di Franco Bavila


La parabola di Syriza tra il mese di gennaio e quello di settembre del 2015 ha rappresentato un banco di prova fondamentale per le politiche di sinistra a livello europeo. Tutto è cominciato con il trionfo alle elezioni del 25 gennaio in cui è accaduto un fatto straordinario: un piccolo partito della sinistra radicale, che ancora alle elezioni del 2009 non aveva ottenuto più del 4,6%, nel giro di pochi anni era diventato il primo partito della Grecia in grado di raccogliere il 36,3% dei voti! Syriza aveva ottenuto un successo così clamoroso perché era riuscita a dare voce alla profonda volontà di cambiamento dei ceti popolari, esasperati dalle politiche di massacro sociale portate avanti dai governi dei due principali partiti politici greci, i socialdemocratici del Pasok e la destra di Nuova democrazia. Tsipras vinceva le elezioni sulla base di un programma di riforme sociali (il cosiddetto Programma di Salonicco), promettendo di porre fine alle politiche di austerità e proponendosi di negoziare con le istituzioni europee una riduzione del debito greco.

Il riformismo alla prova dei fatti 

Syriza ben presto è diventata un punto di riferimento non solo in Grecia, ma anche a livello internazionale. In un’Europa schiacciata tra le politiche di lacrime e sangue dei tecnocrati europei e i populismi anti-europeisti della destra xenofoba, si apriva uno spiraglio di luce per tutte le forze di sinistra in crisi di idee e di identità. Sembrava che da Atene potesse svilupparsi una miracolosa “Terza via” che fosse in grado di conciliare l’inconciliabile: rimanere all’interno dei rigidi parametri dell’Eurozona, ma facendo politiche di sinistra di spesa pubblica a favore dei settori più deboli della società.
Questo “europeismo di sinistra” partiva però subito in salita con le infinite trattative tra il nuovo governo greco e le istituzioni europee, in cui Tsipras e Varoufakis inseguivano la chimera di un “compromesso onorevole” che potesse soddisfare sia il popolo greco che la Troika. La Merkel, Juncker e Draghi però non hanno fatto nessuna concessione ai greci e anzi hanno addirittura inasprito le loro condizioni al tavolo dei negoziati, perché in nessun modo doveva farsi strada tra i popoli europei l’idea che votando a sinistra si potessero davvero cambiare le cose. Peraltro tutti i principali capitalisti greci non sono certo rimasti ad aspettare l’esito delle trattative a Bruxelles, ma hanno trasferito all’estero capitali per centinaia di miliardi di euro conducendo un vero e proprio sabotaggio economico nei confronti del nuovo governo.
Il momento cruciale si è avuto con il referendum del 5 luglio, affrontato da Syriza con la consueta strategia conciliatrice: votare no alle proposte europee, ma rimanendo all’interno dell’Europa e con l’obiettivo di rafforzare il governo greco al tavolo dei negoziati. Tutt’altro che concilianti sono invece stati i principali esponenti dell’establishment politico europeo, sia di centro-destra che di centro-sinistra, che senza alcun pudore hanno fatto a gara nel ricattare in modo vile il popolo greco, minacciando le conseguenze più catastrofiche in caso di vittoria del No. Anche le banche hanno esercitato una forte pressione sull’elettorato chiudendo i bancomat per giorni prima del voto. Nonostante questa stretta soffocante, le masse greche hanno dimostrato uno straordinario coraggio, facendo trionfare il No con il 61,31%. È stata una vittoria strabiliante e potenzialmente rivoluzionaria. Tre milioni e mezzo di persone avevano dato un chiaro mandato al governo per tenere duro, pur essendo consapevoli delle conseguenze cui sarebbero andati incontro in caso di rottura delle trattative.
Questo eccezionale patrimonio politico è però stato rapidamente dilapidato. Non si erano ancora spenti gli echi dei festeggiamenti per la vittoria del No, che Tsipras prima silurava Varoufakis, troppo inviso alle cancellerie europee, e poi il 13 luglio sottoscriveva un Memorandum contenente proposte addirittura peggiori rispetto a quelle respinte nel referendum. Dalle illusioni sul “compromesso onorevole” si era rapidamente passati alla dura realtà della resa disonorevole nei confronti della Merkel.
Il comportamento di Tsipras può apparire contraddittorio, ma in realtà non è stato altro che l’inevitabile approdo del percorso politico di Syriza. Dopo aver verificato concretamente che una politica di sinistra non era compatibile con la permanenza della Grecia all’interno dell’Eurozona, bisognava fare una scelta: o appoggiarsi sui settori popolari per avviare una rottura politica con la borghesia europea; oppure adeguarsi alla politica di austerità pur di rimanere nell’euro. Tsipras ha imboccato questa seconda strada.

