di Sinistra Classe Rivoluzione

 

Estratto dalle Tesi della Conferenza dei lavoratori di Sinistra Classe Rivoluzione – Reggio Emilia 13-14 febbraio 2016

 

La questione dei sindacati ha un’importanza vitale per il movimento operaio e di conseguenza ce l’ha per il nostro movimento.

Già nel Manifesto Marx chiarisce il rapporto esistente tra lotta economica e lotta politica: “I comunisti lottano per raggiungere gli scopi e gli interessi immediati della classe operaia, ma nel movimento presente rappresentano in pari tempo l’avvenire del movimento stesso”.

Le lotte economiche (per il salario, per la riduzione della giornata lavorativa, ecc.) sono necessarie perché attraverso queste lotte i lavoratori rompono il loro isolamento, sviluppano una visione di classe e una maggiore comprensione della necessità di lottare contro il sistema. La lotta sindacale, rappresenta la condizione di base senza la quale la lotta di classe difficilmente potrebbe svilupparsi come lotta politica.

Va dunque chiarito come nella polemica del Che fare?, Lenin non si proponeva di negare il valore della lotta economica per propugnare direttamente quella politica. Questa lettura, data da alcune organizzazioni settarie, è ben lontana dalla realtà. Lenin, combattendo l’economicismo, non diceva niente di nuovo: lo stesso Marx, nel sostenere la lotta economica, avvertiva di non esagerarne l’importanza.

Nel capitolo conclusivo di Salario, prezzo, profitto, Marx scriveva: “[…] la tendenza generale della produzione capitalistica non è all’aumento del livello medio dei salari, ma alla diminuzione di esso, cioè a spingere il valore del lavoro, su per giù, al suo limite più basso. Se tal è in questo sistema la tendenza delle cose, significa forse ciò che la classe operaia deve rinunciare alla sua resistenza contro gli attacchi del capitale e deve abbandonare i suoi sforzi per strappare dalle occasioni che le si presentano tutto ciò che può servire a migliorare temporaneamente la sua situazione? (…) Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità di intraprendere un qualsiasi movimento più grande.

Nello stesso tempo la classe operaia, indipendentemente dalla servitù generale che è legata al sistema del lavoro salariato, non deve esagerare a se stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò essa non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia, che scaturisce incessantemente dagli attacchi continui del capitale o dai mutamenti del mercato. Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera nello stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice: ‘Un equo salario per un’equa giornata di lavoro’, gli operai dovrebbero scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: ‘Soppressione del sistema del lavoro salariato’”.

La lotta economica, per quanto necessaria e importante, non è lo scopo, ma il mezzo. Fino a quando il potere politico resta nelle mani della borghesia, le condizioni di lavoro e di vita dei proletari saranno sempre soggette agli alti e bassi della congiuntura economica. Le lotte avranno come obiettivo solo quello di provare ad impedire che il salario scenda al di sotto di un limite miserabile e che le condizioni di sfruttamento trasformino la classe lavoratrice in una “massa amorfa”. Questo è tanto più vero in un contesto di crisi economica, come quello in cui siamo entrati da 7-8 anni a questa parte.

La battaglia di Lenin contro l’economicismo nasceva nel momento in cui, mentre erano maturate le condizioni per la lotta politica, la componente che successivamente avrebbe dato vita al menscevismo, promuoveva la lotta economica come unico mezzo per combattere lo zarismo. Il menscevismo l’assolutizzava, idealizzandola come la “vera lotta” dei proletari per il cambiamento sociale. In questa veste, lasciavano il campo libero alla borghesia, “legittima titolare” della sola rivoluzione possibile, quella borghese.

