di Serena Capodicasa

 

Nella storia del movimento operaio e delle sue organizzazioni politiche, tra tanti dirigenti e teorici che a costo di enormi sacrifici hanno dedicato tutta la loro vita e le loro energie alla causa del socialismo internazionale, la vita e la militanza di Rosa Luxemburg si dovettero confrontare con enormi difficoltà e discriminazioni dovute ad una triplice oppressione: come ebrea, come polacca e come donna.

Ciononostante, niente fu più lontano dal suo pensiero e dalla sua vita dell’idea che la lotta contro queste oppressioni potesse essere confinata nella loro specificità. Rispetto alla questione femminile, Rosa Luxemburg ha incarnato lungo tutta la sua vita e militanza la convinzione che nessuna liberazione dal giogo dell’oppressione femminile possa considerarsi autonoma dalla lotta contro lo sfruttamento capitalistico di tutto il proletariato.

Le occasioni in cui Rosa Luxemburg è entrata nello specifico della lotta contro l’oppressione femminile sono state in realtà poche ma sufficienti a non lasciare dubbi sul suo approccio di classe. In un discorso sul diritto di voto alle donne tenuto a Stoccarda nel maggio1912, durante la Seconda Assemblea delle donne socialdemocratiche, la Luxemburg analizzava infatti il rapporto dialettico tra lotta di classe, coinvolgimento delle donne proletarie nella vita politica e crescita della socialdemocrazia: “il magnifico risveglio politico e sindacale delle masse del proletariato femminile negli ultimi quindici anni è stato possibile solo per il fatto che le donne lavoratrici hanno rappresentato la parte più vitale delle lotte parlamentari della loro classe nonostante non avessero diritti politici. […] La battaglia elettorale è già adesso una battaglia comune alle masse delle donne così come degli uomini della classe lavoratrice. […] Chiunque è a conoscenza del fatto che senza di loro, senza l’entusiastica partecipazione delle proletarie, la socialdemocrazia tedesca non avrebbe mai raggiunto la fantastica vittoria del 12 gennaio con 4 milioni e 250 mila voti [in riferimento alle elezioni del Reichstag del 1912, le prime in cui la Spd si attestò come primo partito, raddoppiando i voti presi nel 1907, NdT].”

Queste parole venivano pronunciate in un contesto in cui il movimento per il diritto di voto alle donne vedeva la partecipazione anche di un’ampia ala borghese che rivendicava i diritti politici solo per le donne con un certo reddito e di cui era necessario smascherare il ruolo reazionario: “loro [le donne borghesi, NdT] sono semplicemente co-consumatrici del plusvalore che i loro uomini spremono dal proletariato, sono parassiti dei parassiti della società. E i co-consumatori in genere sono ancora più violenti e spietati nella difesa dei loro ‘diritti’ di parassiti rispetto ai rappresentanti diretti del dominio di classe e dello sfruttamento” (Ibidem).


La natura di classe della lotta per i diritti politici delle donne lavoratrici deriva dallo stesso ruolo che l’oppressione femminile assume nella società capitalista: “La monarchia così come la negazione dei diritti alle donne sono state rese obsolete dal moderno sviluppo capitalistico, sono diventate delle ridicole caricature dell’umanità. Eppure continuano ad esistere nell’attuale società moderna non perché ci si è dimenticati di sbarazzarsene, non per semplice inerzia delle circostanze. No, sono ancora lì perché entrambe, monarchia e mancanza di diritti delle donne, sono diventate potenti armi contro gli interessi del popolo. Dietro il trono e l’altare così come dietro la schiavitù politica del sesso femminile si trincerano oggi i peggiori e i più brutali rappresentanti dello sfruttamento e dell’oppressione del proletariato. Monarchia e negazione dei diritti alle donne sono diventati oggi i principali strumenti del dominio di classe capitalista” (Ibidem).

Dietro l’apparente anacronismo di queste parole,  si può cogliere un’attualità spiazzante: gli attacchi quotidiani nei confronti dello stato sociale, l’innalzamento dell’età pensionabile per le dipendenti pubbliche, le regalìe alle scuole private, i continui tentativi di minare il diritto di decidere sul nostro corpo, il fatto che i salari femminili sono mediamente inferiori del 20 per cento rispetto a quelli degli uomini (dati Isfol) stanno lì a dirci chiaramente che fino a quando il capitalismo continuerà ad esistere, l’oppressione femminile continuerà ad essere un’arma nelle mani dei padroni per dividere la classe lavoratrice creando delle frange più deboli e ricattabili, allo stesso modo del razzismo e della precarietà. Per noi comunisti e comuniste è dunque più che mai urgente elaborare un programma che sappia conquistare le lavoratrici all’idea che la loro liberazione deve passare attraverso la lotta comune di tutta la classe rivendicando, ad esempio, uno stato sociale che alleggerisca concretamente il peso del lavoro domestico e  un trattamento salariale che sia paritario e, soprattutto, migliore per tutti. Già nel 1889, al congresso fondativo della Seconda Internazionale, Clara Zetkin, compagna di Rosa Luxemburg nella lotta contro il riformismo e rivoluzionaria in prima linea nel lavoro tra le donne lavoratrici, diceva: “Le lavoratrici sono completamente convinte del fatto che la questione dell’emancipazione femminile non è una questione isolata e a sé stante, ma una parte della questione sociale nel suo complesso. Si sono pienamente rese conto che questa questione nella società moderna non potrà essere risolta se non con una profonda trasformazione della società”. Dunque, non ci può essere emancipazione delle donne senza socialismo, non ci può essere un socialismo senza la liberazione delle donne.