Lo scontro all’interno di Syriza

Il 15 luglio Adedy (il sindacato dei dipendenti pubblici) e il Pame (l’organizzazione sindacale del Partito comunista greco) hanno convocato uno sciopero generale per esercitare pressione sul parlamento che proprio quel giorno sottoponeva al voto il nuovo Memorandum europeo. La partecipazione ai cortei è stata elevata, ma nettamente inferiore rispetto alle imponenti manifestazioni a favore del No di qualche giorno prima, tanto che la mobilitazione non ha avuto un seguito nei giorni successivi. La verità è che la capitolazione di Tsipras è stata un duro colpo, che non solo ha disorientato gli attivisti più coscienti ma ha anche demoralizzato la classe lavoratrice nel suo complesso. I lavoratori greci in questi anni hanno condotto una battaglia eroica per difendere i loro diritti contro i diktat della Troika, partecipando a decine di scioperi generali e facendo sentire il loro peso elettorale nelle urne, ma ora hanno visto che tutti questi sforzi non sono serviti a nulla e anzi le loro condizioni sono peggiorate. È quindi comprensibile che in questa fase tra le masse possano prevalere elementi di sfiducia e scetticismo.  
Gli avvenimenti di luglio hanno invece provocato una precipitazione dello scontro all’interno di Syriza. 38 deputati hanno votato contro il Memorandum in parlamento e la maggioranza del comitato centrale si è espressa contro l’accordo. A guidare l’opposizione interna c’era la “Piattaforma di sinistra”, la corrente guidata dal Ministro dell’energia Lafazanis.
Dall’esito dello scontro dentro Syriza dipendevano le sorti di tutta la sinistra greca e in questa lotta Tsipras partiva fortemente in svantaggio: aveva perso la sua maggioranza in parlamento ed era finito in minoranza persino all’interno della direzione del suo stesso partito; contro di lui prendevano posizione alcuni personaggi molto popolari come l’ex Ministro delle finanze Varoufakis e la presidente del parlamento Zoe Kostantopoulou; si schieravano con l’opposizione anche l’organizzazione giovanile di Syriza e tutti i principali quadri sindacali del partito, dalla componente di Syriza nella direzione di Adedy fino a Nikos Fotopoulos, ex dirigente del sindacato dei lavoratori dell’azienda elettrica nazionale; successivamente persino il segretario organizzativo di Syriza, Tasos Koronakis, si dimetteva in polemica con le decisioni di Tsipras.
Si presentava dunque un’occasione d’oro per la Piattaforma di sinistra, quella di prendere il controllo di Syriza costringendo Tsipras a guidare una scissione da destra. Un simile scenario avrebbe impresso un carattere del tutto differente agli avvenimenti delle settimane successive, ma così non è stato. Ad essere decisivo nel determinare il risultato della lotta interna è stato il fattore soggettivo e cioè la qualità della direzione. Da parte sua Tsipras, pur partendo in difficoltà, ha dimostrato grande audacia e spregiudicatezza nel giocare la sua partita. Si è appoggiato in parlamento sui voti dell’opposizione dei vecchi partiti filo-europeisti, ha calpestato le deliberazioni del gruppo dirigente e le regole interne di funzionamento del partito, si è opposto allo svolgimento di un congresso e ha minacciato di escludere gli esponenti della sinistra interna dalle liste elettorali per le prossime elezioni con lo scopo di costringere i suoi avversari ad una scissione.
Al contrario Lafazanis, sebbene avesse in mano buone carte, la partita non l’ha neanche iniziata. Di fatto ha rinunciato da subito a portare avanti la battaglia all’interno di Syriza e ha condotto una scissione affrettata in pieno agosto, dando vita alla nuova formazione politica di Unità popolare. Questo comportamento irresponsabile non solo ha consentito a Tsipras di riprendere il controllo del partito che gli era sfuggito di mano, ma soprattutto ha privato gli attivisti di Syriza di un percorso praticabile per fare chiarezza politica e contrastare la svolta di Tsipras. Proprio per questo motivo molti militanti hanno abbandonato le file di Syriza profondamente delusi ma senza approdare in Unità popolare.    

