di Serena Capodicasa

La teoria della rivoluzione permanente esige attualmente la più grande attenzione da parte di ogni marxista, perché lo sviluppo della lotta ideologica e della lotta di classe l’ha fatta uscire dal campo dei ricordi di vecchi dissensi tra marxisti russi e la pone come problema del carattere, dei nessi interni e dei metodi della rivoluzione internazionale in generale.”1 Con queste parole scritte nel 1928, Trotskij riconosceva come la prospettiva che aveva elaborato per la rivoluzione russa nel 1905 toccasse dei nodi teorici utili per la comprensione dei compiti che si sarebbero presentati ai rivoluzionari in altri momenti, in altri paesi.

 

Alle origini della rivoluzione permanente

Quando parliamo di nodi teorici è però importante sottolineare che non si tratta di schemi meccanici da applicare pedissequamente, ma di chiavi di lettura con cui analizzare dialetticamente una situazione concreta. Per capire questa differenza basti pensare che il primo merito della teoria della rivoluzione permanente fu proprio quello di rompere degli schemi, in particolare quello secondo il quale la rivoluzione che avesse abbattuto il capitalismo sarebbe cominciata a partire dai paesi più sviluppati, mentre i paesi arretrati, come la Russia zarista, avrebbero prima dovuto compiere la loro propria rivoluzione borghese, liberarsi da ogni residuo feudale e passare attraverso una fase di sviluppo del capitalismo prima di potere arrivare ad abbatterlo. Quando uno scenario come questo, più o meno probabile, viene assunto a schema, le conseguenze possono segnare lo scivolamento da una posizione rivoluzionaria ad una opportunista, come fu nel caso dei menscevichi che, a partire dal carattere innegabilmente borghese dei compiti che una rivoluzione in Russia avrebbe dovuto assumere, finirono per subordinarsi alla borghesia liberale, considerata unica legittima fautrice e protagonista dell’imminente rivoluzione (la teoria dei due stadi).

Trotskij invece contestualizzò il carattere borghese della rivoluzione nelle condizioni peculiari dello sviluppo russo, derivando da tre punti fondamentali la possibilità che il proletariato potesse prendere il potere in un paese arretrato come la Russia prima che in uno avanzato:

a) la legge dello sviluppo diseguale e combinato: “Costretto a mettersi a rimorchio dei paesi avanzati, un paese arretrato non segue lo stesso ordine di successione: il privilegio di una situazione storicamente arretrata – perché esiste tale privilegio – autorizza o, più esattamente, costringe un popolo ad assimilare tutto quello che è stato fatto prima di una determinata data, saltando una serie di fasi intermedie.2 Ne consegue la coesistenza, simbiotica più che conflittuale, di forme sociali feudali – l’autocrazia zarista, la servitù della gleba nelle campagne, ecc. –, con i più moderni metodi di produzione industriale nelle città;

b) l’incapacità della borghesia nazionale di giocare un ruolo rivoluzionario nei confronti del vecchio regime, per la sua dipendenza succube nei confronti dello Stato autocratico e del capitale straniero;

c) la necessità della direzione proletaria del processo rivoluzionario; sebbene la classe operaia rappresentasse una minoranza della popolazione rispetto alla schiacciante maggioranza di contadini, questi, dispersi geograficamente ed estremamente eterogenei in termini di rapporti di lavoro e di proprietà, non potevano secondo Trotskij esprimersi attraverso un’organizzazione e giocare un ruolo indipendente, cosa che invece solo il proletariato concentrato nelle città industriali poteva fare.

Ma una volta al potere, di fronte alla resistenza che la borghesia avrebbe opposto col suo dominio sui mezzi di produzione, il proletariato non avrebbe potuto limitarsi ai compiti democratici ma avrebbe dovuto espropriare la classe dominante trasformando fin da subito il carattere della rivoluzione da borghese a socialista.

Lenin condivideva con questa analisi l’impossibilità che la borghesia russa giocasse un ruolo rivoluzionario adempiendo ai compiti democratici (la riforma agraria, una democrazia parlamentare, ecc.)3 e da ciò traeva la conclusione che questi obiettivi dovessero essere perseguiti con metodi insurrezionali dalle classi popolari – i contadini e il proletariato. Tuttavia, diversamente da Trotskij, pensava che un governo provvisorio rivoluzionario si sarebbe dovuto limitare ai compiti democratici e non superare i limiti del capitalismo, sotto forma di una cosiddetta “dittatura democratica del proletariato e dei contadini”, giustificando questa posizione in base a dei rapporti di forza tra le due classi rivoluzionarie che non avrebbero consentito al proletariato di procedere direttamente all’abbattimento del capitalismo.4

Com’è noto, questa divergenza si risolse nel 1917 quando Lenin abbandonò la formula della dittatura democratica per abbracciare l’obiettivo della presa del potere da parte dei soviet sotto la guida del partito bolscevico.

