di Fernando D'Alessandro

In questi giorni ricorre l'anniversario del convegno di Bologna sulla repressione, tenutosi dal 22 al 24 settembre 1977. Centomila giovani accorsero da tutta Italia verso il capoluogo emiliano, per quello che ha rappresentato con ogni probabilità l'ultimo atto del movimento del '77. In questo articolo ci proponiamo di analizzare non solo i tratti essenziali di quel movimento, ma anche di inserirli nel contesto della lotta di classe di quegli anni.

Il 1977 è stato spesso paragonato al 1968, quale anno di forti contestazioni giovanili, ma mentre il 1968 segnalava il risveglio della classe operaia italiana, ed apriva un periodo pre-rivoluzionario in cui i lavoratori italiani avrebbero potuto prendere il potere, il 1977 segnala ben’altra cosa: la netta separazione tra una fascia avanzata di giovani e lavoratori dalla massa, il che prepara un nuovo periodo di sconfitte della classe operaia. Infatti l’attuale situazione italiana affonda le sue radici negli avvenimenti del periodo 1976-79, di cui il 1977 è un anello cruciale.

Quest’anno segnala una tappa importante nel passaggio dall’ascesa rivoluzionaria del periodo 1968-77 agli anni successivi che vedranno sparire dalla scena politica italiana non solo tutti i vari gruppi della sinistra rivoluzionaria nati sull’onda del 1968 ma anche il più grande partito comunista dell’occidente che finirà con la scissione del 1991. Alla fine degli anni ’60 in Italia inizia un periodo senza precedenti. Per quasi dieci anni vediamo una mobilitazione della classe operaia e dei giovani che portò molti a credere che la presa del potere fosse “dietro l’angolo”. Questo spiega anche il nascere di tanti gruppi rivoluzionari, da Lotta Continua ad Avanguardia Operaia, dal PduP ad Autonomia Operaia e tanti altri.

 

Radicalizzazione

La prospettiva rivoluzionaria infatti era reale. La classe operaia avrebbe potuto prendere il potere, non una ma più volte. La tragedia stava nella contraddizione tra le posizioni riformiste assunte dal gruppo dirigente del Pci ormai da anni e l’incapacità della sinistra extra-parlamentare di costruire qualcosa viabile alla sua sinistra. Questa contraddizione diventa lampante proprio nel 1977. Non è un’esagerazione dire che se i gruppi dirigenti del Pci e della Cgil fossero stati davvero comunisti, veri eredi di Lenin e Gramsci, la storia successiva di questo paese sarebbe stata non una di sconfitte dei lavoratori ma bensì avremmo visto un’Italia trasformata da cima a fondo, un’Italia con un governo dei lavoratori al potere, un’Italia comunista.

Alcune cifre possono aiutare a dare un’idea di questo processo. Dal 1968 al 1977 i sindacati crescono in maniera esponenziale, da un 34% della forza lavoro ad oltre il 52%, arrivando ad organizzare oltre 8 milioni di lavoratori. La partecipazione agli scioperi raggiunge livelli altissimi. Lo stesso processo si vede nelle forze di sinistra, in particolare del Pci che raggiunge un numero di iscritti impressionante. Tra il 1969 e il 1978 oltre 1.300.000 giovani e lavoratori chiedono per la prima volta la tessera del partito. La Fgci, la federazione giovanile comunista, tra il 1970 e il 1975 vede i suoi iscritti salire dai 70mila ai 130mila.

Di pari passo vediamo una forte crescita anche della sinistra extraparlamentare a partire dal 1968. Infatti tra il 1968 e il 1970 la Fgci perde molti militanti, che rigettando la politica di compromesso dei vertici comunisti si buttano alla ricerca di una politica rivoluzionaria, che credono di trovare nei tanti gruppetti presenti sulla scena.

Qui vediamo un duplice processo. Da una parte c’è una forte spinta di massa verso i sindacati e il Pci che coinvolge milioni di persone, ma dentro questo stesso processo vediamo anche una radicalizzazione verso sinistra tra le parti più avanzate di questa massa.

 

I vertici del Pci preparano il “compromesso storico”

Sin dagli inizi del risveglio del movimento iniziato nel 1968 si vedevano le tendenze dei vertici del Pci e Fgci al compromesso, alla moderazione. Questa tendenza si esprimeva nelle lotte di tutti i giorni e alimentava la crescita di un’ala critica all’interno del movimento.

L’orientamento delle masse verso il Pci non si rifletteva solo nell’accresciuta militanza ma particolarmente a livello elettorale, dove letteralmente milioni di giovani e lavoratori votarono comunista per la prima volta. Questo si vede prima nelle amministrative del 1975 e poi nelle politiche del 1976 dove il Pci raggiunge il suo massimo storico con oltre il 34% dei consensi elettorali. Se al risultato del Pci aggiungiamo il voto per il Partito Socialista (che si era spostato a sinistra in quel periodo) e il voto per il cartello elettorale “Democrazia Proletaria”, l’insieme del voto a sinistra superava il 48%.

Il voto del 1976 suscitò grandi entusiasmi e grandi speranze tra le masse operaie e giovanili. Veniva visto come l’inizio di un cambiamento serio nel paese. C’era una fiducia diffusa che in un futuro imminente si sarebbe imposta una politica a favore della massa dei lavoratori.

In realtà tale entusiasmo si sarebbe presto trasformato in una cocente delusione. Il successo elettorale occultava il vero processo in atto. Da tempo il gruppo dirigente del Pci aveva abbandonato ogni prospettiva di lotta rivoluzionaria per il potere.