Le elezioni del 20 settembre

Liberatosi della sua zavorra a sinistra, Tsipras ha rassegnato le dimissioni per andare ad elezioni in tempi ravvicinati. Con questa mossa i suoi scopi erano molteplici: non lasciare al partito di Unità popolare il tempo di organizzarsi e farsi conoscere, prendere in contropiede la destra ancora intontita dalla batosta subita al referendum e portare gli elettori alle urne prima che gli effetti delle nuove misure di austerità si facessero sentire. Il calcolo si è dimostrato corretto e alle elezioni del 20 settembre Syriza ha più o meno ottenuto lo stesso risultato delle elezioni di gennaio, raggiungendo il 35,5% dei voti. Ma se la percentuale è la stessa, lo scenario dietro ad essa è completamente differente.
Innanzitutto l’affluenza al voto del 56,6% è stata la più bassa dalla caduta del regime dei Colonnelli nel 1974 e più della metà dei giovani, un tempo zoccolo duro di voti per Syriza, non è andata a votare. D’altronde, in nessun altro paese la democrazia parlamentare ha assunto un carattere di farsa tanto spiccato quanto in Grecia. A che è servito abbandonare i vecchi partiti, rivolgersi a Syrizia e votare no al referendum, se tanto poi il programma di governo rimane sempre lo stesso?
In termini di voti reali Syriza ha perso circa 320mila voti rispetto alle precedenti elezioni, ma non si tratta solo di un problema di quantità. Nella base elettorale di Syriza, a gennaio, i sentimenti prevalenti erano quelli di entusiasmo e di speranza per il futuro. A settembre, la sensazione dominante è stata quella di rassegnazione e non poteva essere diversamente dato che nei nove mesi intercorsi tutte le aspettative erano andate deluse: non un solo punto del Programma di Salonicco era stato realizzato, il debito non era stato rinegoziato e la stessa Syriza era entrata nel campo dei partiti pro-Memorandum.
Se Syriza è riuscita a mantenere una parte significativa del suo consenso e a vincere nuovamente le elezioni è perché solo le avanguardie politiche più coscienti si sono rese conto del tradimento portato avanti da Tsipras, mentre la maggioranza della classe lavoratrice ha creduto ancora alla sua retorica di sinistra e alle sue promesse. Durante la campagna elettorale Tsipras ha parlato di un misterioso progetto parallelo, volto a smussare le condizioni del Memorandum, offrendo un filo di speranza, in verità molto labile, ma a cui in tanti si sono aggrappati ugualmente in mancanza di alternative migliori. I lavoratori non politicizzati sono convinti che Tsipras, a differenza dei suoi predecessori Samaras e Papandreou, si sia battuto a Bruxelles per ottenere le migliori condizioni possibili e sia stato costretto a firmare solo per evitare il peggio. Sicuramente non sono più esaltati dalla prospettiva di un cambiamento, ma sperano ancora che Tsipras possa almeno alleggerire il fardello del programma europeo di austerità.

