di Jose Miguel Suescun (già militante dell’Ugt-Ust Alava)

 

I sindacati costituiti dalla classe operaia nel periodo di sviluppo pacifico del capitalismo erano organizzazioni di lotta per l’aumento del prezzo della forza lavoro sul mercato del lavoro e per il miglioramento delle condizioni del suo impiego. I marxisti rivoluzionari si sforzavano di collegarli al partito politico del proletariato, l’allora socialdemocrazia, ai fini della lotta comune per il socialismo. Per le stesse ragioni per cui la socialdemocrazia internazionale, salvo poche ecce­zioni, si rivelò, non uno strumento della lotta rivoluzionaria del proletariato per l’abbattimento del capitalismo, ma una organizzazione destinata ad allontanare il proletariato dalla rivoluzione nell’interesse della borghesia (…), essi hanno abbandonato il punto di vista della lotta sindacale contro gli imprenditori, sostituendolo con un programma di pacifica conciliazione ad ogni costo coi capitalisti.”

Il testo precedente è il primo paragrafo delle Tesi sindacali del II congresso della Terza Internazionale (1920). Ha quasi cento anni, ma sembra scritto ieri. Se invece dei riferimenti alla Prima guerra mondiale mettiamo il comportamento dei sindacati negli ultimi otto anni, quando la crisi capitalista è esplosa a livello mondiale, è di assoluta attualità.

In questi cento anni qualsiasi attivista sindacale ha potuto toccare con mano il ruolo giocato da questi “dirigenti”, che nel migliore dei casi si vedono come mediatori tra le ragioni del capitale e quelle del lavoro salariato.

Identificare il problema è necessario, ma non sufficiente per risolverlo. Organizzarsi nei sindacati significa sviluppare quel livello di coscienza che può liberare un lavoratore salariato dalla condizione di “carne da cannone”, disposto a farsi sfruttare per il massimo guadagno del “datore di lavoro”. Questo segna la differenza tra l’accontentarsi delle briciole o pretendere una vita degna e perciò il diritto a casa, salute, riposo, educazione in cambio di un lavoro.

L’attività sindacale, intesa come la stipula di accordi puntuali in base ai rapporti di forza dati in un’azienda o settore produttivo, tende a entrare in contraddizione con l’allargamento della lotta a nuovi settori e infine con l’obiettivo di porre fine allo sfruttamento capitalista.

Il dirigente sindacale, specie quando diventa funzionario, sviluppa infatti la tendenza a vedere il proprio sindacato come un fine invece che un mezzo. Tutti i sindacati sono nati invocando la fine del lavoro salariato, ma nella loro attività quotidiana, ieri come oggi, spesso si sono ridotti a contrattare le briciole, quando non a “giustificare” e difendere i peggioramenti delle condizioni di vita dei propri iscritti.

Ma guai a pensare che il ruolo dei sindacati sia da non prendere in considerazione. Niente di più lontano dalla realtà. La lotta sindacale a livello di una singola realtà aziendale o di un singolo settore produttivo (specie nei servizi) può permettersi di ignorare l’esistenza delle organizzazioni sindacali tradizionali e certamente per un periodo si possono difendere i salari e i posti di lavoro sulla base di strutture alternative (sindacati di base). Ma appena la lotta diventa più generale, abbracciando un maggior numero di lavoratori, il ruolo dei sindacati tradizionali diventa decisivo, nel bene e nel male.

Per questo la Terza Internazionale, quando ancora meritava l’aggettivo di comunista (prima della degenerazione stalinista), si interrogava sul comportamento dei comunisti nei sindacati tradizionali. Allora come oggi negare il problema o, peggio, ignorarlo, sarebbe criminale.

Di più, qualsiasi processo rivoluzionario che provi a porre fine allo sfruttamento capitalista si dovrà misurare con i sindacati, oggi burocratizzati, per trasformarli in organizzazioni al servizio dei lavoratori o, quando questo si rende impossibile, sostituirli con nuove organizzazioni della classe.

Non è un processo lineare: bisogna saper unire la lotta paziente nelle strutture sindacali con la capacità di individuare i momenti di rottura in cui la lotta di milioni di sfruttati, finalmente uniti, permette di fare in settimane quello che è stato impossibile per anni o per decenni. Imparando dalle lezioni del passato, per non ripetere i classici errori di settarismo e opportunismo.

In questo testo vogliamo ricordare venticinque anni di sindacalismo rivoluzionario nel Paese Basco; parleremo di come un gruppo di poche decine di marxisti, lavoratori e lavoratrici che avevano aderito al marxismo molto giovani, siano riusciti a costruire una pratica sindacale rivoluzionaria, coinvolgendo coscientemente migliaia di lavoratori, prima e dopo la caduta della dittatura franchista, costruendo il principale sindacato della provincia di Alava, che aveva nelle proprie fila il 30 per cento dei delegati eletti in tutto il territorio.

