Ripubblichiamo un articolo scritto a cinque anni dalla scomparsa del rivoluzionario britannico Ted Grant, il cui pensiero e la cui attività politica rappresentano un patrimonio teorico per la Tendenza marxista internazionale.

 

di Roberto Sarti

 

Ricorre nel luglio di quest’anno il quinto anniversario della morte di Ted Grant. Diversi nostri lettori forse leggeranno questo nome per la prima volta, tuttavia Ted Grant è stata una figura fondamentale nello sviluppo del pensiero marxista nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale.

Principale teorico della sezione britannica della Quarta Internazionale negli anni quaranta (Rcp, Revolution communist party), dopo essere stato espulso da essa, è stato uno dei principali promotori del Comitato per un’Internazionale operaia (Cwi) poi diventato Tendenza marxista internazionale: il movimento internazionale a cui FalceMartello fa riferimento.

La piena maturazione politica di Ted Grant avviene tra la fine della guerra mondiale e l’immediato dopoguerra. Con la sconfitta del nazismo, la vittoria dell’Armata rossa e l’emergere degli Stati Uniti d’America come incontrastata potenza capitalista nel pianeta, uno scenario totalmente nuovo si apriva dinnanzi all’umanità. Allo stesso tempo, le rivoluzioni mancate in Italia o in Francia, e quelle represse nel sangue come in Grecia fornivano la possibilità di una relativa stabilizzazione per le classi dominanti del continente.

 

Un mondo nuovo

Questo scenario che oggi assumiamo come scontato, non lo era affatto per i rivoluzionari dell’epoca. Particolarmente la Quarta Internazionale, l’organizzazione fondata da Trotskij nel 1938, continuava a basarsi sulla previsione sviluppata da Trotskij nel 1938, secondo cui in caso di guerra mondiale “non una pietra sarebbe rimasta delle organizzazioni staliniste e socialdemocratiche”. La previsione di Trotskij si rivelò sbagliata, ma bisogna ricordarsi come Trotskij concepisse questo scenario sulla base del fatto che la Quarta Internazionale emergesse come una forza di massa dal conflitto bellico. Ma le sezioni nazionali della Quarta non compirono alcun salto di qualità e rimasero piccoli gruppi, sostanzialmente ai margini del movimento operaio. A parziale giustificazione ricordiamo la repressione messa in atto dalla classe dominante, come negli Usa, con centinaia di militanti del Swp (la sezione americana) incarcerati per “attività sovversive” e la caccia alle streghe operata dagli stalinisti. Il problema principale dei dirigenti della Quarta Internazionale, tuttavia fu che considerarono le previsioni di Trotskij come un oracolo e non come delle prospettive condizionali, soggette a revisione. Concepivano il marxismo come un dogma e non come una guida per l’azione.

Lo stalinismo e la socialdemocrazia si erano rafforzati e non indeboliti alla fine della Seconda guerra mondiale. Prendiamo l’esempio della Gran Bretagna, dove Ted Grant operava. I lavoratori britannici decisero di riporre la propria fiducia nel Partito laburista che ottenne una vittoria schiacciante nelle elezioni del 1945. Mentre negli anni ’30 i governi socialdemocratici e di fronte popolare erano del tutto instabili (basti considerare l’esempio del fronte popolare in Francia), l’esecutivo di Attlee, il Pimo ministro laburista, godette subito di grande popolarità: intraprese una serie di nazionalizzazioni di fabbriche in crisi e introdusse il servizio sanitario nazionale. Rispetto agli enormi profitti che i capitalisti britannici avevano fatto durante la guerra e nel periodo immediatamente successivo queste riforme erano briciole, e alcune nazionalizzazioni erano necessarie per il funzionamento di un’economia in declino come quella inglese, ma il lavoratore che aveva votato laburista vedeva che le riforme promesse questa volta venivano effettivamente realizzate. Quest’esperienza, ripetutasi in altri paesi, avrebbe rafforzato il riformismo per tutto un periodo storico.

Ciò che si stava realizzando era una stabilizzazione del sistema capitalista, una vera e propria “controrivoluzione in forma democratica”, come descritto da Ted Grant già nel 1946:

È possibile che l’imperialismo riesca a stabilizzare regimi di democrazia borghese in alcuni paesi grazie al sostegno dello stalinismo e del riformismo classico. (…) A dire il vero non hanno altra scelta: gli sconvolgimenti portati dalla guerra e dal fascismo non lasciano alcuna base di massa per la reazione nell’immediato futuro” (Ted Grant, Il lungo filo rosso, scritti scelti 1942-2002, AC Editoriale 2007, pag. 314, enfasi dell’autore).