La teoria della rivoluzione permanente aveva infine un altro punto dirimente: il carattere permanente della rivoluzione avrebbe dovuto esprimersi non solo nel passaggio dai compiti democratici a quelli socialisti, ma anche nell’estensione internazionale della rivoluzione ai paesi avanzati, senza la quale la miccia accesa in un paese arretrato sarebbe stata condannata a spegnersi nell’isolamento.

 

Non una teoria “sovrastorica”

In un paese economicamente più arretrato il proletariato puo giungere al potere prima che in un paese di capitalismo avanzato” (enfasi nostra).5 Il nocciolo della teoria della rivoluzione permanente era nell’affermare la possibilità di uno scenario prima considerato del tutto improbabile. Il fatto che Trotskij parlasse di possibilità è significativo, il suo intento non era quello di creare un altro schema da intendersi meccanicamente.6

La rivoluzione permanente derivava direttamente da uno studio accurato delle condizioni concrete della Russia prerivoluzionaria e rispondeva all’esigenza di rispondere al problema di quali fossero gli specifici compiti del proletariato russo e della sua avanguardia.

Questo non è tuttavia in contraddizione col fatto che i punti da essa sollevati potessero essere degli strumenti per comprendere la situazione e i compiti in altri paesi con caratteristiche simili.

Secondo il “Rapporto della commissione sulle questioni nazionale e coloniale” del Secondo congresso dell’Internazionale comunista (1920), “Tra la borghesia dei paesi sfruttatori e quella dei paesi coloniali si registra un certo avvicinamento, sicché molto spesso – e, forse, persino nella maggioranza dei casi – la borghesia dei popoli oppressi, pur sostenendo i movimenti nazionali, lotta in pari tempo d’accordo con la borghesia imperialistica, cioè insieme ad essa, contro tutti i movimenti rivoluzionari e contro tutte le classi rivoluzionarie”.7

Nel giro di pochi anni, in occasione della rivoluzione cinese del 1925-’27, l’eco di queste parole venne soffocata dalla degenerazione stalinista dell’Unione Sovietica e della Terza Internazionale, la cui linea politica in Cina confermò in negativo la teoria della rivoluzione permanente. In nome della “dittatura democratica” e del presunto ruolo progressista della borghesia nazionalista, Stalin impose al Partito comunista cinese (Pcc) di non saltare la fase democratica e di subordinarsi al partito nazionalista di Chang Kai Shek, il Kuomintang, per poi vedere i comunisti e il proletariato cinese cadere sotto i colpi di una sanguinosa repressione da parte dei “progressisti” alleati.

Ma se nella rivoluzione del 1925-’27 c’erano tutte le condizioni perché il Pcc potesse guidare i lavoratori e i contadini alla presa del potere, la stessa cosa non si poteva più dire a distanza di qualche anno. Nel 1932, riferendosi alla guerra contadina in corso sotto la guida dell’Armata rossa cinese, Trotskij scriveva: “Non dobbiamo dimenticare che la classe operaia cinese negli ultimi quattro anni è stata tenuta in una condizione oppressa ed amorfa, e solo recentemente ha mostrato segni di ripresa. Una cosa è quando un Partito comunista, basato saldamente sul fiore del proletariato urbano, cerca di guidare una guerra contadina attraverso i lavoratori. Tutt’altra cosa quando poche migliaia o anche poche decine di migliaia di rivoluzionari, che siano comunisti veri o solo di nome, assumono la direzione di una guerra contadina senza avere un serio appoggio da parte del proletariato. Esattamente questa è la situazione in Cina”.8

Le politiche sbagliate del Pcc, che dal 1927 non aveva neanche tentato di ricostituire una base nelle città, avevano così giocato un ruolo determinante nel delineare ora una prospettiva del tutto diversa da quella che si sarebbe potuta realizzare pochi anni prima: “Nelle condizioni attuali la guerra contadina in sé, senza la guida diretta da parte dell’avanguardia proletaria, può solo passare il potere ad una cricca borghese, a qualche Kuomintang di ‘sinistra’ o qualcos’altro, un ‘terzo partito’, ecc., che nella pratica si distinguerà molto poco dal Kuomintang di Chang Kai Shek. E questo significherà a sua volta un altro massacro dei lavoratori con le armi della ‘dittatura democratica’”.9

