di David Broder

 

Il 25 aprile dell’anno scorso (2013, NdR), depositando la corona all’altare della patria, il Presidente Napolitano ha reso onore alla Resistenza con le seguenti parole: “nei momenti cruciali per il Paese, e in tempo di crisi, la memoria è fondamentale. C'è sempre molto da imparare sul modo di affrontarli: serve coraggio, fermezza e senso dell'unità, che furono decisivi per vincere la battaglia della resistenza”. Il giorno prima, quel Presidente, aveva incaricato Enrico Letta per formare un governo d’unità nazionale assieme a Silvio Berlusconi e Mario Monti. Un curioso omaggio alla lotta partigiana!

Senz’altro, la “fermezza” dei partigiani,non c’entra nulla con l’unità attuale della classe dominate nell’imporre politiche di austerity, tagli sociali e povertà di massa: al contrario, lo scopo politico della formazione partigiana più consistente a Roma durante l’occupazione nazifascista, il Movimento Comunista D’Italia, che si riconobbe nel giornale Bandiera Rossa, fu la rivoluzione socialista e non solo una generica lotta patriottica. In altre parole, non era soltanto “unità” e “fermezza” contro i tedeschi, ma totale ostilità ai Renzi, ai Berlusconi, ai Napolitano dell’epoca, cioè ai vecchi politicanti che sono diventati antifascisti all’ultima ora.

Bandiera Rossa fu un’organizzazione comunista indipendente dal Partito Comunista “ufficiale” diretto da Palmiro Togliatti e legato a Mosca. Mentre il Partito Comunista di Togliatti predicava l’unità di tutti gli italiani attraverso il Comitato di Liberazione Nazionale, cioè l’unità della classe operaia con i generali e gli industriali che non confidavano più nel loro Duce Mussolini oltre anche col re, Bandiera Rossa voleva trasformare la guerra contro il fascismo in una guerra di classe contro tutto il capitalismo. La loro non era una guerra di patrioti italiani contro la Germania, ma una lotta per cambiare l’Italia stessa. Secondo il loro giornale, volevano “instaurare una società senza classi, senza guerre, senza sfruttati e sfruttatori”. Per questa ragione, Bandiera Rossa non aderì al Comitato di liberazione nazionale, presieduto dall’ex-Premier Ivanoe Bonomi che negli anni venti aveva represso le formazione antifasciste degli Arditi del Popolo.

La lotta dei partigiani di Bandiera Rossa non fu vittoriosa: dopo aver subito una sanguinosa repressione da parte dei nazifascisti, in cui ebbero 186 morti durante nove mesi di lotta, non furono in grado di insorgere per prendere il controllo della capitale quando i tedeschi abbandonarono la città. Inoltre, dopo la liberazione di Roma per opera degli angloamericani, la loro organizzazione militare ed il loro giornale furono resi illegali, mentre le speranze di moltissimi altri partigiani vennero frustrate, grazie agli sforzi della classe dirigente italiana e degli Alleati per mantenere la continuità delle istituzioni borghesi. Napolitano ha ragione dicendo che la memoria della Resistenza è fondamentale: ma se ne si vuole trarre insegnamento, non serve la retorica grandiosa d’unità nazionale; serve invece prestare attenzione alle sue vere aspirazioni ed ai contrasti che ci furono anche dentro il campo antifascista.

 

La caduta del Duce

Dopo i grandi scioperi nelle fabbriche di Torino e Milano nel marzo del ’43 la classe dominante si fidava sempre di meno del Duce e della sua capacità di mantenere l’ordine sociale. Questi signori non volevano una crisi prolungata che potesse aprire la strada al crollo totale del loro sistema. Anche le sconfitte imponenti dell’esercito italiano nell’Africa del Nord per mano degli anglo-americani alimentarono questa preoccupazione fra i capi del regime, e lo sbarco alleato in Sicilia il dieci luglio del ’43, seguito dal bombardamento di Roma nove giorni dopo, spinse i “dissidenti” nelle alte gerarchie del regime a progettare la congiura di palazzo. La notte del 24 luglio il Grande Consiglio del Fascismo votò la sfiducia nei confronti di Mussolini; il giorno dopo, il Re ne ordinò l’arresto e incaricò il Maresciallo Badoglio – lo stratega della guerra fascista contro l’Etiopia – di formare un nuovo governo.