Questa possibilità era stata contemplata da Trotskij in una lettera ai tre membri dell’ufficio politico del Pcd’I che si schierarono con l’opposizione di sinistra, Leonetti, Tresso e Ravazzoli (e che dal partito erano stati espulsi nel 1930), considerando le opzioni possibili dopo la caduta del fascismo:

Ci fu in Germania nel 1918-1919 una rivoluzione proletaria che, privata di direzione, fu ingannata, tradita e schiacciata. Ma la controrivoluzione borghese si vide costretta ad adattarsi alle circostanze risultanti da questa sconfitta della rivoluzione proletaria, e da ciò nacque una Repubblica parlamentare “democratica”. La stessa eventualità – più o meno – è esclusa per l’Italia? No, non è esclusa. (…) Se anche questa volta [la rivoluzione] non fosse destinata a trionfare (debolezza del Partito comunista, manovre e tradimento dei socialdemocratici, dei massoni, dei cattolici) lo Stato di transizione che la controrivoluzione borghese si vedrà allora costretta a stabilire sulle rovine del suo potere sotto forma fascista, non potrà essere altro che uno Stato parlamentare e democratico” (Lev Trotskij, Scritti sull’Italia, Edizioni Controcorrente, 1979, pag. 187-188).

La novità rispetto a questa prospettiva delineata nel 1930 era che un simile sviluppo non si applicava solo ai paesi usciti dalle dittature fasciste ma a tutta l’Europa. Ted Grant e compagni parlavano correttamente di “controrivoluzione” perché si chiudeva il capitolo dell’avanzata del movimento operaio e partigiano in paesi come l’Italia, la Francia, la Grecia. Tale controrivoluzione non sarebbe stata possibile senza il ruolo di appoggio cosciente alle rispettive borghesie dato dai vertici dei partiti socialisti e comunisti.

Emblematico l’esempio italiano, con il Partito comunista italiano che entra nel governo Badoglio (ex generale del periodo fascista) nel 1944 per rimanerci fino al 1947, cacciato da De Gasperi quando, esaurita la grande ondata rivoluzionaria e ricostruite le strutture dello Stato borghese, i comunisti non erano più necessari al governo per placare le masse.

 

Il boom economico

Un elemento decisivo per la stabilizzazione post Seconda guerra mondiale fu la crescita economica. Anche in questo caso, lo scenario era cambiato. Un paese era uscito dominante dal conflitto, gli Stati Uniti d’America che nel 1945 potevano godere di una posizione che non si presentava da almeno cinquant’anni nell’economia capitalista. Washington produceva la metà della produzione mondiale e deteneva il 75% delle riserve auree. Su queste basi potè imporre al resto del mondo il dollaro come moneta di scambio internazionale ed avviare un gigantesco piano di ricostruzione dell’Europa occidentale, denominato “Piano Marshall”.

Scriveva Grant nel 1946: “Oggi in Europa esistono tutte le condizioni classiche per una ripresa: carenza di beni capitali, carenza di prodotti agricoli, carenza di beni di consumo. Così come la ripresa economica segue la crisi che non abbia portato al rovesciamento del sistema, così al caos attuale seguirà il ristabilimento delle forze produttive, anche su basi capitaliste. (…) Tutti i fattori su scala europea e mondiale indicano che l’attività economica in Europa occidentale nel prossimo periodo non sarà di ‘stagnazione e recessione’ bensì di ripresa ed espansione” (Ted Grant, op.cit. pag 324).

Naturalmente i compagni attorno a Ted Grant non potevano prevedere che il boom capitalista potesse durare 25 anni, ma riuscirono a cogliere la novità della situazione economica perché comprendevano come funzionava il ciclo dell’economia capitalista. Non può esistere nulla come la “crisi finale del capitalismo”. Il sistema capitalista, se non viene abbattuto, troverà sempre il modo per sopravvivere anche alla crisi più profonda. Nel caso concreto che stiamo affrontando, la borghesia attraverso la guerra aveva distrutto una quantità immensa di forze produttive, che ora era nelle condizioni di ricostruire.