Trotskij non escludeva quindi a questo punto la possibilità che si instaurasse un dominio borghese, data l’impossibilità di un ruolo egemone sia da parte del proletariato, ma anche dei contadini, incapaci “anche se armati, di condurre una politica indipendente.10

Come vedremo in seguito, la Seconda guerra mondiale creò le condizioni per degli sviluppi completamente diversi in Cina.

Anche in altre situazioni Trostkij dimostrò non solo di non avere un approccio rigido nei confronti della rivoluzione permanente, ma anche di temerlo tra i militanti trotskisti, a cui cercava di correggerlo. Quando nel 1938 gli venne segnalato da Curtiss, rappresentante del segretariato della Quarta Internazionale in Messico, che la sezione messicana aveva “un approccio molto meccanico ai problemi della rivoluzione permanente” al punto di non fare “alcuno sforzo per considerare il movimento dal punto di vista della realizzazione dei compiti democratici”,11 rispose che “lo schematismo nella formulazione della rivoluzione permanente può diventare, e diventa, giorno dopo giorno, estremamente pericoloso per il nostro movimento in America Latina.12 Le conseguenze di questo schematismo erano da un lato la sottovalutazione delle rivendicazioni democratiche, e dall’altro un atteggiamento settario nei confronti del regime di Cardenas, secondo Trotskij un “bonapartismo di tipo particolare”, che rappresentava una borghesia nazionale alla ricerca di un ruolo indipendente – fino a diventare conflittuale – nei confronti dell’imperialismo e per questo cercava il sostegno delle masse contadine e proletarie. Trotskij caratterizzava questa tendenza politica come “fronte popolare13 sotto forma di partito” e riteneva che, nella misura in cui questa esprimeva un carattere aggressivo nei confronti dell’imperialismo, l’atteggiamento dei marxisti avrebbe dovuto essere diverso da quello rivolto ai fronti popolari europei, pur mantenendo “un’assoluta libertà di azione e critica.14

La formulazione con cui nello stesso anno il Manifesto di fondazione della Quarta Internazionale, “Il programma di transizione”, affrontava la questione del programma di rivendicazioni transitorie15 nei paesi arretrati riassumeva in estrema sintesi il rapporto dialettico tra la validità generale della teoria della rivoluzione permanente e le condizioni concrete a cui questa doveva essere applicata: “Il peso specifico delle varie rivendicazioni democratiche e transitorie nella lotta del proletariato, il loro nesso reciproco, il loro ordine di successione sono determinati dalle particolarità e dalle condizioni peculiari di ciascun paese arretrato ed in misura considerevole dalla portata della loro arretratezza, ma la linea generale dello sviluppo rivoluzionario può essere determinata dalla formula della rivoluzione permanente nel significato che ha assunto dopo tre rivoluzioni russe (1905, febbraio 1917, ottobre 1917)” (enfasi nostra).16

 

La rivoluzione permanente nel secondo dopoguerra

Il processo rivoluzionario di liberazione nazionale che si aprì nel mondo coloniale dopo la Seconda guerra mondiale avveniva in una combinazione di condizioni interne ed internazionali che lo stesso Trotskij, ucciso da un sicario stalinista nell’agosto del 1940, non aveva potuto prevedere e a cui fu Ted Grant a dare una chiave di lettura, sviluppando la teoria della rivoluzione permanente nel nuovo contesto.

A livello internazionale, da un lato l’imperialismo era impossibilitato a contenere questi processi rivoluzionari con la forza delle armi, dall’altro l’esito della guerra determinava il rafforzamento dell’Urss, ormai degenerata ad un regime di bonapartismo proletario in cui la base sociale di un’economia nazionalizzata e pianificata conquistata con la rivoluzione d’Ottobre era sotto il controllo oppressivo di una casta burocratica e non sotto quello democratico dei lavoratori. Inoltre, l’occasione rivoluzionaria che si era presentata alla fine della guerra nell’Europa occidentale era rifluita per il ruolo nefasto dei partiti socialdemocratici e stalinisti, ritardando la prospettiva dell’abbattimento del capitalismo nei paesi più avanzati.