Il nuovo regime di ex-fascisti si dimostrò subito poco democratico. Il giorno dopo la deposizione di Mussolini ci furono manifestazioni in tutte le principali città Italiane per la pace e la liberazione dei detenuti politici. Ci fu una dura repressione contro questi cortei operai in cui morirono 93 persone. Evidentemente queste giornate dopo la caduta del Duce non furono di festa come speravano gli operai italiani.

Il regime monarchico-badogliano sapeva che l’Italia non era in grado di continuare la guerra contro gli anglo-americani, e infatti dopo pochissimo tempo iniziarono le trattative con gli Alleati per un armistizio che li trovò subito d’accordo. Come Winston Churchill scrisse al Presidente Roosevelt: “non ho la minima paura di voler riconoscere Casa Savoia o Badoglio, sempre che costoro siano uomini capaci di far fare agli italiani ciò che ci serve per i nostri scopi di guerra: scopi che verrebbero certamente ostacolati dal caos, dalla bolscevizzazione o da una guerra civile”.

Sebbene disposto a impedire la "bolscevizzazione" dell’Italia, il governo badogliano non si era preparato a contrastare un eventuale contrattacco da parte di Hitler. L’otto settembre, quando giunsero le notizie dell’armistizio tra l’Italia e gli anglo-americani, i tedeschi invasero l’Italia per difendere il loro fronte meridionale contro gli alleati. Badoglio non solo non diede l'ordine all’esercito italiano di contrastare l’invasione tedesca, ma scappò a Brindisi assieme al Re, anziché rimanere al suo posto di comando nella difesa della capitale. Nonostante avesse promesso di armare i partiti antifascisti nei giorni prima dell’Otto settembre, il governo li abbandonò senza consegnare loro nulla. Forse si può paragonare questo episodio ai primi momenti della rivoluzione spagnola del 1936, quando il governo repubblicano non mobilitò le masse contro il golpe fascista di Francisco Franco e gli operai furono costretti a recuperare le armi nelle caserme per difendersi.

La Wehrmacht occupò rapidamente quasi tutta la penisola, salvo le regioni del sud che erano già nelle mani degli anglo-americani, laddove il governo monarchico-badogliano era rimasto in piedi. Solo la popolazione romana oppose una strenua resistenza all’invasione. Il nove e dieci settembre ci fu una lotta disperata, durante la quale alcuni reparti isolati dell’esercito lottarono insieme ai civili romani contro la Wehrmacht a Porta San Paolo, al Colosseo, a Termini ed alla Magliana. Durante quei due giorni la popolazione oppose una resistenza feroce all’invasione, ma non riuscì a impedire l’occupazione tedesca della città. Questa lotta comprendeva un elemento importante di spontaneità, ma c’erano anche nuclei più organizzati. Ad esempio, svolse un ruolo decisivo nell’organizzazione il granatiere Aladino Govoni, che già nel 1940 era stato un membro del nucleo clandestino Scintilla. Govoni divenne nei mesi seguenti uno dei comandanti di Bandiera Rossa e fu assassinato nel marzo del '44.