La burocrazia sindacale dell’Ugt ha usato ogni metodo contro di loro, dalla calunnia fino alla più antidemocratica delle espulsioni. Ma anche con l’espulsione dei marxisti e la conseguente distruzione dell’Ugt di Alava, questi compagni hanno dimostrato (formando l’Ust-Ugt IV Congresso) che la difesa intransigente degli interessi di classe implica non cadere nel settarismo. Si può e si deve unire alla difesa dei principi la capacità di dialogare col resto dei lavoratori, soprattutto con quelli che non concordano con le tue posizioni. “Spiegare pazientemente”, come amava ripetere Lenin.

Sono passati quarant’anni da quando, il 3 marzo 1976, la polizia assassinò cinque lavoratori alavensi. Il miglior modo di ricordare questi compagni è rileggere le parole d’ordine e i metodi di lotta di quello sciopero a oltranza che coinvolse più di seimila lavoratori godendo dell’appoggio di una città intera, Vitoria, capoluogo della provincia di Alava. Uno sciopero che si sviluppò sotto una dittatura nella quale fare un’assemblea, uno sciopero o distribuire anche solo un volantino, veniva punito con il carcere.

Nel febbraio del 1976 l’Ugt di Alava poteva contare su meno di quaranta compagni che in meno di due anni sarebbero diventati oltre diecimila.

Non accadde per caso. A differenza di altre regioni spagnole, la provincia di Alava e la sua capitale erano di recente industrializzazione. Una nuova generazione di lavoratori arrivati dalle campagne si trovavano uniti nello sfruttamento. In questo contesto la richiesta di uno sciopero da parte di un coordinamento clandestino di commissioni rappresentative, ebbe da subito un grande seguito.

Lo sciopero si rivelò necessario per esigere un importante aumento salariale (settemila pesetas), ma sotto una dittatura era inevitabile che si sviluppassero tutta una serie di richieste politiche: diritto di assemblea e manifestazione, diritto ad eleggere i propri rappresentanti, nessuna rappresaglia contro i compagni più esposti.

Lo sciopero durò per oltre due mesi: i lavoratori, non potendo riunirsi nelle fabbriche (anche per la serrata padronale), decisero di riunirsi nelle chiese. Tutti i giorni si facevano assemblee operative, una volta alla settimana si convocava un’assemblea generale aperta alla città, con l’obiettivo di allargare la solidarietà alla mobilitazione. Malgrado il regime lo vietasse, centinaia di bar misero sui banconi delle scatole per raccogliere fondi da devolvere alla mobilitazione. I responsabili eletti nelle assemblee li raccoglievano e decidevano come distribuirli alle diverse realtà impegnate nella lotta. Altre commissioni gestivano l’aiuto alimentare che arrivava dalle campagne.

Da segnalare il ruolo decisivo svolto dalle donne. La questura e il padronato fecero forti pressioni perché convincessero i mariti a tornare al lavoro. La risposta dei lavoratori fu di invitarle alle assemblee, dove si resero subito partecipi della lotta spesso mostrando più combattività dei rispettivi mariti.

La direzione della lotta era nelle mani delle “Commissioni rappresentative”, veri e propri consigli di fabbrica eletti dai lavoratori in assemblea e revocabili in ogni momento. I delegati facevano dei rapporti tutte le mattine e chiedevano l’appoggio dell’assemblea sulle diverse proposte. Il meccanismo di selezione naturale dei compagni più capaci e rappresentativi, assieme alla partecipazione attiva della classe lavoratrice e delle famiglie impegnate nella lotta, ebbe risultati straordinari.

Il livello di comprensione delle cause dei problemi e la decisione di lottare per risolverli crebbe a vista d’occhio. Improvvisamente tutto sembrava possibile. Nelle assemblee generali che si tenevano nella chiesa di San Francisco si discuteva per ore e non solo dello sciopero, ma della società futura che i lavoratori potevano conquistare. Tutta la città era coinvolta, si parlava di politica in ogni angolo, i padroni e i loro lacchè erano spaventati e incapaci di reagire.

Quando in diverse occasioni la polizia provò a fermare degli attivisti, migliaia di lavoratori, invece di mostrarsi impauriti, si presentavano davanti alla questura esigendone la liberazione… e là restavano fino a quando questi venivano liberati.

In questo contesto si arrivò al 3 marzo 1976, quando venne convocato il terzo sciopero generale in appoggio alle fabbriche in lotta. Già dalle 5 del mattino la città era bloccata, e diversi cortei di migliaia di lavoratori la percorrevano sfidando la polizia e raccogliendo l’appoggio della popolazione. Verso le 14 la città era in mano agli operai ai quali si erano uniti moltissimi studenti. Le barricate chiudevano le strade principali. In questo contesto di euforia aveva inizio l’assemblea generale che avrebbe deciso il passo successivo, se il padronato non avesse accettato di trattare.