Troppe volte però il pensiero di Rosa Luxemburg ha subíto distorsioni tese a neutralizzarne il punto di vista di classe e rivoluzionario, ad esempio con l’idea che sostenesse il ricorso all’arma dello sciopero generale in alternativa e contro la presa “violenta” del potere. In realtà, sulla necessità di garantire le basi economiche del socialismo con la conquista del potere politico Rosa Luxemburg ci ha lasciato durante il processo rivoluzionario tedesco fatti e parole incontrovertibili: “la dittatura del proletariato […] significa l’impiego di tutti i mezzi del potere politico per l’edificazione del socialismo, per l’espropriazione della classe capitalista.”

Altrettanto caricaturali sono le speculazioni su una sua presunta teoria dello spontaneismo in cui il ruolo delle masse sarebbe esaltato in contrapposizione a quello del partito, sulla base della sua opera Lo sciopero generale, il partito e i sindacati. In realtà, questo testo non può essere capito se non lo si contestualizza nell'ambito della polemica contro le burocrazie riformiste del sindacato, della socialdemocrazia tedesca e della Seconda Internazionale, i “dirigenti frenanti” che “alla fine” sarebbero stati “messi da parte dalle masse impetuose”. La Luxemburg era convinta che “il compito della socialdemocrazia” non fosse quello di essere “trascinata dagli eventi” ma di “precederli, prevederne e accelerarne lo sviluppo con un’azione cosciente” e considerava la necessità della costruzione del fattore soggettivo sotto forma di un partito rivoluzionario come uno dei compiti più urgenti nel processo rivoluzionario in Germania: “l’assenza di direzione, l’inesistenza di un centro incaricato di organizzare la classe operaia berlinese non possono durare ancora. […] occorre che gli operai rivoluzionari creino degli organismi direttivi in grado di guidare e utilizzare l’energia combattiva delle masse”. Purtroppo però la corrente che costruì con altri dirigenti e militanti della sinistra della Spd, la Lega di Spartaco, sottovalutò la necessità di costruire un'opposizione organizzata in seno alla socialdemocrazia per contenderle l'egemonia sulle masse, e su questo compito scontò un ritardo che Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht pagarono tragicamente con la vita.

Spesso però ci troviamo tra le mani un’immagine artefatta di una Rosa Luxemburg pacifista, “antidogmatica” e antiautoritaria, la cui opposizione alla guerra e alla burocrazia sarebbe da far risalire ad una speciale sensibilità più che ad una lucida adesione al marxismo rivoluzionario. Ore e ore di convegni e fiumi di inchiostro che, a partire dalle sue lettere personali, ne hanno esaltato il lato umano e intimista, lasciando passare il messaggio che la sua dirompente passione politica dipendesse principalmente dall’essere donna più che dalle condizioni materiali della molteplice oppressione nazionale e di genere in cui si era forgiato il suo genuino spirito rivoluzionario. Non va infatti sottovalutato l’atteggiamento ostile e maschilista contro il quale fin da subito la Luxemburg ha dovuto lottare tra le fila della socialdemocrazia polacca e tedesca, lei che “aveva osato intromettersi nel mestiere maschile della politica e non lo faceva chiedendo remissivamente il parere dei “pratici” ma con l’ “arroganza” di chi sviluppa un proprio punto di vista e, cosa ancora peggiore, porta argomenti di fronte ai quali si è costretti a capitolare urtati” (Paul Frölich, Rosa Luxemburg, Gedanke und Tat). 

Rosa Luxemburg si era sempre rifiutata di assumere i ruoli a cui le donne venivano generalmente segregate all’interno delle organizzazioni operaie. Una delle prime proposte che le furono fatte fu quella di occuparsi dell’organizzazione della SPD tra le donne, con l’intento di distrarla dal cuore della vita politica del partito, essendo evidentemente già chiaro che avrebbe rappresentato una spina nel fianco della burocrazia riformista, lei si rifiutò ma non perché sottovalutasse l’importanza del lavoro tra le donne, tutt’altro! Nel novembre 1918, nel pieno del processo rivoluzionario in Germania, scrisse infatti a Clara Zetkin dicendo “dovrei scrivere sulla questione femminile. È così importante adesso e qui non abbiamo compagni che ne capiscano qualcosa”. In queste parole risuona il rifiuto di lasciarsi andare ad un atteggiamento di delega del lavoro teorico agli uomini al quale contrappose la tenacia nello studio teorico come arma nella lotta viva contro il riformismo.

luglio 2009