 

La costituzione di Bandiera Rossa

Bandiera Rossa, conosciuta come il Movimento Comunista d’Italia, si costituì nell’Agosto del 1943, ancor prima dell’invasione tedesca. La maggioranza dei suoi primi quadri e fondatori erano veterani del Partito comunista e socialista e provenivano dell’ambiente anarchico romano. 
Si organizzarono senza la direzione del gruppo dirigente dei loro partiti, costretto all’esilio o imprigionato dal fascismo. Fra gli esponenti più importanti di Bandiera Rossa figuravano militanti come il sarto Filiberto Sbardella, già segretario del Camera del Lavoro romano durante la prima guerra mondiale; l’elettricista Antonino Poce, un dirigente della federazione romana del Partito Comunista ; l’avvocato Raffaele de Luca, sindaco socialista-libertario di Paola nel 1920; il falegname Orfeo Mucci, figlio di un sindacalista anarchico; l’artista cristiano-socialista Francesco Cretara, diventato poi trotskista negli anni cinquanta; e il ‘Vespro Anarchico’ Gabriele Pappalardo, un reduce degli Arditi del Popolo che già aveva collaborato con i comunisti di base nella lotta armata contro l’ascesa del fascismo.

Durante il ventennio mussoliniano questi militanti rimasero fermi a quelle che erano le posizioni tradizionali e intransigenti del Partito Comunista e dell’anarchismo. In conseguenza di questa linea politica non avevano nessuna fiducia nel nuovo regime di Badoglio. La censura e la repressione fascista impedì loro di conoscere pienamente lo sviluppo del dibattito nel movimento comunista internazionale degli anni venti e trenta. Questa condizione penalizzò fortemente la loro azione politica .
 Spesso tacciata di "trotskismo", Bandiera Rossa promuoveva in realtà una curiosa mescolanza di questa tradizionale intransigenza classista e una mitologia dell’Urss staliniana, vista come la “patria della classe operaia” e come una forza rivoluzionaria intenta a liberare l’Europa dal buio del fascismo. 
Non essendo effettivamente legata alla disciplina di Mosca, questa formazione elaborò una sua autonoma strategia. A differenza del Pci “ufficiale” (e, infatti, a differenza dal generalissimo Stalin) essi interpretavano la caduta di Mussolini e la crisi dello stato italiano come un’occasione per realizzare il socialismo, in una marea rivoluzionaria anche più imponente di quella apparsa in Russia, Germania e Ungheria alla fine della prima guerra mondiale.

 

Una resistenza classista

A causa di questa politica classista, Bandiera Rossa non partecipò al Comitato di Liberazione Nazionale (Cln) che nacque a Roma in quei giorni. Il Cln è spesso considerato la direzione della Resistenza italiana, perché unì tutti i partiti principali dell’Italia repubblicana del dopoguerra. Comprendeva infatti non solo il Pci di Palmiro Togliatti, ma anche i partiti Socialista e Liberale, la Democrazia cristiana, nonché il Partito d’Azione e i demolaburisti di Ivanoe Bonomi. Predicando quest’alleanza, il Pci intendeva costruire un cosiddetto fronte popolare, cioè l’unità di tutta la nazione italiana contro Hitler, senza distinzioni politiche o di classe. A dir la verità, i partiti di destra del Cln avevano una base sociale molto ristretta e contribuirono ben poco alla lotta armata. Quest’alleanza osteggiava i partiti di sinistra, precludendo ogni mobilitazione che avesse come scopo trasformazioni sociali o politiche che andassero oltre una semplice opposizione al Fascismo.

Bandiera Rossa, invece, ostile ad ogni compromesso ed alleanza con la borghesia e con politicanti come Bonomi, proponeva un fronte unico della classe operaia, cioè un’alleanza di comunisti, anarchici e socialisti contro la borghesia nel suo insieme, sia conservatrice, liberale o fascista. Il Pci non poteva accettare questa proposta di Bandiera Rossa per due ragioni. La prima era il fatto che il suo mentore, Stalin, non accettava una rivoluzione socialista in Italia. Stalin assieme agli alleati aveva già progettato una spartizione dell’Europa, cioè un Est dominato dall’Urss e un Occidente, Italia compresa, sotto l’egemonia anglo-americana. La seconda era che lo spirito rivoluzionario intransigente di Bandiera Rossa esisteva anche tra i militanti di base del Pci, e ogni accordo con Bandiera Rossa avrebbe aumentato l’indisciplina tra le file del Pci. È noto come il Pci in quell’epoca dovesse affrontare una serie di dissensi simili e scissioni in altre città. In quello stesso periodo emersero gruppi come Stella Rossa a Torino, Il Lavoratore a Legnano e Milano e una Cgl rossa a Napoli, ostili a ogni collaborazione di classe.