Questa polemica non era nuova, ma era già stata affrontata da Lenin e Trotskij nei primi anni della Terza Internazionale. L’idea che il capitalismo potesse implodere su se stesso, lasciando la strada al socialismo quasi automaticamente, fu sviluppata da Stalin durante la svolta settaria del “Terzo periodo”. Ora veniva ripresa anche dai dirigenti della Quarta Internazionale, quando insistevano sul concetto che, anche in caso di ripresa ci fosse un tetto, un “limite alla produzione” per l’economia capitalista.

La realtà smentiva tali postulati, e il compito dei comunisti è intervenire nella realtà così come si configura davanti a sé, e non di plasmarne una rappresentazione a proprio uso e consumo.

L’avvio di un periodo di ripresa capitalista non eliminava affatto lo scontro di classe, ma delineava dei compiti diversi per i marxisti.

Per quanto riguardava i conflitti militari, l’ascesa di un’unica grande superpotenza nel mondo capitalista faceva sì che una nuova guerra mondiale era esclusa per tutto un periodo, ancor di più dopo la dotazione anche da parte dell’Unione sovietica della bomba atomica, in quanto una nuova guerra avrebbe comportato non solo la distruzione di questo o quel mercato nazionale, ma dell’intero pianeta.

Questo non significava che non si sarebbero verificate guerre anche molto cruente nei decenni successivi, anzi nei paesi che si liberavano dal giogo coloniale, dalla Corea in poi, ciò divenne praticamente la norma. Ma una terza guerra mondiale era esclusa e si poteva sviluppare solo sulla base di una serie di sconfitte epocali della classi operaie nei paesi avanzati, che però non erano all’orizzonte.

Anche su questo l’errore di valutazione dei vertici della Quarta Internazionale fu di non poco conto. Credendo che una Terza guerra mondiale sarebbe stata imminente, i dirigenti della Quarta Internazionale svilupparono in maniera estrema e distorta la posizione di appoggio critico all’Urss difesa da Trotskij durante il secondo conflitto mondiale. Secondo loro da questa guerra, che avrebbe assunto i contorni di una guerra nucleare, l’Unione sovietica sarebbe uscita vittoriosa e avrebbe portato il socialismo a livello planetario. Lo Stato stalinista si sarebbe autoriformato, e quindi quale diventava il ruolo della Quarta Internazionale? Quello di un fiancheggiatore, seppur “critico” dei regimi dei paesi dell’Est.

Questa posizione teorica che implicava a medio termine la liquidazione dell’organizzazione, difesa dal gruppo attorno a Pablo, un dirigente greco della Quarta, fu poi sconfitta a metà degli anni ’50, ma le conseguenze sulla tattica delle sezioni della Quarta Internazionale rimasero. I gruppi trotskisti dovevano infatti applicare una tattica di “entrismo profondo” nei confronti dei partiti comunisti e socialdemocratici, nascondendo le critiche alla direzione di questi partiti e adattandosi alle posizioni della sinistra riformista. Anche in Italia la locale sezione della Quarta Internazionale perseguì questa linea per quasi vent’anni, per uscire dal Pci quanto esplosero le contraddizioni interne, nel 1969, mentre la logica di adattamento alle posizioni di “sinistra” provocò una scissione maggioritaria che contribuì a costituire Avanguardia operaia.

 

Marxismo o keynesismo?

Da una posizione secondo cui non sarebbe stato possibile alcuno sviluppo del capitalismo, i dirigenti della Quarta passarono all’errore opposto, quando negli anni ’60, abbagliati dal boom capitalista che durava da vent’anni, credettero che il capitalismo avrebbe potuto risolvere le proprie contraddizioni attraverso una politica keynesiana.

Dal punto di vista dei suoi effetti anti-ciclici sia l’enorme sviluppo della spesa militare (delle spese pubbliche in genere) sia l’enorme sviluppo delle assicurazioni (previdenza) sociali svolgono un ruolo identico ‘nell’ammortizzare’ la violenza delle crisi e nel caratterizzare il neocapitalismo” (E. Mandel “Che cos’è la teoria marxista dell’economia”, Ediz. Samonà e Savelli 1972, pag. 82).

Mandel aveva subíto una vera e propria infatuazione nei confronti delle teorie keynesiane, tanto da affermare nella sua opera principale riguardante i temi economici:

Gli elementi positivi nella ‘rivoluzione keynesiana’ non devono essere contestati. Del resto, almeno oggettivamente, costituiscono in generale un ritorno alle concezioni classiche, se non alle concezioni di Marx” (E. Mandel, Trattato marxista di economia, vol. 2, Erre emme edizioni, 1997, pag. 1.154).