A quel punto la polizia decise di dare una lezione agli operai: oltre duemila colpi d’arma da fuoco vennero sparati provocando cinque morti e più di settanta feriti. Il 5 marzo, sfidando la proibizione della polizia, più di centomila persone portarono a spalla i loro morti fino al cimitero. La sfilata funebre durò oltre quattro ore e le facce dei manifestanti che passavano davanti alla polizia schierata a difesa della Questura erano più che eloquenti. Non avevano più paura, erano decisi a continuare la lotta fino alle estreme conseguenze. Agli attacchi violenti della repressione la città rispose con uno sciopero generale che durò fino al 14 marzo.

Tuttavia, in un contesto in cui il processo della cosiddetta “transizione democratica” aveva spinto all’offensiva la classe operaia anche in altre parti del paese (con le ore di sciopero che erano decuplicate rispetto all’anno precedente) e rappresentava una vera e propria occasione rivoluzionaria per rovesciare non solo la dittatura ma l’intero sistema, l’indisponibilità delle direzioni sindacali nazionali a generalizzare le lotte con uno sciopero generale, fece sì che queste rimasero isolate e dovettero rifluire per un periodo.

La Ugt di Alava fu costruita sulla base di queste esperienze, delle pratiche di democrazia operaia sperimentate durante gli scioperi del 1976. Non fu un caso che proprio il 2 marzo i primi compagni che poi avrebbero formato il nucleo dirigente del sindacato decisero di aderire al Comitato per un’Internazionale operaia (oggi Tendenza marxista internazionale) che si stava organizzando in quei giorni in Spagna, grazie al fondamentale contributo del compagno Alan Woods, che si era trasferito appositamente dalla Gran Bretagna a quello scopo. Era la logica conclusione della loro esperienza di lotta e su queste nuove basi costruirono un sindacato di massa con un programma rivoluzionario.

L’Ugt di Alava, sulla base di un programma rivoluzionario, svolse un ruolo decisivo nella provincia cambiando le condizioni di lavoro di migliaia di famiglie operaie. In molti casi (metalmeccanici, trasporti, commercio, edilizia) i contratti firmati dall’Ugt di Alava erano i migliori di tutta la Spagna. Il livello di partecipazione degli iscritti nei congressi, che si tenevano annualmente, era straordinario. La percentuale di quote sindacali raccolte mensilmente sui posti di lavoro e consegnate personalmente dai tesorieri delle commissioni di fabbrica alla sede centrale rasentava il cento per cento. Su queste basi venivano sconfitte tutte le manovre del padronato e della burocrazia del Psoe (Partito socialista).

Così, quando il Psoe arrivò al governo vincendo le elezioni con maggioranza assoluta nel 1982 i burocrati, che ormai controllavano il partito e il sindacato a livello statale, si posero l’obiettivo di radere al suolo questa esperienza sindacale che sfuggiva al loro controllo.

Per farlo usarono la polizia, che occupò la sede dell’Ugt di Alava, e in seguito la burocrazia sindacale che espulse l’esecutivo provinciale del sindacato chiedendo agli iscritti alavensi di restare nella Ugt “depurata dai troskisti”.

La manovra riuscì perché il movimento nel 1982 andava declinando, e in condizioni di riflusso non è possibile avere un appoggio di massa per una politica rivoluzionaria. I processi rivoluzionari non nascono mai per caso, esiste sempre un nucleo di attivisti che li prepara, ma solo il coinvolgimento delle masse li fa vivere e permette loro di svilupparsi. Se dopo un certo periodo avvenimenti di questo tipo non riescono a generalizzarsi, aprendo la strada a una trasformazione rivoluzionaria, il processo torna indietro e, per quanto gli attivisti provino a resistere, devono fare i conti col riflusso.

Qualcuno ha scritto che il movimento operaio va “di sconfitta in sconfitta… fino alla vittoria finale”. Al di là dell’ironia amara, c’è del vero in questa frase. I lavoratori non possono mai dormire sugli allori, le conquiste fatte iniziano ad essere in pericolo dal giorno dopo.

Nella primavera del 1983 ebbe luogo il XXXIII Congresso confederale dell’Ugt. Il Psoe era al governo dal novembre del 1982. In pochi mesi lo scontento era cresciuto fortemente. I patti sociali voluti dai dirigenti sindacali e dal padronato tra il 1977 e il 1981 avevano eroso di circa il 25 per cento il potere d’acquisto dei salari. In questo congresso la richiesta della Ugt di Alava di votare contro la gestione del gruppo dirigente nazionale ebbe quasi il 30 per cento dei voti.