Durante le settimane che seguirono l’8 settembre, Bandiera Rossa diventò velocemente la formazione partigiana più grande a Roma. Aveva quasi 3mila membri, più del Pci che ne contava 2.500 e degli altri partiti che ne contavano massimo alcune centinaia. La tiratura del suo giornale arrivò a dodici mila copie: il responsabile del Pci romano Agostino Novella si lamentò del fatto che questo giornale venne letto molto più dell’Unità, organo ufficiale del Pci. Inoltre, c’era una netta spartizione geografica della capitale: mentre il Pci e le sue bande armate – i Gap (Gruppi di azione patriottica) – operavano soprattutto nel centro, Bandiera Rossa dominava l’antifascismo nella periferia della capitale. Ovviamente, i popolani nelle borgate non erano tutti rivoluzionari coscienti o conoscitori esperti del marxismo: eppure, avendo subito lunghi anni di fame, di deportazioni, di rastrellamenti e anche di lavoro forzato in Germania, questa popolazione era animata da uno spirito di disprezzo dell’autorità e di ribellione molto forte.

Com’era la vita nelle borgate a tempi del fascismo? Era difficile anche procurarsi le scarse razioni di pane previste ufficialmente ed era normale assistere all’assalto dei forni – come fecero centinaia di donne per impadronirsi del cibo in varie occasioni – anche prima della Resistenza. La popolazione delle borgate non era mai stata integrata nella “comunità nazionale” fascista nemmeno attraverso i tentativi che il regime fece fra la classe operaia del Nord usando la demagogia del corporativismo.
In molti quartieri non c’erano né acqua corrente né elettricità. Nella zona Shanghai, alla Garbatella, le case venivano costantemente inondate perché non c’era nessun sistema di drenaggio. Le borgate, popolate da immigrati del centro-sud e dalla gente espulsa del centro della città affinché Mussolini potesse costruire la sua capitale imperiale – erano un focolaio di dissenso e le idee anti-autoritarie di Bandiera Rossa trovavano terreno fertile.

L’attività contro l’esercito tedesco si svolse soprattutto sulle vie Casalina e Prenestina, nei Castelli Romani e nell’Agro Romano, dove si susseguirono attentati contro il materiale bellico della Wehrmacht. 
Fecero deragliare i treni, distrussero carri armati e ricoprirono le strade con chiodi a quattro punte. Il 30 Novembre la banda di Vincenzo Guarniera effettuò un’imboscata contro un camion della Polizia dell’Africa Italiana: indossando uniformi fasciste sottratte in precedenza, i partigiani entrarono nel carcere di Forte Bravetta per liberare i prigionieri.
Bandiera Rossa aveva anche un’organizzazione giovanile denominata "Koba" (cioè lo pseudonimo del giovane Stalin) capeggiata dalla tredicenne Gloria Chilanti dedita all’attività di contrabbando per sostenere il movimento.

Tutta quest’attività aveva lo scopo di indebolire il fronte tedesco e seminare confusione nelle file della Wehrmacht, preparando un’eventuale insurrezione per prendere il potere. Inoltre, i partigiani di Bandiera Rossa svolsero un’attività volta ad affrontare i problemi della vita quotidiana sotto l’occupazione. Ad esempio, i suoi membri nell’Istituto Statistica sabotarono il censimento nazista della popolazione e produssero decine di migliaia di documenti falsi per i renitenti alla leva e per gli ebrei.
Bande di Bandiera Rossa distribuivano alimenti e indumenti alla popolazione; il loro Soccorso rosso aiutò le famiglie dei prigionieri politici, e la sua rete di agenti nelle carceri salvò la vita di vari partigiani arrestati.

