di Jacopo Renda
(inviato da Sinistra Classe Rivoluzione a Madrid nei giorni della campagna elettorale)

Le elezioni dello scorso 20 dicembre sono uno spartiacque nella politica spagnola, segnano infatti la fine del sistema bipartitico uscito dalla “transizione” dopo la caduta di Franco. Questo sistema, basato sull’alternanza di governo del Partito socialista operaio spagnolo (Psoe) e del Partito popolare (Pp), ha garantito stabilità politica dai tempi della fine della dittatura.
Come scrive il Financial Times: “Il senso di rottura è chiaro. Nei quattro decenni da quando la Spagna è ritornata alla democrazia, il paese è stato per lo più un faro di stabilità, dotato di governi forti e maggioranze chiare. Anche durante la crisi finanziaria nel 2012, con la crescente disoccupazione e il crollo delle banche ogni due settimane, il primo ministro Rajoy e il suo gabinetto non hanno mai perso la loro capacità di governare”. Il risultato che ci consegnano le ultime elezioni politiche cambia radicalmente questo contesto di stabilità consegnandoci uno scenario parlamentare fragile e senza maggioranze, che altro non è che l’istantanea degli attuali rapporti di forza tra le classi; una situazione di crisi e di instabilità.
Il partito di governo uscente, il Pp, viene duramente punito nelle urne dopo cinque anni di politiche di tagli e di scandali legati alla corruzione che non hanno precedenti, raccoglie il 28,72%, perdendo il 15,91%, pari a oltre tre milioni e mezzo di voti, il peggior risultato dal 1989.
Anche il Psoe, che pure non aveva sulle spalle quattro anni di governo, perde circa un milione e mezzo di voti passando dal 28,76% al 22,02%, conseguendo il suo peggior risultato dal 1977, anno in cui si celebrarono le prime elezioni politiche dopo il ritorno alla democrazia. Un risultato che rende il Psoe fragile anche per le sue divisioni interne e per il peso che hanno alcune delegazioni regionali in parlamento, basti pensare che un quarto dei deputati sono stati eletti in Andalusia, regione in cui il partito mantiene forti tradizioni.
Il partito di Pedro Sanchez viene penalizzato nelle grandi città, nel cuore politico del paese, mentre mantiene un consenso nei piccoli e medi centri. In questo momento sono i socialisti la forza politica sottoposta a maggiori pressioni, sia dalla classe dominante, che li considera uno strumento importante per garantirsi una certa stabilità sociale, che dalla sua base popolare, che si opporrà ad ogni forma di accordo per governi di unità nazionale.
Lo stesso partito di Albert Rivera, Ciudadanos, costruito a tavolino da un settore della classe dominante e sostenuto da una campagna mediatica a suon di milioni di euro, non è andato oltre il 13,93%, deludendo le aspettative di chi lo considerava un elemento chiave per garantire la stabilità di qualsiasi governo futuro.