Rispetto ai rapporti di forza all’interno della società, la maggior parte dei paesi coloniali erano caratterizzati da un’estrema debolezza sia da parte della borghesia nazionale che del proletariato, che quindi non poteva giocare il ruolo che la teoria della rivoluzione permanente, così come elaborata da Trotskij, gli attribuiva; allo stesso tempo i compiti di sviluppare le forze produttive resistendo alle pressioni dell’imperialismo si ponevano in maniera urgente, la situazione non poteva rimanere in stallo.

Dove una classe entra tardivamente in scena ed è incapace di giocare il ruolo che la storia esige, tale ruolo viene svolto da altre classi e forze sociali.”17 Se il proletariato non è in grado di risolvere i nodi della rivoluzione borghese, non è escluso che altre classi possano emergere per farlo. In Germania e in Giappone, ad esempio, questi furono assunti dall’aristocrazia feudale.

Nei paesi coloniali del secondo dopoguerra emerse invece un settore della società costituito da militari, strati alti della piccola borghesia, intellettuali, che si mise alla guida della rivoluzione basandosi sui metodi della guerriglia contadina. Di fronte all’ardua sfida di sviluppare le forze produttive smarcandosi dal giogo imperialista, queste direzioni vennero irresistibilmente attratte dall’esempio di successo rappresentato dall’Urss dove, nonostante la degenerazione burocratica, la nazionalizzazione e la pianificazione dell’economia avevano spinto lo sviluppo economico ed industriale a tassi di crescita altissimi. Procedendo sulla strada delle nazionalizzazioni, in diversi paesi, a cominciare dalla Cina nel 1949, queste direzioni si spinsero fino all’esproprio totale della borghesia nazionale e imperialista, abbattendo il capitalismo e dando vita a regimi di bonapartismo proletario ad immagine e somiglianza dell’Urss… la teoria della rivoluzione permanente si dispiegava in una forma distorta.

Etiopia, Mozambico, Angola, Siria, Birmania, Cuba, ma anche Algeria ed Egitto che pur non arrivarono alla nazionalizzazione completa… “è impressionante la monotonia con cui compaiono queste tendenze in tutti i paesi”.18 La forza travolgente di questa tendenza generale non escludeva tuttavia la presenza di eccezioni come l’India, dove la borghesia era stata in grado di mantenere un equilibrio, per quanto precario, nella forma di regimi democratici, e il proletariato era più sviluppato.

La forza numerica del proletariato è tuttavia solo un aspetto della questione, anche nella Russia del 1917 esso rappresentava una minoranza della popolazione; la differenza era nel suo livello di organizzazione e di coscienza che si esprimeva nella sua direzione, il partito bolscevico. Ted Grant non escludeva che in presenza di un partito proletario con le giuste idee si potessero produrre rivoluzioni “sane”, cioè non deformate in partenza su linee burocratiche, tuttavia spiegava: “anche la vittoria di un partito marxista, che conoscesse e capisse il processo di deformazione e degenerazione della Russia, della Cina e degli altri paesi, non basterebbe a impedire la deformazione su linee staliniste, dato l’attuale rapporto delle forze mondiali”.19 Solo la ripresa di processi rivoluzionari nei paesi a capitalismo avanzato avrebbe potuto imprimere alla rivoluzione coloniale una direzione diversa rispetto al bonapartismo.

 

Dal bonapartismo proletario alla restaurazione capitalista

Come ammoniva Trotskij, gli schematismi rispetto alla formula della rivoluzione permanente possono essere pericolosi; se si riducessero le prospettive per i paesi arretrati o ex coloniali all’alternativa tra l’abbattimento del capitalismo e il permanere in una condizione di arretratezza e subordinazione all’imperialismo, sarebbe difficile spiegare come abbiano fatto la Cina e la Russia a trasformarsi da Stati operai deformati a Stati capitalisti che competono nell’economia mondiale e giocano un ruolo imperialista su scala regionale, e non solo. Trotskij nel 1936 aveva previsto che l’Urss si sarebbe trovata di fronte al bivio tra una rivoluzione politica per mano della classe operaia, con il rovesciamento della burocrazia e il mantenimento della base nazionalizzata dell’economia, e una restaurazione del capitalismo che avrebbe comportato “un crollo catastrofico dell’economia e della cultura”.20 La seconda di queste due ipotesi è esattamente quella che si è verificata negli anni ’90. Ma per quanto il processo di restaurazione capitalista sia avvenuto in modo convulso e senza controllo da parte della burocrazia, generando inizialmente una situazione di caos e di profonda crisi, questo partiva ereditando una base industriale sviluppatasi in decenni di economia nazionalizzata e pianificata, che oggi fa della Russia un paese capitalista in grado di costruire attorno a sé la sua sfera di influenza, a volte riuscendo perfino a tener testa all’imperialismo americano (come si è visto con le vicende della guerra in Siria).