 

Repressione nazi-fascista

Non vogliamo affermare che Bandiera Rossa fosse la sola formazione partigiana a svolgere una tale attività. Ma è utile menzionare queste cose per contrastare un mito molto diffuso nella storiografia ufficiale della resistenza, in particolare quella stalinista, secondo la quale tutti coloro che volevano trasformare la guerra antitedesca in lotta anticapitalista fossero soltanto dei chiacchieroni. 
Nel novembre del ‘43 il Pci arrivò a dire che i comunisti dissidenti fossero una “maschera della Gestapo”, cioè una provocazione contro l’unità della Resistenza. I nazisti, invece, constatavano l’efficacia di Bandiera Rossa, che qualificavano come la “formazione comunista più pericolosa in Italia”. Infatti scatenarono una repressione feroce per contrastare questa minaccia. Nel dicembre del '43, dopo la soffiata di una spia nella banda al Trionfale, i nazifascisti massacrarono 11 partigiani di Bandiera Rossa, compresi il metalmeccanico Romolo Iacopini, il giornalista Ezio Malatesta e il direttore di teatro croato Branko Bitler. Nel Gennaio del ‘44 la tipografia di Bandiera Rossa fu scoperta, provocando una nuova ondata di arresti. Nello stesso mese gli anglo-americani sbarcarono ad Anzio, a 50 chilometri dalla capitale. Tutti pensavano che la liberazione della capitale sarebbe avvenuta dopo poche settimane. Purtroppo si dovette aspettare ancora cinque mesi, cinque mesi di repressione e di miseria.

Già all’inizio del '44 l’organizzazione di Bandiera Rossa era stata indebolita dalla repressione, ma un colpo ancora più duro arrivò alla fine di Marzo. Dopo l’attentato contro la Wehrmacht a via Rasella il venti-tre Marzo, Adolf Hitler ordinò una rappresaglia per punire la città. I nazisti assassinarono dieci prigionieri per ogni soldato morto, arrivando a una totale di 335 massacrati alle Fosse Ardeatine. Almeno sessanta delle vittime furono partigiani incarcerati di Bandiera Rossa. Fu ucciso anche un soldato tedesco che si rifiutò di sparare a questi innocenti, soldato che però viene sempre dimenticato durante la commemorazione patriottica.

 

La "svolta di Salerno" e l’internazionalismo

Tre giorni dopo la strage alle Fosse Ardeatine, il leader esiliato del Pci, Palmiro Togliatti, tornò finalmente in Italia con una posizione che cambiò l’impostazione politica della Resistenza. Togliatti annunciò che il Pci voleva aderire al governo di Badoglio, servendo da ministri del Re. Questa era un esempio della politica togliattiana dell’unità nazionale, perseguita anche assieme alle forze storicamente antidemocratiche. Molti furono i dissensi tra le file del Pci: non solo vecchi quadri ma anche giovani ispirati alle idee comuniste erano scandalizzati da un tale abbandono dell’indipendenza politica della classe operaia. Molte città videro scissioni dal Pci nonché il formarsi di nuovi gruppi di comunisti dissidenti che assomigliavano un po’ a Bandiera Rossa.

Eppure i rivoluzionari romani non furono in grado di approfittare di questa crisi dentro il Pci, e non solo perché erano stati colpiti dalla repressione nazista. C’era anche un problema più direttamente politico. Bandiera Rossa aveva spesso accusato il Pci di aver tradito l’esempio rivoluzionario dell’Unione Sovietica, sostenendo che Stalin volesse una rivoluzione socialista in Italia e non il patriottismo del Comitato di Liberazione Nazionale. Il fatto che Togliatti predicasse questa nuova linea essendo appena tornato da Mosca, cui si aggiungeva il riconoscimento diplomatico del governo di Badoglio da parte dell’Urss, rendeva poco credibile questa analisi. Il suo bollettino interno Disposizione Rivoluzionarie inquadrò erroneamente la questione, prendendo l’esempio jugoslavo: “In Jugoslavia, l’Urss aveva di fatto riconosciuto il governo reale... Ma la volontà del popolo jugoslavo facendosi sentire viva e attiva nella lotta contro lo straniero e contro Generale Mihailovic, cambiò l’orientamento dei rapporti diplomatici non solo dell’Urss ma di tutte le nazioni unite col riconoscimento del governo rivoluzionario di Tito”.