Nei documenti congressuali del partito si continuava a parlare di una lotta per introdurre “elementi di socialismo”; si criticava la società capitalista; si citava perfino Lenin! Con tutto ciò si metteva in atto uno dei più grandi inganni della classe operaia italiana. Dopo aver condito i documenti con tante parole sul “socialismo” nel XIV congresso del Pci (marzo 1975), prendendo spunto dai tragici eventi del 1973 in Cile, si arrivava a dichiarare che bisognava “evitare una spaccatura verticale del popolo e del paese in due fronti nettamente contrapposti e nemici.” Così si giustificava il famoso “Compromesso Storico” che avrebbe portato ad un patto governativo tra Pci e Democrazia Cristiana (Dc).

Semplificando il discorso, si diceva che per scongiurare la prospettiva di un golpe militare in Italia fosse necessario costruire un’alleanza con la Dc. Per giustificare questa posizione venivano scoperti elementi “progressisti” nella borghesia italiana e nel suo partito, la Dc. È questa idea che sta alla base dei fatti accaduti tra il 1976 e il 1979. Lungi dall’essere progressista, la Dc semplicemente sfruttò questa politica dei vertici del Pci per far passare una politica reazionaria.

Questo si vedrà chiaramente nell’autunno del 1976. Dopo il più grande successo elettorale del Pci nel giugno dello stesso anno, Andreotti ricevette l’incarico di formare il nuovo governo ed il 4 agosto si presentò alle camere con un governo minoritario per chiedere la “non sfiducia” ai partiti “costituzionali”. Per la prima volta in trent’anni i parlamentari del Pci si astennero, permettendo così ad Andreotti di formare il suo governo con soli 258 deputati che lo sostenevano direttamente.

 

Autunno 1976: il programma d’austerità innesca la reazione operaia

Ai primi di ottobre Andreotti passò dalle parole ai fatti e annunciò il suo programma di austerità. Tra le misure proposte c’erano l’ aumento del 25% del prezzo della benzina, del 20% del gas, del 15% dei fertilizzanti; il blocco per due anni della scala mobile e l’abolizione di sette festività. La settimana successiva venivano annunciate altre misure tra cui aumenti del prezzo dell’energia elettrica e delle tariffe telefoniche e postali.

Non era la prima volta che un governo annunciava un programma d’austerità, ma questo era considerato un attacco particolarmente severo e quasi provocò uno sciopero generale dal basso... se non fosse stato per il gruppo dirigente del Pci! Già da tempo si sapeva delle misure che Andreotti stava preparando e Luciano Lama, segretario della Cgil, si era dichiarato in “totale accordo” con Andreotti. La base operaia però la pensava diversamente.

A Napoli il 4 ottobre i lavoratori dei due turni all’Italsider organizzarono uno sciopero di protesta di un’ora. Già nei mesi precedenti c’erano state manifestazioni di protesta da parte dei braccianti e scioperi dei ferrovieri, ma l’annuncio del programma d’austerità da parte di Andreotti provocò una risposta dura ed immediata da parte degli operai in tutta Italia.

All’Alfa di Arese il reparto verniciatura scese in sciopero. Da lì lo sciopero dilagò in tutta la fabbrica, e in poco tempo più di 2500 operai fermarono la produzione. Il movimento si allargò ad altre fabbriche. Gli operai della OM-Fiat bloccarono il traffico in Via Tibaldi. Perfino i benzinai parteciparono allo sciopero!

Le fabbriche del nord erano ormai in rivolta, scioperi selvaggi scoppiavano a Milano e Torino e manifestazioni di protesta dilagavano ovunque. Costretta dalle spinte che venivano dal basso, la Federazione Cgil-Cisl-Uil di Torino convocò uno sciopero generale di 4 ore per mercoledì, 13 ottobre.

L’ambiente nel paese era tesissimo; lo sciopero generale nazionale sembrava inevitabile! Invece non avvenne. In pochi giorni il gruppo dirigente del Pci mobilitò tutte le sue forze, pronto a spendere tutta la sua autorità per smorzare il movimento in atto!

 

I dirigenti del Pci difendono la politica d’austerità

La reazione spontanea dei lavoratori rischiava di far saltare tutti i progetti di collaborazione con la Dc preparati da tempo dai vertici del Pci. L’obiettivo dei vertici del Pci in quei giorni dunque era uno solo: fermare l’onda di protesta che stava dilagando in tutto il paese, e il partito aveva le forze e l’autorità per farlo. Aveva una presenza capillare su tutto il territorio nazionale con quadri ovunque e i militanti operai comunisti erano spesso in prima fila nella mobilitazione. In meno di 24 ore il Pci riuscì a mobilitare decine di migliaia di quadri e dirigenti locali in un tentativo di contenere le forze centrifughe che venivano dal basso.

Non è un caso che lo sforzo principale si concentrò sul Piemonte, una roccaforte operaia. Per i dirigenti del Pci era necessario “spiegare” il loro programma economico, il loro accordo con la Dc, il loro appoggio al programma d’austerità di Andreotti. Il succo del discorso era che per risanare l’economia ci volevano i “sacrifici” dei lavoratori. Andreotti non era riuscito a far ingoiare ai lavoratori il rospo, ma i dirigenti del Pci riuscirono ad aver successo laddove Andreotti aveva fallito.

Domenica, 10 ottobre si comincia con un’assemblea al Teatro Alfieri di Torino, dove parla Luciano Barca, uno dei massimi esponenti del partito, considerato anche un “esperto economico”. Il teatro era stracolmo di operai. La mattina successiva alle 5 dell’11 ottobre, Diego Novelli, sindaco comunista di Torino, si presenta al cancello numero 1 di Mirafiori per parlare direttamente con gli operai.

In contemporanea 27 dirigenti provinciali e regionali del Pci si presentano davanti a quasi tutte le fabbriche più importanti di Torino. Più tardi Adalberto Minucci, segretario regionale del partito, va a parlare a Mirafiori, mentre Renzo Giannotti va a Rivalta.