Il voto di Podemos e Izquierda unida

Il risultato più significativo del nuovo scenario politico è certamente la crescita di Podemos che raccoglie oltre cinque milioni di voti pari al 20,66%, quadruplicando il risultato delle elezioni europee del 2014.
Il voto a Podemos è il risultato della radicalizzazione della società spagnola negli ultimi anni. Lo dimostra il fatto che sia la forza più votata tra i giovani, che sono stati la spina dorsale del movimento di massa degli Indignados, ma anche il fatto che le sue coalizioni siano risultate la prima forza in Catalogna e nel Paese Basco, la seconda in Galizia e nella regione di Valencia ed abbiano superato il Psoe nelle principali città, tra cui Madrid, Barcellona, Valencia, Saragozza, La Coruna, Bilbao, Oviedo. Il voto al partito di Pablo Iglesias è anche un voto di classe visto che nelle cinture industriali delle grandi città come a Sestao (33%), Barakaldo (32%) vicino Bilbao, Santa Coloma (34%), Hospitalet (30%) nella zona di Barcellona, Podemos è di gran lunga il partito più votato.
Questo risultato beneficia del dibattito sulla questione nazionale che ha svolto un ruolo molto importante nella campagna elettorale e rispetto al quale Iglesias è stato l’unico a difendere il diritto di autodeterminazione proponendo un referendum su questo tema.
Podemos ha proposto un programma di riforme che, se portato a termine, cambierebbe la vita di milioni di cittadini spagnoli. Un programma che si oppone alle politiche delle 35 principali imprese del paese, i cosiddetti Ibex 35, proponendo non solo una legge patrimoniale ma anche la cancellazione delle peggiori riforme del lavoro portate avanti sia dall’ultimo governo Rajoy che dal precedente governo del Psoe, guidato da Zapatero.
Un programma sociale capace di garantire un’assistenza sanitaria universale e “tariffe sociali” per energia e trasporti, il ritorno all’età pensionabile a 65 anni e l’indicizzazione degli aumenti pensionistici, oltre alla proposta di cancellazione delle leggi più reazionarie del governo del Pp. Tra queste la prima è la Ley Mordaza (legge “bavaglio”) che limita gravemente le libertà democratiche, cui si aggiungono alcuni articoli della riforma del codice penale come quelli che prevedono il carcere per i picchetti in caso di sciopero.
Il programma, naturalmente, ha anche diversi limiti al suo interno, ad esempio non prevede il rigetto del debito e non mette al centro la lotta per rinazionalizzare i settori privatizzati in questi anni.
L’attenzione delle masse si è concentrata tuttavia sul fatto che per la prima volta da decenni una forza politica che poteva ambire a governare proponeva riforme molto radicali.
In un contesto simile di ascesa di Podemos ad essere penalizzata a sinistra è stata la coalizione Izquierda unida-Unidad popular (Iu).
Malgrado la campagna elettorale molto a sinistra del giovane leader Alberto Garzon, Iu ha raccolto solo il 3,6% dei voti, perdendo oltre 750mila voti (circa il 45%) rispetto alle ultime elezioni. Izquierda unida non è stata penalizzata solo dal “voto utile”, ma anche dal fatto che gran parte del suo apparato fosse identificato con il vecchio sistema politico, per via della sua partecipazione prolungata a governi di austerità in Andalusia e Catalogna.
Il mancato accordo Podemos-Iu, che avrebbe potuto generare enorme entusiasmo, è dovuto non solo alla volontà soggettiva di Pablo Iglesias di ridimensionare Iu, ma anche agli errori della burocrazia di Iu, convinta com’era di poter eleggere almeno cinque deputati, necessari a formare un gruppo parlamentare e ad avere accesso al finanziamento pubblico. Tutto questo ha certamente depotenziato la figura di Garzon che ad ogni modo risulta tra i leader più apprezzati del panorama politico della sinistra spagnola.


La società si polarizza

La campagna elettorale ha mostrato una vera e propria esplosione di interesse politico nella società spagnola. Mentre in molti paesi europei crolla la partecipazione al voto e i cittadini sono sempre più distanti dai partiti, in Spagna non solo è aumentata del 3%, ma ciò che più conta è che il dibattito politico ha coinvolto, spesso entusiasmato, milioni di persone.