Per molti versi ancora più fenomenale è stata la trasformazione della Cina, diventata una potenza economica avendo potuto avvantaggiarsi non solo dello sviluppo reso possibile dalla base nazionalizzata dell’economia, ma anche dell’esempio sovietico di restaurazione capitalista, un monito che ha suggerito alla burocrazia cinese di controllare il processo dall’alto esercitando un pesante ruolo da parte dello Stato.

Se la Cina e la Russia un secolo fa potevano essere considerate economie arretrate e sottomesse all’imperialismo, decenni di sviluppo come Stati operai, per quanto deformati, hanno fatto sì che la restaurazione del capitalismo non abbia significato il ritorno alla “casella zero”.

Le definizioni e le caratterizzazioni delle nazioni non sono scolpite nella roccia ma devono adeguarsi allo sviluppo degli eventi. Gli stessi Stati Uniti sono stati una colonia oppressa. La loro espansione capitalistica, anziché seguire una dinamica “classica” come nei paesi europei, si è dispiegata secondo la legge dello sviluppo diseguale e combinato come in ogni altro paese sceso in ritardo nell’arena del capitalismo mondiale, con tutte le contraddizioni che questo poteva comportare.21

 

Venezuela, rivoluzione permanente o rivoluzione incompiuta?

Nel primo decennio degli anni 2000, l’America Latina veniva attraversata da un’ondata rivoluzionaria che la rendeva il baricentro della rivoluzione mondiale; dall’Argentina all’Ecuador, dalla Bolivia al Venezuela, la necessità di affrontare i problemi lasciati irrisolti dai tempi della liberazione nazionale del XIX secolo, chiamava ancora una volta in causa i nodi posti dalla teoria della rivoluzione permanente.

Il processo fu catalizzato da una crisi economica che a partire dalla fine degli anni ’90 colpì tutto il Sud America, provocando una scia di fermento nel continente, con scioperi e movimenti di protesta di massa che in diversi paesi determinarono delle vere e proprie situazioni rivoluzionarie. In Argentina, Bolivia, Ecuador queste vennero fatte rifluire sul piano istituzionale con la vittoria elettorale di partiti di sinistra o populisti di sinistra (Kirchner in Argentina, Morales in Bolivia, Gutierrez in Ecuador), in Venezuela invece fu l’elezione a presidente del colonello Hugo Chavez nel 1998 a fungere da catalizzatore per il processo rivoluzionario che divenne un faro per tutto il continente latinoamericano.22

Chavez, che rappresentava una tendenza piccolo borghese proveniente da un settore progressista dell’esercito, cominciò ad implementare un classico programma democratico nazionale: parziale riforma agraria, indipendenza del paese dall’influenza imperialista, lotta al sottosviluppo (analfabetismo di massa, mortalità infantile, ecc.), maggior controllo sulle risorse nazionali (petrolio, pesca, ecc.). Un programma di sviluppo di un capitalismo nazionale che, andando a colpire l’oligarchia latifondista e gli interessi imperialisti, trovò il più accanito e feroce nemico nella classe sociale che per prima lo avrebbe dovuto difendere: la borghesia venezuelana.

I problemi posti dalla rivoluzione venezuelana la ponevano classicamente sul piano della rivoluzione permanente, ma con una classe operaia relativamente debole e sotto la direzione storica di partiti e sindacati opportunisti che si erano spostati sempre più a destra, a dirigere il processo non c’era il proletariato organizzato ma appunto una direzione piccolo borghese.

Ogni tentativo dell’oligarchia di rimuovere Chavez (con la benedizione di Washington) – il colpo di Stato del 2002, la serrata padronale dell’inverno 2002-2003, il referendum revocatorio del 2004 – venne puntualmente sconfitto dalla mobilitazione delle masse, ma questa aperta aggressività, insieme ad un costante boicottaggio economico, denunciava la vitale necessità di espropriare le leve dell’economia per mettere in sicurezza le conquiste fin lì ottenute e far avanzare il processo rivoluzionario.