A questo aveva già ribattuto Ted Grant nel 1960, in pieno boom economico, svelando tutte le contraddizioni di tali politiche:

D’altro canto le varie ‘soluzioni’ keynesiane per questo problema sono fondamentalmente malsane. Se attraverso una politica di indebitamento pubblico (…) lo Stato spende denaro che in effetti non possiede, significa che ci sarà inflazione della moneta e dopo un periodo di tempo questo riporterà a quanto detto in precedenza riguardo la distribuzione del reddito nazionale (vale a dire una contrazione della parte destinata alla classe lavoratrice, Ndr), con la sola differenza che la crisi sarebbe aggravata dalla rovina della moneta” (Ted Grant, op. cit., pag 459).

Questo è ciò che effettivamente avvenne con la recessione del 1973-’74, ma la convinzione dei “teorici” alla Mandel che l’accresciuto ruolo dello Stato avrebbe “impedito un nuovo 1929” portò al vero e proprio disarmo teorico dei militanti, che furono totalmente colti di sorpresa dallo scoppio della lotta di classe e delle contraddizioni capitaliste a cavallo degli anni ’60 e ’70.

Simili illusioni sul ruolo di contenimento delle crisi capitaliste che eserciterebbe l’intervento dello Stato in economia lo troviamo anche oggi nei discorsi di tanti economisti “alternativi” che tanta eco trovano a sinistra. È nostro dovere avvalerci della polemica sviluppata a suo tempo da Ted Grant per respingere queste illusioni riformiste, travolte per l’ennesima volta dall’esperienza concreta dei governi socialdemocratici o di centrosinistra nel periodo recente.

 

Gli avvenimenti in Europa orientale

Oltre alla valutazione corretta dei rapporti di forza nel mondo occidentale e del ciclo capitalista, l’apporto più rilevante allo sviluppo del pensiero marxista da parte di Ted Grant fu senza dubbio l’analisi degli avvenimenti in Europa orientale e nei paesi del mondo coloniale che si emancipavano dall’imperialismo, e la caratterizzazione dei regimi che emergevano da queste rivoluzioni.

Oggi pare quasi banale asserire che paesi come Bulgaria o Ungheria, così come, pur con altri percorsi, Cina o Cuba modellarono la propria economia sull’esempio dell’Urss, ma negli anni ’40 ciò non era affatto scontato.

In Europa orientale dopo il crollo del nazismo si costituirono governi antifascisti, le cosiddette “democrazie popolari”, dove i partiti comunisti erano alleati con partiti borghesi. A prima vista tali esecutivi potevano essere paragonati ai fronti popolari degli anni ’30, ma ne differivano profondamente in quanto le leve dell’apparato statale (l’esercito, la polizia, il potere giudiziario) non erano nelle mani della borghesia ma in quelle dell’Armata rossa. L’apparato statale era letteralmente crollato e la borghesia era scappata con i nazisti, temendo rappresaglie per la sua politica collaborazionista. Tali governi di coalizione erano stati stipulati, nelle parole di Trotskij, letteralmente con l’ombra della borghesia.

Anche se la burocrazia sovietica avesse voluto mantenere lo status quo ante (e all’inizio l’ipotesi era stata senza dubbio considerata), il compito di ricostruire da zero una classe capitalista sarebbe stato assai arduo.

Di fronte alla rottura del patto fra gli alleati attuato dagli Usa con l’espulsione dei partiti comunisti dai governi di coalizione nell’Europa occidentale, l’Urss reagì di conseguenza. Fu posto termine ai governi con l’ombra della borghesia e si procedette all’esproprio delle aziende che rimanevano nelle mani dei capitalisti.

Il fenomeno che si sviluppava in questi paesi era sostanzialmente inedito; Trotskij ne aveva prospettato la possibilità, ma naturalmente solo dal punto di vista teorico. Fu spiegato concretamente nelle parole di Stalin, in una conversazione con Milovan Gilas, un dirigente jugoslavo:

Questa guerra è diversa da quelle del passato: chiunque occupa un territorio impone anche il suo sistema sociale. Ciascuno impone il suo sistema sociale fin dove riesce ad arrivare il suo esercito; non potrebbe essere diversamente” (M. Gilas, Conversazioni con Stalin, Feltrinelli 1962, pag 121).