Il fiasco di Unità popolare

Unità popolare ha invece ottenuto un risultato disastroso, non solo al di sotto delle aspettative ma anche al di sotto del quorum del 3%, necessario per entrare in parlamento. Le ragioni di una bocciatura tanto severa non vanno ricercate tanto nelle deficienze organizzative di un partito nato un mese prima delle elezioni, quanto nell’impostazione data dal gruppo dirigente alla campagna elettorale. Lafazanis ha tentato di raccogliere voti a buon mercato criticando il tradimento di Tsipras e presentando Unità popolare come l’erede politico del No al referendum e del programma originario di Syriza, ma questa strategia non ha pagato. Innanzitutto Lafazanis non era molto credibile come oppositore di Tsipras dal momento che aveva sostenuto in modo acritico tutte le scelte del premier fino al giorno prima della firma del Memorandum e anche dopo ha mantenuto fino all’ultimo il suo posto da ministro. In secondo luogo la linea di Syriza era già naufragata nei mesi precedenti e richiamarsi ad essa non significava altro che appellarsi alle illusioni di gennaio contro la dura realtà della sconfitta di luglio: nei fatti Unità popolare stava proponendo ai greci di riavvolgere il nastro e ricominciare da capo la parabola di Syriza, ma questa volta con un partito più piccolo e con un leader meno carismatico…
Il programma economico di Unità popolare invece conteneva una differenza politica sostanziale in quanto prevedeva l’uscita dall’euro e il ritorno ad una moneta nazionale. In questo modo si era passati dall’europeismo di sinistra al nazionalismo di sinistra e Unità popolare è rapidamente diventata il partito della dracma, prestando il fianco alla propaganda dei partiti pro-Memorandum che avevano gioco facile nel tratteggiare scenari apocalittici in caso di uscita dall’Euro.  
A questo si aggiunga che fin dall’inizio Unità popolare non è stata altro che una federazione di piccoli gruppi dell’estrema sinistra, un ambito di attivisti ristretto che non è riuscito a sintonizzarsi con i più ampi settori popolari che guardavano ancora a Syriza. Di fronte alla proposta di un governo di unità nazionale avanzata durante la campagna elettorale dal leader di Nuova democrazia Vangelis Meimarakis, Lafazanis aveva l’opportunità di lanciare in contrapposizione un appello per un fronte unico con Syrizia e per un governo delle sinistre. Un appello di questo tipo aveva scarse possibilità di concretizzarsi, ma nel frattempo avrebbe messo in difficoltà Tsipras e consentito ai militanti di Unità popolare di interloquire nel modo più efficace con la base di Syriza. Lafazanis invece ha preferito limitare l’orizzonte del partito a proposte di piccolo cabotaggio e autoreferenziali, come quella di “prendere un voto in più dei fascisti di Alba dorata”, un obiettivo chiaramente di scarso interesse per le masse greche in questa fase in cui la minaccia del fascismo non è alle porte.   
Il bilancio elettorale non è stato molto più entusiasmante nemmeno per il resto della sinistra. Il Partito comunista greco (Kke) aveva sempre condotto una critica implacabile nei confronti di Tsipras e ci si aspettava che potesse raccogliere consensi dopo il tradimento di quest’ultimo. Invece il Kke è rimasto sostanzialmente fermo: con il 5,55% dei consensi rispetto alle elezioni di gennaio ha ottenuto un leggero incremento percentuale dello 0,8% ma in termini assoluti ha perso circa 36mila voti. Il problema del Partito comunista non è stato nell’analisi della situazione politico-economica greca, dove anzi aveva una posizione più avanzata rispetto a quella di Unità popolare, collegando correttamente la questione dell’uscita dall’euro alla rottura con il capitalismo. Dove invece il Kke ha clamorosamente fallito è stato nelle sue tattiche, improntate ad un estremo settarismo: basti pensare che nel referendum del 5 luglio, mentre milioni di persone si radicalizzavano orientandosi al No, i comunisti hanno fatto appello a votare scheda bianca! Proprio per via di questi metodi estremisti il Kke  è apparso agli occhi delle masse come un partito distante e impermeabile ai processi reali degli ultimi mesi. 
Ma la gara del settarismo nella sinistra greca è stata vinta dalla piccola coalizione anti-capitalista di Antarsya, la cui direzione aveva respinto a maggioranza la proposta di Lafazanis di confluire in Unità popolare. Antarsya ha raccolto lo 0,85% dei voti, una percentuale in sé irrisoria, ma che sarebbe stata sufficiente per consentire ad Unità popolare di conquistare una rappresentanza nel parlamento greco.
In mezzo a questo tripudio di settarismo, il primo compito per le forze di sinistra in Grecia è oggi quello di dotarsi di una linea politica, di una tattica e di un metodo nel condurre la polemica che siano in grado di costruire un ponte tra le avanguardie politiche e la grande maggioranza della classe lavoratrice.

Il secondo governo Tsipras

Grazie alla netta vittoria ottenuta alle elezioni di settembre, Tsipras è riuscito a scampare la prospettiva di dover guidare un governo di unità nazionale assieme a Nuova democrazia, il che lo avrebbe rapidamente screditato e logorato politicamente. Il suo secondo governo potrà inoltre avvantaggiarsi nei prossimi mesi di alcune condizioni favorevoli. Per prima cosa Tsipras ha liquidato e sconfitto i suoi potenziali rivali a sinistra, il che gli consente un controllo su Syriza più saldo rispetto a prima. Ad essere cambiati sono anche i rapporti con l’Unione europea, come dimostrano i calorosi messaggi di congratulazioni per la vittoria elettorale arrivati da tutti i principali leader europei. Tsipras infatti, dopo aver firmato il Memorandum ed essersi disciplinato all’austerità, non è più la bestia nera delle cancellerie di mezza Europa e anzi è diventato l’uomo di fiducia della borghesia europea, perché in Grecia è l’unico leader politico con la credibilità necessaria a portare avanti il programma della Troika. È quindi probabile che la pressione su Atene, incessante nei mesi precedenti, possa leggermente attenuarsi.
Il nuovo governo potrà però godere di questi limitati margini di manovra solo sul breve periodo. Inevitabilmente a lungo termine emergeranno contraddizioni più profonde. Prima o poi inizieranno a manifestarsi gli effetti delle nuove misure di austerità, i lavoratori inizieranno a capire la vera natura del governo Tsipras e assisteremo ad una ripresa delle mobilitazioni. Senza contare che il nuovo pacchetto di lacrime e sangue rischia di deprimere ulteriormente l’economia greca e per paradosso, nonostante tutte le umiliazioni e i sacrifici, si potrebbe arrivare comunque ad una grexit.