All’interno del movimento bolivariano si consumava uno scontro quotidiano tra la componente riformista, costituita dalla destra della burocrazia, intenzionata a muoversi esclusivamente entro i limiti del capitalismo, e quella rivoluzionaria, radicata per lo più nelle avanguardie operaie che spingevano verso le nazionalizzazioni. Chavez oscillava tra le due, avvicinandosi in alcuni momenti alle posizioni dei marxisti, ma senza mai trarne tutte le conseguenze.

Una nazionalizzazione dell’economia condotta per iniziativa dell’apparato statale, seppur con l’appoggio entusiastico delle masse proletarie, avrebbe configurato con ogni probabilità un regime di bonapartismo proletario come quelli analizzati da Ted Grant, ma il crollo dell’Urss e la restaurazione del capitalismo in Cina avevano fatto venir meno dei modelli che fungessero da poli di attrazione e parallelamente da basi d’appoggio. Cuba, piccola ed economicamente debole, non poteva ovviamente giocare questo ruolo, anzi, per una fase fu la rivoluzione venezuelana a rappresentare uno stimolo a mantenere viva la tradizione rivoluzionaria nell’isola contro le tendenze pro-capitaliste.

Allo stesso tempo, l’accanito atteggiamento nei confronti di Chavez da parte dell’oligarchia venezuelana, senza l’emergere neppure dell’ombra di un settore disposto a scendere a patti, rendeva impraticabile l’idea di un compromesso pacifico con qualche partito borghese, lo scenario che Trotskij aveva ipotizzato per la Cina all’inizio degli anni ’30.

Il risultato di questo processo rivoluzionario incompiuto è stato la stabilizzazione per circa diciotto anni di un regime di democrazia parlamentare basato sull’appoggio attivo delle masse rivoluzionarie, con una componente piccolo borghese egemone rispetto a quella proletaria e un programma che non avrebbe superato i limiti del capitalismo, un quadro simile a quello che Lenin aveva prospettato per la Russia nel 1905, nella forma di una “dittatura democratica del proletariato e dei contadini”.

Se è vero che, in riferimento alla Russia e alla Cina, Trotskij negava categoricamente che i contadini e la piccola borghesia in generale potessero giocare un ruolo indipendente rispetto alla borghesia e al proletariato, è vero anche che questa valutazione poggiava su delle basi materiali (la dispersione geografica, l’eterogeneità nei rapporti di proprietà della terra). Il mantenimento della rivoluzione venezuelana entro i limiti del capitalismo sotto una direzione piccolo borghese ha trovato questa base materiale nelle caratteristiche di un’economia prevalentemente petrolifera in un contesto internazionale di alti prezzi del petrolio che hanno garantito quel respiro necessario per resistere per un lungo periodo al boicottaggio economico da parte della borghesia. Non a caso l’inversione di tendenza nei rapporti di forza tra il regime bolivariano e l’opposizione, che oggi è maggioranza parlamentare, ha avuto una precipitazione proprio con il venir meno di questo fattore in concomitanza della crisi economica internazionale scoppiata nel 2008.

Il paragone con la dittatura democratica così come era stata intesa da Lenin prima del 1917 non va tuttavia inteso come la mera applicazione di un’immagine statica, quello che descrive è infatti il risultato della lotta tra forze vive tra l’ala rivoluzionaria e l’ala riformista all’interno del movimento bolivariano.

Una situazione simile si era già verificata in Nicaragua,23 con la rivoluzione del 1979 che non arrivò mai a completare le nazionalizzazioni e che rifluì, come oggi vediamo in Venezuela, per via parlamentare all’inizio degli anni ’90. Ci sono comunque delle differenze rispetto al Venezuela: la minore durata del processo da un lato e la disponibilità della borghesia nicaraguense a corrompere e cooptare i settori di destra del movimento sandinista, cosa che fino ad ora in Venezuela non si è verificata. Singolarmente, il fatto che ci fosse ancora l’Urss ha giocato un ruolo di freno più che di stimolo all’esproprio totale della borghesia, dato che la burocrazia di Mosca, che mai ha visto di buon occhio le rivoluzioni in altri paesi, è riuscita in Nicaragua a lavorare attivamente per impedire l’approfondimento del processo prima che fosse troppo tardi.