L’approccio di Ted Grant e del gruppo dirigente del Rcp a riguardo fu estremamente scrupoloso. Valutarono infatti diverse ipotesi:

Al principio su questo punto eravamo completamente aperti. Di fatto Haston e io originariamente avevamo considerato la possibilità che in Russia ci fosse un regime di capitalismo di Stato. Ma prima di assumere una posizione, consideravamo necessario fare un’analisi generale della situazione e ritornare sul materiale dei grandi maestri, Marx, Engels, Lenin e Trotskij e, alla luce di quanto avevano scritto, studiare concretamente gli avvenimenti in corso in Europa orientale. Questo era il solo modo di affrontare una questione dal carattere così fondamentale. Impiegai mesi solo per esaminare le opere fondamentali del marxismo. Analizzai il Capitale di Marx e gli scritti politici di Marx, Engels, Lenin e Trotskij per vedere che luce potessero fare sulla situazione” (Ted Grant, op. cit., pag 182).

Le conclusioni a cui arrivò Ted Grant sono raccolte nello scritto “La teoria marxista dello Stato” uno dei suoi maggiori contributi alla teoria marxista, un’applicazione brillante del metodo del materialismo dialettico. Il marxista di origini sudafricane spiega come nei paesi dell’Europa dell’Est si erano sviluppati degli Stati operai deformati a immagine e somiglianza dell’Urss e che la discriminante per la caratterizzazione di questi paesi era la proprietà dei mezzi di produzione.

È vero che quando lo Stato capitalista è costretto ad assorbire questo o quel settore dell’economia le forze produttive non perdono il loro carattere di capitale. Ma l’essenza del problema è che dove la statizzazione è completa la quantità si trasforma in qualità, il capitalismo si trasforma nel suo contrario” (Ted Grant, op. cit. pag 411 - 412. Il corsivo è dell’autore).

Il capitalismo era stato abolito e ciò era un aspetto progressista che i marxisti dovevano sostenere. Tuttavia i regimi che si erano costituiti erano una caricatura del socialismo: la proprietà dei mezzi di produzione era nazionalizzata ma la classe operaia era stata espropriata del controllo e della gestione sugli stessi. Era una classe che non disponeva del potere politico che era invece nelle mani della casta burocratica. Una casta parassitaria e non una classe, perché non possedeva i mezzi di produzione né rappresentava una categoria sociale necessaria in un determinato modo di produzione. In questi paesi era necessaria una rivoluzione politica per sostituire la democrazia operaia al dominio burocratico. Non una rivoluzione sociale, perché la classe operaia avrebbe conservato le basi dell’economia, che erano nazionalizzate, e dove l’anarchia del mercato era stata abolita.

Questa posizione faceva a pugni con quella difesa dai vertici della Quarta, che prima definirono questi paesi “capitalisti” e poi quando esplose lo scontro tra Stalin e Tito nel giugno1948, caratterizzarono la Jugoslavia come uno “Stato operaio relativamente sano”. In realtà non c’era alcuna differenza fondamentale tra il regime jugoslavo e quello sovietico. Tito aveva preso a modello l’Urss, ma allo stesso tempo la Jugoslavia godeva di un’indipendenza maggiore rispetto agli altri paesi dell’Europa orientale, in quanto i partigiani avevano liberato il paese da soli, senza l’aiuto dell’Armata rossa. Quest’ultima aveva soggiornato in Jugoslavia solo per un brevissimo periodo, così Stalin possedeva pochi mezzi per esercitare le sue pretese egemoniche su Belgrado, come invece poteva fare con facilità su paesi come la Polonia o la Bulgaria.

Lo scontro tra Tito e Stalin, che avvenne tra scomuniche, attacchi violenti, espulsioni e condanne sommarie, dimostrò il livello di degenerazione dei partiti “comunisti”. Si giunse in seguito ad episodi ben peggiori, come l’esplosione di un conflitto armato al confine tra Cina e Urss nel 1969. Tutto ciò confermava la previsione di Trotskij, sviluppata nel 1928, sull’inevitabile degenerazione nazionalista dei partiti comunisti come conseguenza della teoria del “socialismo in un paese solo”:

In generale, se è possibile realizzare il socialismo in un paese solo, questa teoria deve essere ammessa non solo dopo la conquista del potere, ma anche prima. Se il socialismo è realizzabile entro il quadro nazionale dell’Urss arretrata, lo è a maggior ragione nella Germania progredita.