Lo stesso scenario si ripete a Milano, dove Giorgio Napolitano parla la domenica al Palalido davanti a 6000 operai delle principali fabbriche milanesi. Scene simili si ripetono a Genova, a Napoli, a Bari. A Firenze fu convocata un’assemblea straordinaria degli amministratori delle province e dei comuni “rossi” per verificare che la situazione fosse sotto controllo. A Palermo, Paolo Bufalini, uno dei massimi dirigenti del partito, convocò una riunione speciale del Comitato regionale per assicurare che il partito riuscisse a controllare la situazione.

L’ondata di scioperi iniziata l’8 ottobre avrebbe potuto innescare uno sciopero generale che avrebbe messo fine al governo Andreotti. Ma questo era l’opposto di ciò che volevano i vertici del Pci.

Una cosa importante da capire è che i dirigenti del Pci e della Cgil (e perfino quelli degli altri sindacati), godevano ancora di una grande autorità tra la massa dei lavoratori. Ciò spiega la loro capacità di far rientrare quell’ondata di rabbia e di lotta. Ciò non venne compreso dai tanti gruppi della sinistra extraparlamentare dell’epoca e questa mancanza di comprensione condizionerà in modo determinante anche lo sviluppo degli eventi dell’anno successivo, il 1977.

L’atteggiamento di molti lavoratori non era quello di schierarsi subito contro i propri dirigenti. Il Pci aveva incassato uno strepitoso successo elettorale solo pochi mesi prima. La linea dei “sacrifici” ancora convinceva molti e i lavoratori erano disposti a concedere un pò di tempo ai loro dirigenti.

C’era però una fascia di giovani e di lavoratori che si rendeva conto più chiaramente del tradimento in atto. Questo spiega l’esistenza e la crescita di un’area della sinistra extraparlamentare che raccoglieva le simpatie di almeno centomila persone, se non di una fascia ancora più ampia. Il 1977 rappresentò la frattura tra quest’area avanzata e la massa. In questo frangente vediamo ripetersi tutti gli errori dell’estremismo commessi tante volte nella storia.

Tra questa fascia più avanzata, il Pci veniva visto sempre più come un partito compromesso col potere borghese, cosa effettivamente vera, ma quello che questi giovani e militanti non capivano è come mai la massa dei lavoratori fosse ancora disposta a prestar fede ai dirigenti comunisti. Questo distacco, tra i giovani in particolare e i vertici del Pci e della Cgil, si rivelò in maniera drammatica negli scontri tra studenti e servizio d’ordine del Pci e della Cgil nell’Ateneo de La Sapienza a Roma, nel febbraio del 1977.

 

Gennaio 1977: esplode il movimento studentesco

Ai primi di dicembre del 1976 il ministro della Pubblica Istruzione Malfatti presentò una circolare che cancellava una delle conquiste del Sessantotto: la liberalizzazione dei piani di studio. Vennero annunciate anche l'abolizione degli appelli mensili e l'aumento delle tasse.

Il 24 gennaio partì la protesta studentesca, con l’occupazione dell’università di Palermo. Il movimento si allargò a macchia d’olio in tutto il paese. L’occupazione de La Sapienza a Roma, il primo febbraio, venne immediatamente attaccata da un commando di fascisti che spararono contro gli studenti, ferendo gravemente alla nuca un militante del collettivo di Lettere, Guido Bellachioma.

Nelle settimane successive l’elenco delle provocazioni poliziesche al movimento studentesco e degli attacchi fascisti si alimentava quotidianamente, particolarmente a Roma, lasciando una scia di morti e feriti. Di fronte all’esplosione della mobilitazione, la posizione dei dirigenti del Pci era cinicamente condizionata dalla politica di sostegno al governo. La posizione venne declinata in una dichiarazione del senatore Pecchioli sull’Unità: “Il raid dei fascisti del Msi all’Università e le violenze dei provocatori cosiddetti ‘autonomi’ sono due volti della stessa realtà”.

Privo di una direzione riconosciuta, il movimento giovanile alternava momenti di mobilitazione collettiva che assume proporzioni di massa, a rappresaglie estemporanee di “antifascismo militante” di questo o quel gruppo, che avevano come obiettivo le sedi del Msi o attività promosse dai fascisti. Una reazione scoordinata e del tutto inadeguata a far fronte alla strategia della tensione perseguita da Cossiga, con la collaborazione dei servizi segreti, di bande di provocatori, e di parte degli organi repressivi dello stato.

In molti casi gli scontri diventarono vere e proprie battaglie tra studenti, fascisti e polizia, spesso a seguito dell’intervento delle cosiddette forze dell’ordine. Un caso tipico, il corteo del 2 febbraio a Roma, quando improvvisamente una 127 bianca fece irruzione in coda alla manifestazione. Due agenti in borghese cominciarono a sparare colpi d’arma da fuoco. Fu la prima apparizione dei poliziotti in borghese delle squadre speciali di Cossiga. Altri colpi d’arma da fuoco vennero esplosi da altri punti della piazza. Uno degli agenti in borghese restò a terra ferito, insieme a due manifestanti che vennero arrestati.

Nonostante gli studenti erano quotidianamente soggetti ad attacchi durissimi, a Roma la Federazione del Pci non si vergognò di annunciare (12 febbraio) che riteneva “una necessità politica e democratica la ripresa delle attività didattiche e scientifiche” nell’Università occupata, lo stesso giorno in cui le autorità accademiche annunciarono il ricorso alla polizia per fermare la protesta.

In questo contesto venne organizzato un comizio a La Sapienza del segretario generale della Cgil, Luciano Lama. Il 17 febbraio gli studenti in mobilitazione si raccolsero per contestare Lama, che viene accolto da un graffito a caratteri cubitali: “I Lama stanno nel Tibet”. L’atmosfera divenne rovente. Dalla contestazione si passò ai tafferugli e a veri e propri scontri tra studenti e servizio d’ordine del Pci, che ebbero la peggio. Lama venne cacciato dall’Università. Successivamente intervenne violentemente la polizia contro gli studenti. Il tutto confermava l’idea che si erano fatti gli studenti romani della burocrazia sindacale. La reazione della direzione del Pci fu durissima.