Non accadeva da tempo che i confronti elettorali in Tv raccogliessero tanto interesse. Più di nove milioni di telespettatori hanno visto il dibattito tra i quattro principali candidati, toccando un audience paragonabile al clasico de futbol tra Real Madrid e Barça.
La Spagna è oggi un paese dove le discussioni politiche si moltiplicano nei mercati e nei bar, come accade solo in momenti storici in cui si ha l’impressione che qualcosa di fondamentale stia cambiando.
La campagna elettorale di Podemos è stata per molti aspetti storica.
Pablo Iglesias insieme ad autorevoli dirigenti della sua coalizione, come la sindaca di Barcellona Ada Colau e la dirigente valenciana Monica Oltra, è riuscito ad animare un entusiasmo crescente durante la campagna elettorale. Migliaia di persone hanno partecipato ai meeting di Podemos e della sua coalizione, aspettando ore in fila al freddo, per riempire i palazzetti dello sport come non si vedeva 
dai comizi socialisti e comunisti ai tempi della transizione.
La situazione che si è espressa in campagna elettorale è il riflesso di quanto sta avvenendo nella società spagnola. Una società che dall’inizio della crisi è cambiata ed ha visto crescere le disuguaglianze sociali. Malgrado nel 2015 la crescita economica sia stata del 3,2%, il debito pubblico rimane attorno al 100% del Pil e il rapporto deficit/Pil nel 2015 è stato del 4,8%. La disoccupazione giovanile è alle stelle e quella generale riguarda 4,8 milioni di persone (21%). Chi è occupato vive nella precarietà dilagante, il 24% dei contratti dura meno di una settimana e il 40% meno di un mese.
Il fenomeno che genera maggiore rabbia sociale è il fatto che nello stesso periodo la distanza tra la parte più ricca della società e quella più povera sia enormemente aumentata. Nel 2015 il 10% più ricco della popolazione possedeva il 58% del Pil facendo della Spagna il paese europeo con più diseguaglianza sociale dopo Cipro. Secondo alcuni analisti le divisioni sociali sarebbero maggiori di quelle esistenti nei primi anni ’70 sotto il franchismo. Per usare le parole di Trotskij: “le righe del Capitale in cui Marx parla della polarizzazione della società capitalista, l’accumulazione di ricchezza da una parte e di povertà dall’altra, sono state tacciate di essere ‘demagogiche’ mentre ora dimostrano di essere semplicemente una fotografia della realtà”. In questi anni la polarizzazione sociale è diventata anche polarizzazione politica. Le lotte che hanno attraversato tutti i settori della società spagnola, dai giovani ai lavoratori di scuola e sanità, dai senza casa ai minatori, hanno cercato e infine trovato una espressione politica.
La caratteristica principale di queste lotte è stata quella di non essere organizzate dalle strutture tradizionali del movimento operaio e giovanile. Sono percorsi di mobilitazione in larga parte autorganizzati che si sono espressi fuori e spesso contro le strutture tradizionali (partiti e sindacati), le quali nel migliore dei casi si sono accodate in un secondo momento svolgendo un ruolo del tutto secondario.
Queste mobilitazioni hanno permesso ad una nuova generazione di attivisti di entrare nella scena politica, selezionando figure di “dirigenti naturali” che nascevano direttamente dalle lotte, una parte dei quali ha trovato in Podemos un canale di espressione politica.
Dopo anni di mobilitazione nelle piazze, scioperi, picchetti e manifestazioni l’azione delle masse è passata dal terreno della lotta sociale a quello della lotta politica, con la ricerca di una via d’uscita parlamentare dalla crisi, proprio come è accaduto nell’esperienza greca di Syriza. Questo ha spostato l’attenzione sul terreno elettorale. Questo approccio è assolutamente normale e rappresenta un’esperienza necessaria per le masse.
Il settore più arretrato e reazionario della società si è compattato attorno al Pp mentre il settore più radicalizzato a sinistra lo ha fatto attorno a Podemos e questo ha prodotto “un rafforzamento degli estremi con la prospettiva di uno scontro tremendo” (Lev Trotskij).