Domani i dirigenti del Pc tedesco svilupperanno questa teoria. (…) Dopodomani sarà il turno del Pc francese. Sarà l’inizio della disgregazione della Internazionale comunista secondo la linea del socialpatriottismo. Il Pc di un qualsiasi paese capitalista, dopo aver assimilato l’idea che nel suo paese esistono tutte le premesse “necessarie e sufficienti” perché costituisca con le sue sole forze “la società socialista integrale”, non si distinguerà affatto, in ultima analisi, dalla socialdemocrazia” (Lev Trotskij, La Terza Internazionale dopo Lenin, Ediz. Samonà e Savelli 1969, pag 75-76).

La difesa del patrimonio delle idee del marxismo non era un priorità per il Segretariato della Quarta Internazionale, che appoggiò entusiasticamente Tito, mandando i propri militanti a offrire il proprio lavoro volontario per l’edificazione del socialismo in Jugoslavia.

Una confusione teorica che si sarebbe approfondita ancor di più con l’irrompere sulla scena della rivoluzione nei paesi coloniali. Ad ogni vittoria di una forza guerrigliera i casi di “trotskismo inconscio” da cui erano colpiti leader come Mao, Castro o Ho Chi Minh si moltiplicavano, salvo poi essere abbandonati nel giro di 48 ore e denunciati come “stalinisti” o “borghesi” alla prima svolta a destra.

 

Le rivoluzioni nei paesi “coloniali”

Se infatti i paesi capitalisti avanzati poterono godere di un paio di decenni di relativa pace sociale, lo scenario era totalmente differente nel cosiddetto “Terzo mondo”. In un paese dopo l’altro dell’Asia, dell’Africa o dell’America Latina la liberazione dalla dominazione coloniale o imperialista era stata caratterizzata da movimenti rivoluzionari di massa. Tali rivoluzioni non potevano seguire le linee classiche di sviluppo delle rivoluzioni borghesi del XVIII e XIX secolo in Europa o in Usa. Le borghesie nazionali erano troppo deboli e/o totalmente succubi dell’imperialismo, incapaci di giocare alcun ruolo indipendente al fine dello sviluppo di questi paesi. Nei casi estremi, come quello cubano, le multinazionali di Washington possedevano il 90 per cento dell’economia dell’isola. Su basi capitaliste questi paesi erano destinati a un perenne sottosviluppo; allo stesso tempo le masse reduci da una guerra di liberazione non potevano aspettare lunghi decenni che si formasse una borghesia sufficientemente potente da rendersi indipendente dall’imperialismo.

La pressione delle masse produceva un effetto su settori di intellettuali e di giovani ufficiali dell’esercito, che anelavano a un’indipendenza nazionale che il sistema capitalista non poteva garantire. Allo stesso tempo l’Unione sovietica era un esempio potente a cui ispirarsi.

Inoltre nel 1949 un’altra rivoluzione aveva trionfato, quella cinese. In Cina l’Armata rossa sconfisse il Kuomintang, un movimento nazionalista borghese succube delle grandi potenze imperialiste. Mao inizialmente progettava “cent’anni di capitalismo” per la Cina, ma era un compito piuttosto difficile da portare avanti, visto che la borghesia autoctona era fuggita a Taiwan e in altre parti del Sud-Est asiatico. Allo stesso tempo, a differenza della Russia nel 1917, la classe operaia aveva avuto un ruolo totalmente secondario nella rivoluzione cinese. Gli scioperi, che pure avevano avuto luogo in concomitanza con l’avanzata delle truppe di Mao, non erano stati decisivi nel crollo del regime del Kuomintang. Non fu creato alcun soviet e, una volta giunto a Pechino, il Partito comunista cinese proibì gli scioperi come uno dei primi atti del suo nuovo governo.

Così ci si trovava di fronte a un altro fenomeno che nessun marxista aveva analizzato in precedenza: una guerra contadina non solo travolgeva il vecchio regime ma abbatteva il capitalismo. Ciò avveniva tuttavia senza alcun ruolo cosciente del proletariato, e perciò fin dall’inizio in Cina si consolidò uno Stato operaio deformato. Come scrisse Ted Grant nel 1949:

Come i regimi dell’Europa dell’Est, Mao prenderà a modello la Russia. Indubbiamente ci saranno enormi progressi economici, ma le masse, sia operaie che contadine, si ritroveranno schiave della burocrazia. (…) Tuttavia è abbastanza probabile che Stalin avrà fra le mani un nuovo Tito. Mao avrà una base potente in Cina, con la sua popolazione di 400-450 milioni di abitanti e le sue risorse potenziali, oltre all’indubbio sostegno di massa di cui il regime godrà nelle sue prime fasi” (Ted Grant, op. cit., pag 367-368).