Il 14 luglio cominciava una “scuola sindacale” dove era in discussione il “Libro bianco sulla ristrutturazione industriale” presentato dal Ministro dell’industria Solchaga. Erano presenti, oltre a centinaia di delegati della provincia di Alava, degli invitati delle acciaierie di Sagunto e dei cantieri navali di Cadiz. Non era difficile capire che, una volta attuata la “riconversione” che proponeva il governo, si sarebbero persi almeno 200mila posti di lavoro.

Lo scopo della scuola era definire un’alternativa al piano filo-padronale del governo di Felipe Gonzalez. Il documento finale approvato quasi all’unanimità esigeva dal governo socialista di basarsi sul movimento operaio per elaborare congiuntamente un piano alternativo, finanziato dalla nazionalizzazione del settore bancario. Il governo aveva speso 300 miliardi di pesetas per salvare la Banca catalana, ma si rifiutava di ridurre l’età della pensione a 64 anni, anche se il costo di questa misura non superava i 40 miliardi. L’Ugt di Alava, con l’autorità conquistata in anni di lotte, si proponeva come punta avanzata nazionale di un programma alternativo a quello della destra socialista di Felipe Gonzalez. Questa battaglia si combatteva nel sindacato con documenti e interventi congressuali ma anche fuori dal sindacato coinvolgendo i lavoratori, il che veniva visto come fumo negli occhi dai burocrati sindacali che, già dal XXXII congresso si erano convinti della necessità di fare qualsiasi cosa pur di impedire ai marxisti di continuare il lavoro dentro l’Ugt.

Quando alla fine del 1983 l’Ugt di Alava venne decapitata, il 90 per cento degli attivisti si opposero a questa misura decisa dall’apparato nazionale e, per non subire il sopruso, diedero vita a un nuovo sindacato, l’Union Socialista de Trabajadores (Ust-Ugt IV Congresso). Lo scopo dichiarato era quello di mantenere unito il nucleo di attivisti e non gettare al vento il loro bagaglio di esperienze e metodi di lotta, lottando allo stesso tempo per la riammissione all’Ugt.

Oltre a costruire una struttura sindacale alternativa all’Ugt burocratizzata, si usarono le elezioni regionali del 1984 per presentare una candidatura di classe (Candidatura socialista de izquierda). Lo scopo era di usare tutte le occasioni che si presentavano per criticare la deriva pro-borghese del Psoe, che aveva avuto la maggioranza assoluta nel 1982 sulla base di un programma che veniva calpestato ogni giorno dal suo stesso governo.

Si partiva sempre e comunque da una convinzione fondamentale: le organizzazioni storiche della classe non sono patrimonio degli apparati sindacali, ma della classe lavoratrice. Come in passato i lavoratori avrebbero provato a raddrizzarle e il compito dei marxisti era mantenere vive le migliori tradizioni di lotta senza cadere nel settarismo o nell’opportunismo.

Fare ciò richiedeva organizzare degli scioperi di massa quando era possibile, ma anche realizzare un’attività sindacale quotidiana. Con più del 10 per cento dei delegati in tutti i settori della provincia, l’Ust seppe rispondere a queste due esigenze. Così, quando il 14 dicembre 1988 i sindacati Cc.Oo (Comisiones Obreras) e Ugt organizzarono il primo sciopero generale nazionale di 24 ore contro il governo della destra socialista, l’Ust seppe partecipare senza inutili settarismi. Infine, nell’ottobre del 1993, dieci anni dopo le espulsioni, tutti gli iscritti all’Ust furono riammessi nell’Ugt, con le scuse del caso.

Oggi, a distanza di decenni da quegli avvenimenti, vediamo come la Spagna sia entrata in una nuova fase di radicalizzazione sociale che, dopo lo scoppio della crisi del 2008 e il dispiegarsi delle sue conseguenze, si è espressa a più riprese: con il movimento degli indignados, i lavoratori in lotta nelle “maree” bianca e verde, la marcia dei minatori del 2012, le lotte contro gli sfratti, per arrivare all’ascesa esplosiva di Podemos e lo scardinamento del bipartitismo Pp-Psoe che sembrava dominare indiscusso. Il fatto che oggi si parli di “seconda transizione”, che nelle manifestazioni e nei comizi ritornino gli slogan, i canti, i simboli della lotta contro il franchismo, mostra come gli eventi di quel periodo abbiano sedimentato una tradizione e il richiamo a questa tradizione oggi è un segno del carattere di classe e radicale dei processi che si stanno sviluppando.

 

 

Bibliografia

Arturo Val del Olmo, “3 de marzo. Una lucha inacabada”, Fundacion Federico Engels, 2004.