Il movimento si radicalizzò anche a Bologna. Il 23 febbraio, nella sala dell’ex Borsa, in un’assemblea di quattromila persone, tra operai dei consigli di fabbrica e studenti, le forti critiche degli studenti al Pci venivano in parte respinte dagli operai. Tutti però condannarono un manifestino dei tranvieri che definisce gli autonomi di Roma “teppaglia fascista”.

I dirigenti del Pci tuttavia non mostrarono alcuna intenzione di cambiare registro. Berlinguer intimò, pochi giorni dopo la cacciata di Lama, di “non lasciare spazio ad azioni di tipo squadristico, azioni che non a caso richiamano il 1919, non solo per i loro metodi ma perché rivolgono la loro cieca violenza contro le organizzazioni sindacali, i partiti operai, le istituzioni democratiche, le sedi della vita culturale, la scuola, l'università”.

Il movimento a Bologna culminò negli scontri all’Università tra studenti e polizia l’11 marzo. Quel giorno la polizia sparò sugli studenti e uccise in via Mascarella, in piena zona universitaria, lo studente Pier Francesco Lorusso, di 25 anni. La rabbia dei giovani salì alle stelle.

Lo stato inasprì le misure repressive. Vennero stanziati fondi per aumentare gli stipendi a poliziotti e carabinieri. Il governo giunse perfino a proibire le manifestazioni tra il 25 aprile e il 31 maggio. Il Ministro degli Interni Cossiga, che il 18 febbraio aveva dichiarato al Tg1: “Non tollereremo che l'università diventi un covo di indiani metropolitani, freak, hippy”, conquistò il posto di nemico numero uno del movimento studentesco, responsabile delle provocazioni e della repressione, mentre i vertici del Pci sono visti come suoi complici. Mentre le forze dell’ordine si scatenarono in una repressione spietata del movimento giovanile i vertici sindacali e del Pci spesero tutta la loro autorità per spegnere i movimenti di protesta.

La massa dei lavoratori però continuava a sperare che la collaborazione tra Pci e Dc poteva portare a qualcosa di buono. Ai loro occhi non era comprensibile la contestazione di questa fascia di giovani che si spingeva fino allo scontro fisico con le forze del Pci.

Ad esempio, a Bologna in quel periodo l’Autonomia Operaia tentò di organizzare un assalto alla Federazione del Pci, ormai considerato il principale nemico. Il servizio d’ordine del Pci, composto da lavoratori fu pronto a riceverli e riesce a respingere l’attacco degli Autonomi. Questo tipo di avvenimenti permisero a Berlinguer di rafforzare l’argomento, già abbondantemente utilizzato, di paragonare i gruppi della sinistra extraparlamentare ai “fascisti”, aumentando ulteriormente il distacco tra le fasce avanzate e la massa.

Tra i tanti errori della sinistra extraparlamentare ne sottolineiamo uno in particolare. Il non aver capito che la massa impara dall’esperienza e non dalla propaganda e dagli slogan di qualche gruppetto estremista. La classe operaia non è un blocco omogeneo, ma è fatta di strati che si muovono in tempi diversi. La massa dei lavoratori aveva ancora fiducia nei propri dirigenti ed era disposta ad aspettare per vedere cosa avrebbe portato questa politica dei sacrifici.

La classe operaia non abbandona i propri dirigenti facilmente, non abbandona le proprie organizzazioni tradizionali di massa, costruite in epoche di lotta con grandi sacrifici. È vero che lunghi periodi di crescita economica, di stabilità del sistema capitalista, tendono a portare alla cristallizzazione di una fascia burocratica ai vertici di queste organizzazioni. Ma per essere messi alla prova, questi burocrati devono dimostrare la loro vera natura coi fatti, non a parole.

Tutto questo spiega perché la classe operaia ha bisogno di esperienza, specialmente l’esperienza dei grandi avvenimenti storici. Non basta questo o quel piccolo compromesso qua e là. E di solito la classe operaia ci mette tempo, molto tempo, a volte anni e decenni per capire certe cose, ma prima o poi le capisce quando i fatti parlano chiaramente.

Questo processo può sembrare troppo lento a chi si trova per particolari motivi a sviluppare un livello di coscienza più avanzato; ciò può portare a una certa frustrazione ed impazienza. Anche tra i lavoratori possiamo osservare lo stesso fenomeno e tra alcuni settori d’avanguardia si possono sviluppare tendenze estremistiche, incoraggiate dai gruppi della sinistra settaria. In questa maniera però, invece di legare le fasce avanzate alla massa, queste vengono isolate dall’insieme della classe, con risultati disastrosi.

Lenin questo lo capiva bene, ed è per questo che insisteva sempre che i rivoluzionari dovevano aver pazienza. Il loro compito per lunghi periodi doveva essere quello di “spiegare pazientemente”. Perfino alla vigilia dell’Ottobre, nel 1917, il compito fondamentale per i bolscevichi era quello di conquistate le masse al loro programma.

Lenin capiva che prima di poter diventare un partito di massa, prima di conquistare la grande maggioranza dei lavoratori, le masse avevano bisogno di vivere l’esperienza dei propri dirigenti riformisti al potere. Per questo Lenin combatteva con tutte le sue forze il settarismo nel movimento.

Per il settario tutto ciò è un libro chiuso. Il settario non capisce la necessità di sviluppare un lavoro paziente, un lavoro di spiegazione, di convincimento, una prospettiva di lungo corso. Il settario si aspetta che le masse vengano da lui. Il problema per il settario semmai è che la classe operaia non capisce, e non si orienta a piccole organizzazioni rivoluzionarie. Ciò è vero perfino quando queste hanno idee e programmi corretti (come nel caso dei bolscevichi), figuriamoci quando sono intrise di pregiudizi settari!