La rivoluzione cinese ha rappresentato il più grande esempio di emancipazione degli oppressi dopo la Rivoluzione d’Ottobre. È stato un potente fattore di attrazione per i leader delle rivoluzioni nei paesi coloniali che ebbero luogo nei decenni successivi. Ted Grant appoggiò questi movimenti e sottolineò che, ove il capitalismo era stato abbattuto (Cuba, Vietnam, Corea del Nord, Siria, Birmania, Angola, Mozambico, ecc.) era avvenuto un gigantesco avanzamento delle condizioni di vita delle masse.

I marxisti non si potevano tuttavia limitare a un appoggio acritico. L’impasse del capitalismo, la debolezza del fattore soggettivo (un partito realmente marxista) e l’esistenza di modelli a cui ispirarsi, avevano dato vita a dei regimi che tuttavia avevano ben poco a che fare con la società socialista prospettata da Marx e Lenin, a parte l’economia nazionalizzata e pianificata.

Lenin delineò quattro condizioni per un regime di democrazia operaia che doveva portare avanti la transizione dal capitalismo al socialismo:

1) tutto il potere ai soviet, cioè ai Consigli degli operai, dei soldati e dei contadini;

2) tutti i funzionari siano eletti e revocabili in qualsiasi momento e non ricevano un salario maggiore a quello di un operaio qualificato;

3) tutte le cariche siano a rotazione. Nelle parole di Lenin, “anche una cuoca deve poter fare il Primo ministro”;

4) nessun esercito permanente, ma la sua sostituzione con una milizia operaia.

Non si tratta di affascinanti questioni teoriche di poca importanza pratica. Ogni sistema economico funziona sulla base dell’interesse che una parte o l’intera società ha di farlo funzionare. Nel capitalismo tale ruolo è giocato dagli stessi capitalisti e dalla loro necessità di accumulare profitti. In un’economia pianificata invece questo compito spetta per forza alla classe operaia, che deve godere della facoltà di gestire, amministrare e controllare ogni istante del processo produttivo e del funzionamento dell’apparato statale. Solo in base a queste premesse una società di transizione come quella sovietica o cinese avrebbe potuto indirizzarsi verso il socialismo. Sulle basi del controllo burocratico sarebbero cresciuti sprechi e inefficienze che avrebbero alla fine portato a un impasse di queste società. Questa prospettiva delineata da Trotskij e poi da Grant si sarebbe poi concretizzata nella controrivoluzione dell’inizio degli anni ’90 che condusse al ritorno del capitalismo.

La battaglia per la difesa del ruolo centrale della classe operaia nella rivoluzione proletaria, e quindi della necessità della costruzione del partito rivoluzionario, fu l’ultima che Ted Grant e i suoi compagni condussero nella Quarta Internazionale. Presentarono un testo come sezione britannica, “La rivoluzione coloniale e la rottura tra Cina e Urss” all’ottavo congresso del Segretariato unificato della Quarta Internazionale nel 1965. Il documento non fu nemmeno distribuito ai delegati da parte dei vari Mandel e Maitan e a Ted Grant furono concessi solo pochi minuti per esporre le proprie tesi. Le tesi di Grant furono respinte e il gruppo britannico fu espulso dalla Quarta, per la terza e ultima volta.

Negli anni successivi la Quarta Internazionale pagò a caro prezzo i propri errori teorici.

Interi gruppi nazionali passarono a formare gruppi guerriglieri, come in Argentina dove l’Ejercito Revolucionario del Pueblo (Erp), uno dei principali gruppi guerriglieri del paese, fu creato dal Partido revolucionario de los trabajadores, sezione argentina della Quarta Internazionale. Una delle tattiche per costruire l’esercito guerrigliero era quello di spostare i propri militanti dalle città industriali alle “regioni liberate” dall’Erp.

In Algeria, i seguaci di Mandel appoggiarono acriticamente il Fln, definendo Ben Bella, uno dei dirigenti della rivoluzione algerina nelle sue fasi iniziali che voleva conciliare il socialismo con l’Islam, un “trotskista inconscio”.