Il fatto che in Venezuela questo equilibrio precario si sia protratto per un periodo lungo quasi vent’anni, facendo rimanere il processo rivoluzionario a mezz’aria, senza né abbattere il capitalismo né essere sconfitto apertamente, è stato il risultato di una nuova peculiare combinazione di fattori concreti con cui si sono dovuti misurare i nodi posti dalla teoria della rivoluzione permanente.

La sopravvivenza del capitalismo in Venezuela ha lasciato irrisolti tutti i principali problemi del paese, la loro soluzione richiederà futuri sviluppi rivoluzionari in cui le masse potranno fare tesoro dell’esperienza di una rivoluzione incompiuta, così come il 1905 russo fu solo un banco di prova per il 1917.

 

La rivoluzione è internazionale o non è

Spesso viene ricordato come ultimo punto della teoria della rivoluzione permanente, ma Trotskij considerava il carattere internazionale della rivoluzione come un aspetto imprescindibile. In ultima istanza, la sua elaborazione nel 1905 indicava quale avrebbe potuto essere, in quel momento, la punta più avanzata di un processo che per i marxisti deve necessariamente essere internazionale, per le stesse caratteristiche di sviluppo del sistema capitalista. Non solo, la possibilità che il primo paese ad abbattere il capitalismo fosse un paese arretrato rendeva stringente la rivoluzione nei paesi avanzati, pena lo strangolamento della rivoluzione (come la degenerazione burocratica dell’Urss ha drammaticamente confermato).

In ogni fase storica, le contraddizioni che il capitalismo non è in grado di risolvere si esprimono in maniera diversa in paesi diversi, in base a molteplici fattori: i rapporti economici mondiali, le relazioni internazionali tra le potenze, i rapporti di forza interni alla società, ecc. Se all’inizio degli anni 2000 i processi rivoluzionari su scala mondiale erano concentrati in America Latina, oggi vediamo come il vecchio continente stia tornando al centro della scena, in una situazione di fermento, instabilità politica e spostamento a sinistra nella società molto simile a quella che caratterizzò l’Europa negli anni ’30. La prospettiva è ribaltata e pone il compito della rivoluzione mondiale su un terreno più favorevole, se saremo in grado di costruire i partiti rivoluzionari necessari per non disperdere le occasioni che si presenteranno.

Questo non vuol dire che la teoria della rivoluzione permanente debba essere relegata agli archivi, tutt’altro: la crisi del 2008 pur con tempi diversi sta dispiegando ovunque i suoi effetti e in diversi paesi in Asia, America Latina, Africa, Medio Oriente, le rivendicazioni di carattere democratico rimangono tuttora all’ordine del giorno. Il compito di fronte al quale ci troveremo sarà quello di sapere utilizzare gli strumenti teorici che la teoria di Trotskij ci ha fornito per analizzare e comprendere gli sviluppi concreti, indagando la realtà e non sovrapponendo ad essa degli schemi precostituiti.

 

 

 

Note

1. Lev Trotskij, La rivoluzione permanente, AC Editoriale, 2004, p. 270.

2. Lev Trotskij, Storia della Rivoluzione russa, Oscar Mondadori, 1969, p. 19.

3. “La borghesia liberale, esprimendo i suoi desideri per bocca dei capi del cosiddetto ‘partito democratico costituzionale’, non esige l’abbattimento immediato del governo zarista, non avanza la parola d’ordine del governo provvisorio e non insiste perché siano date garanzie reali di elezioni completamente libere e regolari e perché l’assemblea dei rappresentanti possa diventare veramente popolare e veramente costituente”, Lenin, Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica (luglio 1905), in Opere complete, Editori riuniti, 1960, vol. 9, p.15.

4. “Attualmente il proletariato russo costituisce la minoranza della popolazione della Russia. Solo quando si unirà con la massa dei semiproletari, cioè con la massa piccolo borghese dei poveri della città e della campagna, potrà diventare la stragrande, la schiacciante maggioranza. E una simile composizione della base sociale di un’eventuale e auspicabile dittatura democratica rivoluzionaria si rifletterà, senza dubbio, sulla composizione del governo rivoluzionario, renderà inevitabile la partecipazione ad esso, o addirittura la prevalenza in esso, dei più eterogenei rappresentanti della democrazia rivoluzionaria. Sarebbe molto dannoso farsi a questo riguardo illusioni di qualsiasi specie”, Lenin, La socialdemocrazia e il governo rivoluzionario provvisorio (aprile 1905), in Opere complete, Editori riuniti, 1960, vol. 8, p. 264-265.