L’alternativa rivoluzionaria

La svolta a destra di Tsipras ha prodotto contraccolpi anche fuori dalla Grecia. Per esempio il leader di Podemos, Pablo Iglesias, era presente sul palco del comizio che ha concluso la campagna elettorale di Tsipras e ha appoggiato tutte le recenti decisioni del premier greco. Sembra peraltro che questa linea "moderata e responsabile" non abbia giovato molto a Podemos, che nelle elezioni in Catalogna ha preso un risultato molto negativo ed è dato in calo nei sondaggi.
Più in generale la sinistra europea ha giustificato la linea di Syriza dal 13 luglio in poi sostenendo che la Grecia si trovava da sola contro tutti e non c’era altra scelta che cedere al ricatto. Le cose stanno esattamente così o c’era un’alternativa? La risposta non la può certo fornire l’altro protagonista del dramma greco, Varoufakis, che nel mese di settembre ha girato l’Europa in lungo e in largo per avanzare un suo progetto politico dai contorni confusi, alla base del quale ci sarebbe niente di meno che la proposta di una rinegoziazione dei trattati europei! Tenendo conto di come l’ex ministro non sia riuscito a rinegoziare nemmeno un piccolo sconto sul debito greco, non si capisce su quali presupposti sia possibile rinegoziare tutta l’impalcatura su cui poggia l’Unione europea.
L’intera esperienza greca ci dimostra invece che un’alternativa degna di questo nome non può sussistere senza una rottura rivoluzionaria con le istituzioni europee, il che significa il rifiuto unilaterale di pagare il debito e l’uscita dall’euro. La Grecia però ci insegna anche che una simile prospettiva è priva di senso e rovinosa nel contesto di un sistema economico capitalista, con le banche che bloccano i conti correnti, i capitali che fuggono all’estero e la guerra commerciale da parte degli altri paesi dell’Unione. È quindi inutile rompere le catene rappresentate dai trattati europei, senza allo stesso tempo spezzare anche il potere economico delle banche e dei grandi capitalisti. Un governo che volesse realmente rappresentare le esigenze e le aspirazioni della stragrande maggioranza della popolazione dovrebbe quindi assicurarsi le risorse economiche necessarie nazionalizzando le banche, espropriando i grandi capitali e assumendo il controllo delle principali leve dell’economia. Una strada di questo tipo era possibile nei giorni successivi al referendum del 5 luglio. Sicuramente non sarebbe stata priva di pericoli e difficoltà, ma nemmeno l’attuale condizione di austerità permanente lo è. Se proprio si devono sopportare delle privazioni, tanto vale farlo nell’interesse generale della società piuttosto che per garantire i super-profitti di una cerchia ristretta.
Quanto all’argomento dell’isolamento della Grecia, indubbiamente il popolo greco non aveva amici tra i governi borghesi europei e il socialismo non può essere costruito in un solo paese, tanto più se economicamente debole come la Grecia. Tuttavia è altrettanto certo che i lavoratori greci, se si fossero posti sulla strada della rivoluzione, non sarebbero rimasti a lungo da soli. Un appello internazionalista non sarebbe rimasto inascoltato da parte delle classi popolari degli altri paesi, soprattutto nell’attuale contesto politico europeo dove chiunque proponga un cambiamento radicale raccoglie enormi consensi, da Podemos in Spagna a Corbyn in Gran Bretagna, dai nazionalisti scozzesi agli indipendentisti catalani.
Tutte le forze di sinistra a livello europeo dovrebbero fare tesoro delle lezioni dalla Grecia, perché se non si scrollano di dosso le loro utopie riformiste e non si affrettano ad adottare una prospettiva rivoluzionaria, si ritroveranno ben presto a fare la fine della sinistra greca: o condannati alla cancellazione come Lafazanis o al servizio del capitale come Tsipras.

Novembre 2015