A sinistra del Pci l’area extraparlamentare era forte di alcune decine di migliaia di militanti. Dunque era decisamente un fattore importante nella situazione politica del paese, particolarmente fra i giovani. Quest’area era articolata al suo interno su posizioni ed opinioni diverse, ma non è lo scopo di quest’articolo entrare in queste differenze. Qui ci concentriamo su una cosa che accomunava tutti questi gruppi, l’idea che il “tradimento” del Pci avrebbe creato l’opportunità per costruire un qualche partito rivoluzionario alla sua sinistra e che per fare questo bastasse denunciare i vertici del Pci per far confluire le masse su questi partitini. I fatti successivi avrebbero dimostrato quanto semplicistica e sbagliata fosse questa idea.

 

La crisi della sinistra extraparlamentare

Nel settembre del 1977 la sinistra extraparlamentare decise di dimostrare a tutto il mondo la propria forza e convoca a Bologna, roccaforte del Pci, un convegno contro la repressione. L’idea era di sfidare il Pci proprio laddove era più forte. La partecipazione fu impressionante, con circa 100.000 giovani riuniti nella città, provenienti da tutta l’Italia. Il risultato però fu l’esatto contrario di quello auspicato dai promotori. Invece di presentare una sinistra rivoluzionaria unita e compatta, vennero alla luce tutte le contraddizioni interne. L’espressione grafica di queste tensioni fu la famigerata rissa nell’assemblea al Palasport, dove i “compagni” si presero a sediate in testa e il tutto finì in una rissa poco dignitosa. Chi scrive queste righe era presente a quell’assemblea e rimase insieme ad altri compagni ad osservare questi tragici avvenimenti, consci della portata negativa di tali sviluppi.

Il convegno segnò l’inizio della crisi dei vari gruppi della sinistra extraparlamentare. Tanti militanti abbandonarono la politica e così ebbe inizio la famosa “stagione del riflusso”. La sconfitta alimentava la frustrazione, così, mentre la maggior parte dei militanti delusi si rifugiava nel privato e si registra l’esplosione del fenomeno della tossicodipendenza, alcuni si unirono tragicamente ai gruppi terroristici, contribuendo così solo a rafforzare la politica reazionaria della Dc e dei vertici del Pci.

A molti la situazione doveva sembrare disperata. La “politica” era fallita, bisognava passare ai “fatti”, si sentiva ripetere. Come sempre nella storia, si può ben affermare che l’estremismo è il prezzo che si paga per l’opportunismo dei vertici del movimento operaio, ma le conseguenze della sconfitta e della frustrazione furono ben più gravi.

Le cifre parlano chiaro: nel 1977 furono compiuti ben 2128 attentati terroristici, contro i 1198 del anno precedente. Furono gambizzate 32 persone, uccisi poliziotti, militanti politici, giornalisti, avvocati. L’anno 1978 sarà ancora peggiore con una crescita esponenziale di attacchi, sequestri ed assassinii, culminati nel sequestro e uccisione di Aldo Moro nel 1978.

 

La politica dei sacrifici e la svolta dell’Eur

I dirigenti del Pci continuarono per tutto il 1977 a seguire la strada della collaborazione con la Dc, affiancando i vertici sindacali. In quel momento la borghesia italiana non avrebbe potuto governare il paese senza l’appoggio del Pci. È vero che aumentavano le misure repressive, ma queste da sole non bastavano. Lo stesso ministro degli Interni, Cossiga poneva l’accento sul fatto che ci voleva anche un “consenso politico”, col quale intendeva un ruolo maggiore da dare al Pci nel calmare la situazione. Una delle condizioni poste da Cossiga, che avrebbero deciso l’entrata o no del Pci nella maggioranza era – come riportò La Repubblica – “la capacità o meno di far accettare alla classe operaia i sacrifici necessari per uscire dalla crisi economica”.

La borghesia, nelle sue menti più lucide, capiva molto meglio dei tanti gruppi di sinistra la vera situazione. Nel 1977 e ancora agli inizi del 1978, il Pci aveva l’autorità necessaria per convincere i lavoratori.

Il 24 gennaio 1978 La Repubblica pubblica un’intervista a Lama, divenuta celebre, intitolata “Lavoratori stringete la cinghia”. Il pensiero di Lama si esprime in modo molto chiaro. Vale la pena di citare alcuni pezzi:

... il sindacato propone ai lavoratori una politica di sacrifici. Sacrifici non marginali, ma sostanziali".

Lama prende spunto abilmente da un grosso problema che la classe operaia desiderava risolvere, la disoccupazione altissima, argomentando:

Ebbene, se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea”.

Quando il direttore de La Repubblica, Eugenio Scalfari, gli chiede di spiegare “in concreto” cosa intende dire, Lama risponde:

Che la politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell’arco dei tre anni di durata dei contratti collettivi, l’intero meccanismo della Cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo. Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la Cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. Nel nostro documento si stabilisce che la Cassa assista i lavoratori per un anno e non oltre, salvo casi eccezionalissimi che debbono essere decisi di volta in volta dalle commissioni regionali di collocamento (delle quali fanno parte, oltre al sindacato, anche i datori di lavoro, le regioni, i comuni capoluogo). Insomma: mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza”.

Per dissipare ogni dubbio su quello che stava proponendo aggiunse:

Noi siamo tuttavia convinti che imporre alle aziende quote di manodopera eccedenti sia una politica suicida. L’economia italiana sta piegandosi sulle ginocchia anche a causa di questa politica. Perciò, sebbene nessuno quanto noi si renda conto della difficoltà del problema, riteniamo che le aziende, quando sia accertato il loro stato di crisi, abbiano il diritto di licenziare”.