Lo scenario del dopo elezioni

Lo scenario post-elettorale ha dimostrato quanto fossero corrette le parole di Rajoy pronunciate la notte del 21 dicembre di fronte ai risultati usciti dalle urne quando ha dichiarato: “La Spagna è un paese ingovernabile”.
Dopo oltre due mesi di trattative al vertice la situazione è di stallo totale. Malgrado tutti i tentativi e le pressioni da parte della classe dominante e dell’Unione europea, lo scenario sembra fuori controllo e desta enormi preoccupazioni visto che le contraddizioni sono all’apice; “Queste vanno dalla insoddisfazione verso le istituzioni e l’ascesa di movimenti populisti al declino della classe media e all’impennata delle disuguaglianze. Esse comprendono rabbia per la corruzione politica e la perdita di fiducia nelle istituzioni chiave, così come la rinascita di movimenti separatisti e timori sulla divisione territoriale” (Financial Times). Le richieste che vengono dall’Unione europea sono di continuare sul terreno dei tagli e della politica di austerità. In questi mesi i richiami delle banche e i numerosi appelli sulla fragilità finanziaria della Spagna fanno da sfondo ad uno scenario che prevede un governo che dovrà attuare una politica di tagli, lacrime e sangue, a dispetto delle promesse elettorali in stile berlusconiano del Pp e della maschera sociale che si è voluto dare il Psoe per costruirsi una nuova verginità.
La campagna di terrorismo mediatico contro un “governo di progresso” con la partecipazione di Podemos dimostra più di tante cose il timore della forza delle masse.
La borghesia spagnola e la Troika stanno spingendo perché si formi un governo di unità nazionale Pp-Psoe-Ciudadanos che godrebbe di un’ampia maggioranza parlamentare con 253 seggi ma che in questo momento si scontra con l’interesse di queste forze e dei suoi leader.
Nel Psoe Pedro Sanchez teme di uscire con le ossa rotte da un governo di unità nazionale, identificato con la politica di austerità del Pp e marginalizzato dallo scenario politico, come è avvenuto in Grecia al Pasok (Partito socialista).
Ciudadanos in una posizione subalterna all’interno di un governo con i vecchi partiti perderebbe quella patina di novità che gli ha permesso di attrarre un settore di popolazione più arretrato che vuole il cambiamento ma non è ancora pronto per le riforme radicali di Podemos.
Mentre il Pp non sembra disposto ad accettare che non sia il suo vecchio leader Mariano Rajoy a guidare il prossimo governo. La soluzione possibile sarebbe togliere di mezzo la figura ingombrante di Rajoy per difendere l’interesse generale del capitalismo spagnolo ed è chiaro che l’ex premier è diventato un problema per la classe dominante. Non è casuale che il principale organo della stampa borghese El Pais lo attacchi frontalmente scrivendo: “Si è dimesso un re e lo ha fatto un Papa, Mariano Rajoy non deve esagerare con la sua devozione all’autocrazia (…) Se ne vada Signor Rajoy” (El Pais, 4 marzo). Anche se oggi i popolari sembrano compatti dietro al loro leader, non si può scartare che le pressioni che si eserciteranno sul partito non costringano Rajoy a fare un passo indietro.
Mentre scriviamo non è chiaro lo scenario che produrrà l’attuale impasse parlamentare ma la prospettiva generale è sufficientemente chiara. Come spiega ancora una volta il Financial Times: “la questione rilevante rimane: che cosa può conseguire un governo di minoranza o comunque un governo diviso tra partiti diversi e differenti tra loro? Senza un accordo, che tipo di riforme, di politica fiscale e approccio all’Europa potrà impostare il prossimo governo?”. La classe dominante farà di tutto per arrivare ad un governo di unità nazionale, anche ad un governo di minoranza che possa andare avanti, seppure in modo accidentato, almeno per un periodo. Lo scenario di un ritorno alle urne a fine giugno non può essere scartato, ma non piace alla borghesia, perché riproporrebbe i problemi attuali in una versione ampliata, con una probabile crescita ulteriore di Podemos.
Tutte le questioni poste nella scorsa campagna elettorale sono ancora al centro del dibattito senza che si sia avanzato di un millimetro. Non solo la questione sociale ma anche quella nazionale sono destinate a riemergere in modo ancora più violento nella prossima fase.
Il nuovo governo catalano di Puigdemont, nato dopo la capitolazione della Candidatura d’unitat popular (Cup) (vedi “La capitolazione della Cup in Catalogna” su Rivoluzione n° 13) non risolverà nessuno dei problemi delle masse catalane e continuerà nel solco della politica di tagli, come dichiarato dallo stesso presidente della Generalitat: “Il mio programma di governo è lo stesso di Mas” (El Pais, 11 gennaio).
Le aspettative dei catalani di risolvere i problemi sociali e ottenere l’indipendenza verranno ancora una volta frustrate dalle direzioni indipendentiste ponendo al centro del dibattito la questione del legame indissolubile tra questione nazionale e alternativa di sistema.
Si prepara una fase in cui la mobilitazione di piazza tornerà a giocare un ruolo centrale nella società.
In questa dinamica Podemos e Izquierda unida devono rifiutare tutti gli “appelli alla responsabilità”, tesi a moderare il loro programma per prepararsi al governo in futuro.
L’esperienza del governo Tsipras e anche della sinistra portoghese dimostrano che se si rinuncia al conflitto di classe come bussola della propria politica e si rinuncia a lottare contro il capitalismo, si finisce inevitabilmente per capitolare alle pressioni del grande capitale.
La proposta avanzata da Iglesias di un governo di progresso Podemos-Iu-Psoe ha suscitato grande entusiasmo nel movimento e ha messo Sanchez in contraddizione con la sua base. Non a caso il tentativo del segretario del Psoe di formare un governo di minoranza con Ciudadanos non poteva che essere sconfitto, non avendo né i numeri in Parlamento né, tanto meno, il sostegno necessario nel paese.
L’unica alternativa al governo di unità nazionale voluto dalla borghesia è il governo delle sinistre che, se inserito in un piano di unità di azione Podemos-Iu e di ascesa delle lotte, creerebbe una frattura insanabile tra la base popolare del Psoe ed una direzione molto più interessata ad obbedire ai dettami della Troika che alle esigenze delle masse spagnole. I primi discorsi parlamentari di Pablo Iglesias e di Alberto Garzon, diretti contro l’oligarchia e le ingiustizie sociali, sono penetrati profondamente nella coscienza di massa.
Si tratta di usare la tribuna parlamentare per lanciare una grande campagna di massa allo scopo di “recuperar la calle” (ritornare nelle piazze), costruendo comitati contro l’austerità in tutti i quartieri, le aziende, le scuole e le università. Costruire una piattaforma ampia che coinvolga i movimenti sociali, le maree e le organizzazioni giovanili.
Far crescere la mobilitazione attorno ad un programma contro l’austerità ed il capitalismo, costruendo quegli organismi di lotta su cui potrebbe appoggiarsi un futuro governo delle sinistre spagnole che sia in grado di lottare contro il capitalismo e portare avanti le misure necessarie a far uscire il proletariato spagnolo dalla crisi.
Questo potrebbe aprire una prospettiva nuova che darebbe voce all’entusiasmo rivoluzionario che abbiamo visto in campagna elettorale e alla voglia di cambiamento che cova nella società spagnola.

Aprile 2016