La resistenza jugoslava e l’eventuale rivoluzione in quel paese costituirono un punto di riferimento importante per Bandiera Rossa. Non concepivano la loro lotta soltanto nel quadro italiano, ma come parte di una guerra civile internazionale in cui i proletari di tutti i paesi avessero gli stessi interessi. Per questa stessa ragione, Bandiera Rossa accettò anche nelle sue fila tre soldati tedeschi, sapendo che la stragrande maggioranza dei coscritti nell’esercito di Hitler non erano nazisti. Secondo il giornale, “certo che tra i tedeschi ci sono tanti delinquenti… ma ci sono anche proletari che la pensano come noi … I capitalisti mondiali adesso non hanno più paura della Germania nazista ma della Germania comunista”.

 

La politica degli alleati

Questa atmosfera di repressione ha severamente indebolito la resistenza romana e resta una ragione importante della mancata insurrezione a Roma. Nonostante il radicalismo politico della resistenza nella capitale, Roma è l’unica tra le grandi città della penisola che non ha visto un sollevamento popolare per cacciare via la Wehrmacht. Questo non è successo non per la debolezza dei partigiani ma proprio perché la resistenza era così radicale, dominata dai comunisti di Bandiera Rossa e del Pci. Secondo un rapporto dei reali carabinieri dell’otto Maggio del ‘44, “Questo movimento ha lo scopo segreto di impadronirsi della città. L’occupazione di Roma effettuata agevolmente mentre gli altri partiti si preoccuperanno della cacciata dai tedeschi, ha lo scopo di imporre la propria volontà e la propria politica, rovesciare monarchia e governo e attuare il programma comunista integrale tradito dai comunisti attuali e da Togliatti”. Lo stato maggiore anglo-americano vietò ogni insurrezione, temendo le conseguenze se una moltitudine disordinata avesse conquistato il controllo della città. Temendo questa prospettiva preferì impadronirsene senza la mobilitazione dei partigiani. Come ha scritto Bonomi il giorno prima della liberazione: “C’è molta gente intorno a me che è preoccupata del passaggio a Roma dai tedeschi agli alleati. Chi potrà assicurare l’ordine pubblico?”

Dato l’indebolimento di Bandiera Rossa dopo nove mesi di repressione, nonché il fatto che mancava un’alleanza col Pci, nessuno era in grado di contravvenire agli ordini degli anglo-americani. Infatti la città vide l’attuazione di un’operazione che escluse la partecipazione delle masse alla Liberazione. Al momento dell’arrivo degli Alleati Badoglio rassegnò le dimissioni e Bonomi, presidente del Comitato di Liberazione Nazionale, venne nominato Presidente del Consiglio da parte di Sua Maestà Vittorio Emanuele. Il potere venne trasferito nelle mani dei politici antifascisti in un modo costituzionale, senza turbare troppo la continuità dello stato borghese, dell’esercito o della burocrazia formatasi sotto il fascismo. La liberazione di Roma fu contraddistinta non dall’intervento delle masse nella gestione del paese, ma da un’azione di conservazione borghese appoggiata dagli angloamericani.