Con queste parole Lama andò a minare alla base tutte le rivendicazioni chiave sviluppate dal movimento iniziato con l’Autunno Caldo del 1969. Uno degli obiettivi del movimento, la riduzione dell’orario di lavoro, viene così liquidato:

... teniamo presente che noi siamo il paese dove l’orario di lavoro è uno dei più bassi tra i paesi industriali evoluti. Lavoriamo mediamente 40 ore settimanali e un numero di festività più alto che altrove. La tendenza di tutti i paesi capitalistici è d’accorciare l’orario, ma bisogna che gli altri paesi si allineino con noi prima che noi si possa muovere un altro passo in quella direzione”.

Tutta l’intervista era permeata da una visione affatto comunista. Lama dimostrava un’accettazione totale della logica del capitalismo; tutto doveva stare dentro le compatibilità del sistema. Per lui la soluzione a tutti i problemi stava nella “accumulazione del capitale, opportunamente programmata dallo Stato e indirizzata al fine di accrescere il più possibile l’occupazione”. E aggiunse: “Questa è la nostra linea”.

L’intervista fece scalpore. Il giorno dopo i giornali erano pieni di prese di posizione di vari dirigenti sindacali, alcuni in completo accordo, altri più dubbiosi. C’era il problema di far passare una tale resa del movimento operaio nella base sindacale. Ma l’obiettivo di Lama era chiaro, uscire allo scoperto, porre il problema apertamente e preparare le condizioni per imporre una tale linea.

Poche settimane dopo, a metà febbraio c’è la famosa svolta dell’Eur. Si tenne una conferenza sindacale al palazzo dei congressi dell’Eur. La linea che ne scaturì s’imperniava su due elementi, la moderazione salariale e come contropartita un programma di investimenti per garantire l’occupazione. L’idea era che i maggiori sacrifici dei lavoratori avrebbero permesso ai padroni di accumulare il capitale necessario per gli investimenti. Era la linea di Lama elaborata nella famosa intervista.

Ma, ovviamente, mentre il primo punto era da applicare subito nella prossima stagione contrattuale, gli investimenti erano da rinviarsi ad un secondo ipotetico futuro quando il governo fosse stato in grado di far fronte a questo impegno. In poche parole, il movimento operaio italiano, nella figura dei suoi massimi dirigenti, firmò una cambiale in bianco all’Eur.

 

Il cambiamento di fase dell’economia

Questi avvenimenti vanno inseriti nel contesto economico del periodo. Il capitalismo italiano, come l’insieme dell’economia capitalista mondiale, attraversava un momento critico. Nel 1974-75 c’era stata la prima caduta seria della produzione del periodo postbellico. La lira veniva svalutata più volte, contribuendo a rafforzare le spinte inflazionistiche. La crisi si era aggravata all’inizio del 1976 e la situazione sembrava senza vie d’uscita. Era dunque inevitabile che si cominciasse a discutere di soluzioni che coinvolgessero anche gli equilibri politici e il governo del paese.

I provvedimenti di “austerità” imposti dai governi prima del 1976 non erano bastati a difendere la lira che precipitava insieme ai titoli azionari. In un “mercoledì nero” del settembre 1974, la Borsa italiana crollò dell’8,15 per cento con l’indice MIB che scendeva a 48,74. Due anni dopo, nel 1978, l’indice MIB era sceso ulteriormente a 37,75. Nel 1975 l’inflazione toccava il 17,2 per cento ma l’anno successivo nel 1977 arrivava addirittura al 20,1 per cento. Nel gennaio 1976 veniva chiuso per tre giorni il mercato dei cambi: il dollaro valeva 720 lire, ma in marzo toccava già le 820 lire. Appare un fenomeno del tutto nuovo, battezzato dagli economisti con il termine di “stagflazione”, cioè stagnazione ed inflazione allo stesso tempo.

Dunque la classe operaia subiva due pressioni, crescente disoccupazione e taglio del salario reale con un’inflazione che ormai superava di molto il 20% annuo. I giovani erano in prima linea ad essere colpiti. Nel 1977 i giovani in cerca di prima occupazione erano oltre due milioni. Saranno queste condizioni ad animare la rivolta studentesca del 1977.

Ma queste condizioni aiutarono anche Lama a far passare la sua linea. Non dando uno sbocco socialista, comunista, alla situazione, l’unica alternativa rimaneva quella di cercare una soluzione dentro le compatibilità del sistema capitalista. In questo senso le parole di Lama sembravano logiche ad una fascia importante di lavoratori: facciamo i sacrifici oggi per stare meglio domani! Ecco quella “capacità di far accettare alla classe operaia i sacrifici necessari per uscire dalla crisi economica” di cui parlava Cossiga!

Ed è per questo che si preparava l’entrata del Pci nella maggioranza, seppur senza portafogli ministeriali. Il governo infatti cadde formalmente dopo una grande manifestazione sindacale a Roma il 3 dicembre 1977, e si aprirono mesi di trattative che avrebbero portato a fine febbraio del 1978 all’annuncio da parte di Aldo Moro dell’intesa che prepara l’entrata del Pci nel governo. Fu infatti proprio mentre si recava alla Camera per l’apertura del dibattito sul nuovo governo che Moro venne sequestrato dalle Brigate Rosse, e successivamente ucciso.

 

Il ruolo nefasto del terrorismo individuale

Vale la pena soffermarsi un attimo sugli effetti di questo evento drammatico. L’assassinio di questo uomo politico della borghesia non portò nessun vantaggio al movimento operaio e giovanile. Le Brigate Rosse semplicemente fornirono la scusa alla borghesia – e di riflesso anche al vertice del Pci – per introdurre misure più repressive e per spostare tutta la situazione in direzione reazionaria. Poco dopo l’uccisione di Moro si tenne il referendum per l’abrogazione della Legge Reale ed i risultati parlano chiaro.