In una fase precedente, fu lo stesso Lenin a sostenere e spingere le lotte economiche. In uno scritto del 1895 (Progetto e spiegazione del programma del partito socialdemocratico russo) argomentava in questi termini: “Aiutare gli operai significa indicare le esigenze più urgenti per le quali si deve lottare, esaminare le ragioni che aggravano particolarmente la situazione di questi o quegli operai, spiegare le leggi e i regolamenti sulle fabbriche, la cui violazione (oltre ai trucchi fraudolenti dei capitalisti) espone tanto spesso gli operai a una duplice rapina. Aiutare gli operai vuol dire esprimere in modo più esatto e più preciso le loro rivendicazioni e formularle pubblicamente, scegliere il momento più opportuno per la resistenza, scegliere il metodo di lotta, discutere la situazione e valutare le forze delle due parti impegnate nella lotta, ricercare se esiste un metodo migliore di lotta”.

Questo è il lavoro che, in questa fase concreta, fanno prevalentemente i nostri compagni delegati (e non) nei luoghi di lavoro. Ed è un lavoro fondamentale. La partecipazione a lotte per risultati contingenti e limitati non è in contraddizione con la lotta più generale per l’abbattimento del sistema capitalista e la trasformazione in senso socialista della società. L’esistenza stessa del partito rivoluzionario (anche se nella sua fase embrionale di sviluppo) è la garanzia che non verrà mai attribuito alle rivendicazioni parziali un valore fine a se stesso. Il metodo che da sempre ha caratterizzato il nostro movimento è quello del programma transitorio, non rinneghiamo le lotte per conquiste parziali ma le agganciamo sempre e comunque a una prospettiva di superamento del capitalismo, senza la quale le conquiste parziali vengono facilmente cancellate dai padroni.

In questo lavoro di propaganda l’uso del giornale e della nostra rivista teorica nei luoghi di lavoro assume un’importanza strategica.

 

La funzione della lotta economica e le tentazioni anarcosindacaliste

I marxisti hanno insistito più volte sul carattere pedagogico della lotta economica per la maturazione del livello di coscienza dei lavoratori, così come hanno insistito sul fatto che, se questa lotta è slegata da una partecipazione attiva all’organizzazione rivoluzionaria del proletariato, è un esercizio sterile, inconcludente, che in ultima analisi conduce all’opportunismo e al piegarsi alla volontà della classe dominante, come si è visto più volte nel passato.

Oltre alla polemica con gli economicisti di destra, è necessario affrontare anche quella con gli economicisti di sinistra (anarcosindacalisti, sindacalisti rivoluzionari, operaisti) a cui abbiamo dedicato il primo numero di falce-martello. In un testo di Trotskij del 1929, Comunismo e sindacalismo, troviamo alcune considerazioni rivolte ai sindacalisti rivoluzionari del gruppo di Monatte, a cui possiamo dare un valore generale: “L’espressione più definita di questo sindacalismo fuori tempo massimo è la cosiddetta Lega sindacalista. Per le sue caratteristiche, appare come un’organizzazione politica che tenta di subordinare il movimento sindacale alla sua influenza. Infatti recluta i suoi mili-tanti secondo il metodo dei gruppi politici e non quello del sindacato. Ha una piattaforma, non un programma, e la di-fende nelle sue pubblicazioni. Ha una sua disciplina interna nel movimento sindacale. Nei congressi della Confederazione i suoi sostenitori si comportano come una frazione politica, così come fanno i comunisti. In poche parole: la tendenza della Lega sindacalista si riduce alla lotta per liberare entrambe le Confederazioni dalle direzioni socialiste e comuniste e unirle sotto la direzione del gruppo di Monatte. La Lega non agisce apertamente in nome del diritto della minoranza più avanzata a lottare per estendere la sua influenza sulle masse arretrate e sulla necessità che questo avvenga. Si presenta dietro la maschera di ciò che chiama ‘indipendenza’ sindacale. In questo senso si approssima al Partito socialista, che allo stesso modo esercita la propria direzione nascondendosi dietro lo slogan dell’'indipendenza’ del movimento sindacale. Invece il Partito comunista dice apertamente alla classe operaia: questo è il mio programma, la mia tattica e la mia politica, e la propongo ai sindacati. Il proletariato non deve credere a niente alla cieca. Deve giudicare ogni partito e ogni organizzazione per il suo lavoro. Gli operai devono diffidare doppiamente degli aspiranti dirigenti che agiscono in incognito e pretendono di far credere ai lavoratori che non hanno bisogno di alcuna direzione” (enfasi nostra).