A capitale liberata, essendo entrati nel governo i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, Bandiera Rossa venne rapidamente messa in crisi. Gli Alleati, soprattutto gli inglesi, consideravano questo gruppo pericoloso e una minaccia all’ordine sociale. Secondo A.H. Ellis, un colonello inglese che sorvegliava questo movimento, “durante il periodo clandestino ha reclutato molti militanti tra le classi criminali di Roma. In generale mi sembra che i suoi dirigenti vengano da questi elementi della popolazione. La maggior parte dei membri del gruppo vengono dai quartieri più poveri di Roma, ad esempio Primavalle, Tor Marancia e Quarticciolo. Hanno utilizzato un’organizzazione politica come una maschera per la loro attività criminale”. L’attività di borsa nera e la distribuzione di merci in stile Robin Hood vennero qualificate come una prova della criminalità di tutta la formazione Bandiera Rossa.

Il giornale fu proibito due settimane dopo la Liberazione. La cosiddetta Armata Rossa, un’organizzazione militare creata da Bandiera Rossa per proseguire la lotta antifascista verso il Nord fu sciolta d’imperio. Questa pressione da parte degli anglo-americani fece esplodere le contraddizioni politiche interne a Bandiera Rossa. Come conseguenza di ciò molti militanti passarono nelle file del Pci o del Partito Socialista. Nonostante i tentativi di unificarsi con gruppi di comunisti dissidenti provenienti da altre città, molti militanti considerarono la conclusione della Resistenza come la fine di ogni possibilità rivoluzionaria. L’egemonia angloamericana si era mostrata contraria alle loro speranze di trasformare la società italiana: in questo senso si affermo tra le fila di Bandiera Rossa l’idea che non c’erano possibilità rivoluzionarie come nella Jugoslavia, mai occupata né dagli angloamericani né dai russi. Il Pci e il Partito Socialista si stabilirono come i partiti più importanti della sinistra, con centinaia di migliaia di aderenti togliendo spazio ai comunisti intransigenti; Bandiera Rossa rimase un gruppo propagandistico di alcune migliaia di membri sino al suo scioglimento verso la fine degli anni quaranta. 
La contraddizioni politiche di Bandiera Rossa, la repressione, il suo isolamento a livello nazionale ed internazionale e l’assenza di una politica capace di sostituire complessivamente lo stalinismo condannarono il movimento.

 

Non dimenticare

Alle Fosse Ardeatine, luogo della strage nazista, c’è una mostra sulla resistenza romana. Ci sono i giornali di tutte le formazioni patriottiche, dal Pci alla Democrazia Cristiana, ci sono bandiere tricolore e croci cristiane. Però non c’è nessun accenno a Bandiera Rossa, la formazione più consistente della Resistenza romana che ha avuto il maggior numero di martiri alle Fosse Ardeatine. Anzi, c’è un solo riferimento, poco chiaro. È un pezzo di carta con uno scritto di Tigrino Sabatini, un tranviere e militante di Bandiera Rossa assassinato dai nazisti. Il suo scritto dice: “Non dimenticare perché siamo morti, non sfruttare la nostra morte”. Purtroppo non c’è nulla per indicare che lui era un comunista rivoluzionario, e non un patriota generico: quindi il senso delle sue parole viene completamente travisato. 

Noi invece dobbiamo ricordare le ragioni perché Sabatini e 185 dei suoi compagni sono morti; anzi dobbiamo ricordare la causa per la quale hanno vissuto. Loro hanno scritto pagine fondamentali della storia del movimento operaio italiano, piene di lezioni da non dimenticare. Questo, e non le parole solenni dei signori Napolitano o Renzi ogni 25 aprile, dev’essere il nostro ricordo della Resistenza.

 

Bibliografia

Silverio Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza Romana, Odradek 2005.
Roberto Gremmo, I partigiani di Bandiera Rossa, ELF 1996.
Felice Chilanti, Ex, All’insegna del pesce d’oro 1969.
Francesco Giliani, Fedeli alla classe, AC Edizioni 2013.
Alessandro Portelli, L’Ordine è già stato eseguito, Donzelli 2005.
Arturo Peregalli, L’Altra Resistenza, Graphos 1991.