Questi tristi esempi potrebbero continuare all’infinito. Un’altra delle conseguenze pratiche dell’appoggio acritico ad ogni movimento guerrigliero del pianeta come strumento dell’edificazione del socialismo fu la sottovalutazione del potenziale rivoluzionario della classe operaia nei paesi avanzati, ormai imborghesita da vent’anni di boom. Il Maggio francese e l’Autunno caldo italiano colsero completamente di sorpresa la Quarta Internazionale.

I successi degli anni '70 e '80

Nel frattempo, l’attenzione dedicata alla teoria e alla formazione dei quadri marxisti da parte di Ted Grant e dei compagni attorno a lui cominciò a dare dei risultati.

Nel 1964 fu lanciato un giornale, il Militant, che divenne la voce dei marxisti nel Partito laburista. Nel 1970 i marxisti conquistarono la maggioranza nei Labour Party Young Socialist, l’organizzazione giovanile laburista. Anche la Gran Bretagna fu toccata dalle lotte di classe degli anni ’70 e dalla conseguente radicalizzazione fra i lavoratori e i giovani: grazie al corretto orientamento alle organizzazioni di massa e al controllo dell’organizzazione giovanile fu possibile per i marxisti rafforzarsi rapidamente. La tendenza Militant, da essere il più piccolo dei gruppi che si rifacevano al trotskismo negli anni ’60, crebbe fino a contare 8mila militanti a metà degli anni ’80. Il Militant poteva contare tre deputati al parlamento nazionale eletti nelle file del Partito laburista. Attraverso la conquista della maggioranza del partito a Liverpool e la vittoria alle elezioni amministrative del 1983, i marxisti inoltre furono in grado di amministrare per alcuni anni il comune di questa grande città inglese e, per mezzo di una dura battaglia ingaggiata contro il governo Thatcher per ottenere necessari fondi dallo Stato, furono in grado di portare avanti riforme significative, fino a quando furono estromessi dalle proprie cariche dopo una condanna da parte della giustizia borghese nel 1987.

Decisivo per l’organizzazione della lotta di massa contro la Poll tax a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 che portò alla caduta della Thatcher, alcuni commentatori arrivarono a definire il Militant “il quarto partito della Gran Bretagna”.

Questi successi diedero alla testa a una parte del gruppo dirigente del Militant che, complici la svolta a destra operata dal Partito laburista negli anni ’80 e il relativo riflusso delle lotte operaie, decise di attuare nel 1991 una svolta settaria e di costruire un partito indipendente. Una svolta a cui Ted Grant si oppose con forza, insieme ad Alan Woods ed alla parte sana della tendenza internazionale che si era raggruppata attorno al Militant.

Ancora una volta per Ted Grant si trattava di portare avanti una battaglia per la difesa delle idee e del metodo e la condusse senza sosta, analizzando i nuovi processi, in primis le società che nascevano dal crollo dello stalinismo assieme ai militanti della nuova tendenza internazionale che si era costituita dopo la divisione con il Militant, la Tendenza marxista internazionale.

Nel suo ultimo viaggio in Italia, nel 1999, programmato per presentare il suo libro “Russia, dalla rivoluzione alla controrivoluzione”, accompagnai Ted Grant in diverse città del paese. A 86 anni la sua curiosità e i suoi interessi erano inesauribili: poteva passare da assemblee pubbliche dove si dibatteva animatamente sulla guerra imperialista contro la Jugoslavia (che aveva luogo proprio in quei giorni) fino a discussioni sulla lotta di classe e sulla vita nell’antica Roma mentre ci recavamo in visita ai Fori imperiali. Era instancabile, con osservazioni acute verso ogni domanda che gli rivolgevano i compagni, l’attenzione rivolta soprattutto verso i più giovani di loro.

Valeva per Ted Grant la frase di Publio Terenzio Afro “non ritengo a me estraneo nulla di umano”. Ma questa sua immensa cultura e conoscenza della teoria marxista e della storia del movimento operaio non la utilizzava per un suo tornaconto o per accrescere il suo prestigio personale. Era al servizio della costruzione del partito rivoluzionario del proletariato, unica salvezza dalla barbarie e dalla miseria a cui il capitalismo ci costringe.

Questo è il principale lascito di Ted Grant che vogliamo fare nostro, certi che nel nuovo periodo che si apre davanti a noi, dove lo scontro di classe si acuirà sempre più, le sue idee, le idee del marxismo, troveranno un grande ascolto tra le nuove e le vecchie generazioni di lavoratori e giovani.

luglio 2011