Nel maggio del 1975 il Parlamento aveva approvato una legge che accresceva notevolmente i poteri e il livello d’immunità garantiti agli uomini delle forze di polizia. Le forze di destra erano ovviamente favorevoli. La sinistra invece si era schierata contro. Ma dal 1975 al 1978 molte cose erano cambiate. Il Pci ormai faceva parte della maggioranza governativa e nella campagna referendaria decide di unirsi alle forze conservatrici e fa campagna contro l’abrogazione della Legge Reale.

L’11 giugno del 1978 nel referendum, che vede una forte partecipazione dell’elettorato, il 76% vota No. Il Pci portava avanti una politica (in quel momento con ancor più decisione che la Democrazia Cristiana) volta ad eliminare ogni elemento alla sua sinistra che potesse configurarsi come destabilizzatore degli equilibri politici. I vertici del Pci sfruttarono cinicamente il terrorismo per convincere le masse operaie della necessità di leggi repressive.

L’effetto non fu dunque quello di indebolire l’intesa tra Pci e Dc, come pretendevano i brigatisti nei loro deliranti comunicati, bensì permise al gruppo dirigente del Pci di avvicinarsi ancora di più alla Dc, questa volta impersonata da Andreotti.

 

Il Pci viene spinto all’opposizione

Ma la situazione dei lavoratori continuava a peggiorare. Come abbiamo visto, l’inflazione riduceva l’effettivo potere di acquisto. I ritocchi ai meccanismi della scala mobile proteggevano in realtà solo i salari più bassi, mentre portava ad un appiattimento di quelli medi, il che provocava malumore tra un’ampia fascia di lavoratori. Un conto erano i discorsi all’Eur nel febbraio del 1978, un’altra cosa era la reale situazione in ogni famiglia operaia. Gli operai i sacrifici li stavano facendo, ma non si vedeva il tornaconto a livello di miglioramenti economici.

Questo spiega perché l’accordo dell’Eur in effetti salta nell’inverno 1978-79. Ci fu la stagione del rinnovo dei contratti di lavoro. Mentre i vertici sindacali continuavano a predicare moderazione, i lavoratori cercavano di recuperare il potere d’acquisto perso. Così mentre si rendeva omaggio all’Eur, ogni categoria cercava aumenti sostanziali dei livelli retributivi. I padroni capirono che il Pci ed i vertici sindacali avevano esaurite le loro capacità di contenere le spinte dei lavoratori e decretarono defunta la linea dell’Eur.

L’espressione politica di tutto ciò fu il ritiro dell’appoggio del Pci al governo Andreotti all’inizio del 1979, e la caduta del governo a fine marzo. La Dc era divisa al suo interno, se continuare o no con l’esperienza della “solidarietà nazionale”, cioè con l’accordo con il Pci, ma ebbe il sopravvento la parte che puntava a cambiare gli equilibri. Ora la borghesia puntava alla rottura con il Pci, indebolito e ormai incapace di controllare la base del movimento operaio.

 

La sconfitta elettorale del 1979

Ciò rese necessario il ricorso alle elezioni anticipate, nelle quali il Pci subì un arretramento non indifferente, scendendo intorno al 30% del voto nelle elezioni di giugno. In un articolo apparso su La Repubblica il 7 giugno del 1979, Eugenio Scalfari cerca di spiegare cosa sia successo al voto comunista:

Il Pci ha registrato perdite sensibili, mediamente quattro punti in percentuale, il che significa il 12 per cento del suo elettorato. In quali direzioni e con quali motivazioni?"

Una parte consistente del deflusso comunista si è certamente rifugiata nell’astensione e nella scheda bianca; un’altra parte, altrettanto consistente, è andata ad ingrossare il partito radicale; e una quota molto modesta (i numeri son lì a dirlo) si sarà travasata nel partito socialista che può dal canto suo aver ceduto voti alla socialdemocrazia".

Queste essendo le direzioni del deflusso del Pci, è abbastanza facile individuare le ragioni dell’abbandono: la linea generale del partito comunista, di ‘appeasement’ verso la Dc, non ha incontrato il favore del 12 per cento degli elettori che il 20 giugno del ’76 lo avevano votato".

Questi elettori volevano che il Pci si proponesse come alternativa alla Democrazia cristiana...”.

Lo stesso articolo spiega che la fuga di voti fu particolarmente forte al Sud, nelle periferie industriali delle grandi città e tra i giovani.

 

Crisi del Pci

L’effetto di tutto ciò sulla base del Pci fu di stimolare una maggior autocritica. Si cominciò ad individuare nel Compromesso Storico le ragioni di questa sconfitta, tanto che perfino Berlinguer fu costretto a parlare di Alternativa – anche se con l’aggiunta dell aggettivo “Democratica” – alla Dc. Nel XVI congresso del Pci, nel marzo del 1983, Berlinguer spiegava che: “L’alternativa democratica, infatti, è una alternativa alla Dc e al suo sistema di potere...” Questo rappresentava un cambio non indifferente nel linguaggio dei vertici del Pci. È vero che subito dopo quelle parole Berlinguer aggiungeva che la nuova linea non escludeva “convergenze per obiettivi determinanti”, ma la cosa importante da capire era che i vertici del Pci erano stati costretti a cambiare linea, seppur a parole per andare incontro alle critiche che venivano dalla base.

