numero reale dei divorzi di fatto (non sanzionati evidentemente dalla chiesa e dalla legge) è dappertutto infinitamente maggiore. A questo riguardo la Russia si differenzia dagli altri paesi soltanto perché le sue leggi non consacrano l’ipocrisia e l’assenza di diritti della donna e del suo bambino, ma dichiarano apertamente e a nome del potere statale una lotta sistematica contro qualsiasi ipocrisia e qualsiasi assenza di diritti.


La rivista marxista dovrà condurre una lotta anche contro tali moderni feudatari “colti”. Probabilmente non pochi di essi percepiscono persino denaro dallo Stato e prestano servizio nel campo dell’istruzione dei giovani, sebbene a tale scopo essi siano adatti non più di quanto un notorio corruttore di bambini sia adatto al ruolo di sorvegliante nelle scuole elementari.


La classe operaia in Russia ha saputo conquistare il potere, ma ancora non ha imparato a servirsene, poiché altrimenti già da molto tempo avrebbe gentilmente spedito simili insegnanti e membri di associazioni di studiosi nei paesi di “democrazia” borghese. È lì che tali feudatari hanno il loro vero posto.


Ma la classe operaia imparerà, purché lo voglia.



12 marzo 1922

Note
1. Joseph Dietzgen (1828-88), filosofo tedesco, teorico del materialismo dialettico.