5. Lev Trotskij, Classi sociali e rivoluzioni. Bilanci e prospettive, Edizioni Ottaviano, 1976, p 81.

6. “Non l’ho mai intesa [la teoria della rivoluzione permanente, Ndt] come una dottrina universale, applicabile in generale a qualsiasi sviluppo, una ‘teoria sovrastorica’; per usare un’espressione di Marx: ‘il concetto della rivoluzione permanente fu applicato da me ad un preciso stadio dello sviluppo storico della Russia’”, Lev Trotskij, Discorso al VII Plenum allargato del Comitato esecutivo della Terza Internazionale, novembre-dicembre 1926, cit. in Neil Davidson, How revolutionary were the bourgeois revolutions?, Haymarket books, 2012, p. 252 (traduzione nostra).

7. Lenin, Rapporto della commissione sulle questioni nazionale e coloniale (26 luglio 1920), in Lenin, Opere scelte, Edizioni Progress, 1978, p. 622.

8. Lev Trotskij, Peasant war in China and the proletariat, (22 settembre 1932, traduzione nostra), disponibile su https://www.marxists.org/archive/trotsky/1932/09/china.htm 

9. Lev Trotskij, ibidem.

10. Lev Trotskij, ibidem.

11. Lev Trotskij, Discussione sull’America latina (4 novembre 1938), in Opere scelte, vol.9, La Quarta Internazionale: il Programma di transizione, Prospettiva edizioni, 1997, p. 205.

12. Lev Trotskij, ibidem, p. 206.

13. Con l’espressione “fronti popolari” ci si riferisce a governi di collaborazione di classe tra i partiti borghesi e i partiti socialdemocratici e comunisti, in particolar modo a quelli che si formarono in Spagna e in Francia nell’estate del 1936, la cui funzione storica fu quella di subordinare il proletariato alla borghesia per soffocare le situazioni rivoluzionarie che si svilupparono in questi paesi (guerra civile spagnola, movimento di scioperi e occupazione delle fabbriche in Francia).

14. Lev Trotskij, ibidem, p. 208.

15. Per rivendicazioni transitorie si intendono i punti del programma con cui i marxisti rispondono alle esigenze della situazione politica immediata, ponendo a partire da queste un “ponte” verso la necessità della rivoluzione socialista.

16. Lev Trotskij, Il Programma di transizione, AC Editoriale, 2008, p. 24.

17. Ted Grant, La rivoluzione coloniale e la rottura tra Cina e Urss, in Il lungo filo rosso, AC Editoriale, 2007, p. 501.

18. Ted Grant, ibidem, p. 480.

19. Ted Grant, ibidem, p. 483.

20. Lev Trotskij, La Rivoluzione tradita, AC Editoriale, 2000, p. 295.

21. Ad esempio Trotskij nel 1933 spiegava come la base sociale del capitalismo statunitense fosse ancora contadina e come questa venisse messa in pericolo dalla stessa penetrazione imperialista del mercato mondiale da parte degli Usa: “Gli Stati Uniti subentrano all’Europa nel mercato mondiale, diventano dominanti in Cina e in India: come prospettiva storica, come variante, e soprattutto come analisi teorica, questa può essere accettata come altre. Ma cosa succede quando il capitale comincia il suo lavoro lì? Questi paesi diventano subito esportatori di prodotti agricoli. Faranno fuori completamente il contadino americano. (…) L’Inghilterra ha sacrificato i suoi contadini nell’interesse del suo capitalismo. Perché l’America non può fare lo stesso? (…) Quando la rivoluzione comincerà, il capitalismo americano sarà costretto a fare di tutto per mantenere i contadini. Ma per allargare e approfondire il suo sviluppo l’America dovrà sacrificare i suoi contadini. È una grande contraddizione”, Lev Trotskij, Uneven and combined development and the role of american imperialism, Minutes of a discussion (4 marzo 1933), in Writings of Leon Trotsky 1932-33, Pathfinder Press, 1972, p.117-118.

22. Per un approfondimento sulla rivoluzione venezuelana si veda: Alan Woods, La rivoluzione venezuelana, una prospettiva marxista, AC Editoriale, 2005.

23. Per un approfondimento sulla rivoluzione sandinista in Nicaragua si veda il testo del settembre 1996: Nicaragua, una rivoluzione che non si completò, corredato da una introduzione del giugno 2016 (http://marxismo.net/index.php/teoria-e-prassi/storia-delle-rivoluzioni/184-nicaragua-una-rivoluzione-che-non-si-completo).