La tragedia di quel periodo fu la totale mancanza di una qualche opposizione organizzata che lavorasse nella base del Pci per costruire un’alternativa rivoluzionaria ai suoi dirigenti. In quegli anni stavano maturando le condizioni per costruire un’opposizione di sinistra dentro ed intorno al Pci. Quegli stessi lavoratori che nel 1977 avevano ancora una grande fiducia nei vertici del Pci avevano fatto esperienza, avevano tratto delle conclusioni da quell’esperienza – concreta e non teorica – e volevano capire cosa era successo e perché. Ma questa opposizione non c’era. Tutti quei giovani e lavoratori critici del 1977 erano stati chiusi nella gabbia del settarismo. Molti ne uscirono sì, ma solo per tornare a casa ed abbandonare la politica. L’effetto fu che anche nel Pci si ripetesse un processo simile. Nel 1977 iniziò il calo del tesseramento al Pci e tra quell’anno e il 1989 il partito perse quasi 400mila iscritti. Particolarmente forte fu il calo degli operai iscritti al partito: nel 1977 questi erano 828mila, ma nel 1988 erano scesi a 588mila. Il calo più significativo fu nel Nord-ovest del paese, la parte più industrializzata e dunque più operaia.

La classe operaia italiana ha pagato un prezzo altissimo per i fallimenti di quell’epoca. La prima responsabilità cade ovviamente sulle spalle dei dirigenti del Pci, come abbiamo visto. Ma per i marxisti il riformismo e la tendenza al tradimento dei dirigenti riformisti è un dato di fatto oggettivo. Non ci sorprende! La questione che si pongono i marxisti è come risolvere questa contraddizione storica tra slancio rivoluzionario delle masse e tendenza al compromesso dei dirigenti di queste stesse masse?

 

Dobbiamo prepararci per un nuovo periodo di radicalizzazione

Son passati trent’anni ormai e nel frattempo si è fatta avanti una nuova generazione di lavoratori. In questi trent’anni la borghesia italiana si è rimangiata molte delle riforme che le precedenti generazioni avevano conquistate. Ma alla borghesia questo non basta. Le pressioni del capitalismo mondiale costringono la nostra borghesia a tagliare le spese, ad eliminare quello che rimane delle riforme del passato.

I dirigenti sindacali attuali sono degni eredi di Lama; sono fatti della stessa pasta. Sognano un capitalismo dove è possibile raggiungere accordi a tavolino coi padroni senza lotta di classe. Loro si limitano a ciò che è compatibile con il sistema capitalista. Ma la lotta di classe tende sempre a trascendere queste limiti. Oggi nessuna concessione può essere strappata senza una lotta intransigente. Chi oggi non capisce questo vive nel mondo dei sogni.

Ma anche la lotta intransigente da sola non basta. La storia ci insegna che la classe operaia ha bisogno di teoria, di analisi e di prospettive. Queste non cadono dal cielo; devono essere elaborate da chi ne ha le capacità. Questo spiega il ruolo del famoso “fattore soggettivo” di cui parlava Lenin. Tra la massa dei lavoratori c’è sempre una fascia più avanzata, che raggiunge delle conclusioni rivoluzionarie in anticipo sulla massa. Il compito dei marxisti è capire tutto ciò, ed organizzare questa fascia, rafforzandone il legame con il resto della classe.

I vertici del movimento operaio hanno raggiunto un estremo livello di degenerazione. Questo è l’effetto sia della sconfitta degli anni ’70 che degli anni successivi di ripresa e stabilizzazione del capitalismo. In queste condizioni i vertici del movimento hanno subito enormemente le pressioni della borghesia. Non vedono altro sistema che il capitalismo. Hanno abbandonato le idee su cui il nostro movimento fu fondato. Per questo non capiscono la realtà attuale; non capiscono la situazione in cui vivono i lavoratori. In questo senso rappresentano il passato e non il futuro. Ora stanno maturando tutte le condizioni per una nuova ascesa della lotta di classe, come quella degli anni ’60 e ‘70.

Gli avvenimenti degli anni ’70 crearono le condizioni per la costruzione di una forte forza politica rivoluzionaria fondata sui giovani ed i lavoratori. Quello che abbiamo visto in quel periodo è il maturare delle coscienze a ritmi diversi. Questo è inevitabile: non tutti raggiungono le stesse conclusioni allo stesso momento. I lavoratori in particolare imparano dalla propria esperienza, imparano dai grandi avvenimenti. Quando entrano in lotta lo fanno con fiducia nei propri dirigenti. Se questi dirigenti, come Lama all’epoca, tendono al compromesso col padronato questo i lavoratori non lo imparano nei libri, nei discorsi teorici di qualche gruppetto; lo imparano sulla propria pelle. Per questo hanno bisogno di esperienza, tanta esperienza, ma prima o poi i lavoratori raggiungono le conclusioni giuste.

L’abilità di una tendenza marxista sta nel capire questo. Se non si capisce questo il rischio è di cadere nel settarismo, un settarismo dettato dall’impazienza. Questo fu l’errore di tutti i gruppi extraparlamentari degli anni ’70. Immaginiamo cosa sarebbe successo in Italia se invece di vedere un’area forte di centomila sostenitori, ma divisi in tanti gruppetti contrapposti l’uno all’altro, questi si fossero uniti in un’unica forza che avesse lavorato nella base ed intorno al Pci! Una forza del genere avrebbe potuto trasformare il Pci stesso, avrebbe potuto conquistare la massa operaia e giovanile, che era organizzata nel Pci e nella Cgil, ad un programma rivoluzionario.

I fatti del 1977 vanno capiti in questo senso. Grazie a quegli errori, la borghesia italiana riuscì a riprendere in mano la situazione. Non avendo più bisogno del Pci, questo fu sbattuto di nuovo all’opposizione e si aprì così una nuova stagione di offensive padronali dirette, di cui lo scontro alla Fiat nel 1980 ne è l’episodio più famoso. Ne stiamo soffrendo le conseguenze ancora oggi.

Ma la storia dimostra che la classe operaia si riprende da ogni sconfitta. Si riprese dalla sconfitta del 1922, come pure da quella del 1948. Si sta riprendendo da quella degli anni ’70. Come marxisti non lo dubitiamo. La questione è la prossima volta come andrà? Si ripeterà la storia? Il movimento fallirà per errori di settarismo o impareremo le lezioni del passato? Dipende da noi!

 

18 settembre 2007