Potremmo facilmente girare queste critiche a numerosi collettivi, “coordinamenti di lotta”, sindacati di base che agiscono in Italia (e non solo), che si oppongono al doppio livello di militanza (politico e sindacale) e tentano di fondere, per non dire confondere, le due funzioni (egualmente fondamentali) che da sempre hanno caratterizzato la lotta del proletariato.

L’importanza che dava Trotskij alla lotta contro queste posizioni è ben chiarita anche da un passaggio successivo del testo: “L’opposizione di sinistra deve connettere indissolubilmente i problemi del movimento sindacale con quelli della lotta politica del proletariato. Deve offrire un’analisi concreta del livello attuale di sviluppo del movimento operaio francese. Deve fare una valutazione, tanto quantitativa come qualitativa, del movimento di lotta attuale e delle sue prospettive in relazione alle prospettive dello sviluppo economico francese. Va da sé che essa esclude completamente la possibilità di una stabilizzazione e una pace capitalista che duri per decenni. Questo si deve a una caratterizzazione rivoluzionaria della nostra epoca. Da cui deriva la necessità di una preparazione opportuna del proletariato di avanguardia di fronte alle svolte brusche che non solo sono probabili ma inevitabili”.

 

Non separarsi dalle masse

Il principio generale a cui ci ispiriamo è da sempre quello di considerare la lotta sindacale come un terreno necessario per intervenire tra le grandi masse ed elevarne il livello di coscienza, sempre e comunque con il fine di impedire che la burocrazia sindacale separi l’avanguardia dalla massa dei lavoratori.

Su questo ci sono numerosi passaggi illuminanti nelle tesi sindacali dei primi quattro congressi dell’Internazionale comunista, così come nell’Estremismo di Lenin, nel capitolo: “Devono i rivoluzionari lavorare nei sindacati reazionari?”. In tutte le polemiche che abbiamo condotto in questi anni all’interno del sindacato ci siamo ispirati a queste posizioni che è necessario richiamare, seppur brevemente, in questo testo.

Nelle tesi del secondo congresso del Comintern si dice: “Ogni diserzione volontaria dal movimento professionale, ogni tentativo di scissione artificiale di sindacati che non sia determinato dall’eccessiva violenza della burocrazia professionista (dissoluzione di sezioni locali sindacali rivoluzionarie da parte dei vertici opportunisti) o dalla loro rigida politica aristocratica che impedisce alle grandi masse di lavoratori poco qualificati di entrare negli organismi sindacali, rappresenta un enorme danno per il movimento comunista. Esso scarta dalla massa gli operai più avanzati, più coscienti, e li spinge verso i capi opportunisti che lavorano negli interessi della borghesia”.

L’idea di fondo è quella di lavorare nei sindacati di massa o comunque maggiormente rappresentativi, salvo che gli impedimenti burocratici siano tali da provocare l’espulsione dei nostri compagni o più in generale l’impossibilità a condurre la nostra azione verso i lavoratori.

Nei suddetti casi, le tesi avanzano anche una proposta metodologica su come condurre le scissioni quando sono inevitabili e necessarie: “Siccome i comunisti danno più valore alla natura e ai fini dei sindacati che alla loro forma, essi non devono assolutamente esitare di fronte alle scissioni che si potrebbero produrre nel seno delle organizzazioni sindacali, se per evitarle fosse necessario abbandonare il lavoro rivoluzionario e rifiutarsi di organizzare la parte più sfruttata del proletariato. (…) Nel caso in cui una scissione divenga inevitabile, i comunisti dovrebbero accordare una grande attenzione a che tale scissione non li isoli dalla massa operaia”.

Quello che deve essere evitato in tutti i casi, sono le scissioni fatte per “salvarsi l’anima”, per ragioni individuali, per il disgusto verso i burocrati, che non tengono conto del livello di comprensione generale delle masse.

Nel patrimonio storico della Tendenza marxista internazionale possiamo contare su diverse esperienze di lavoro sindacale, una delle più importanti è senza dubbio quella della Ugt-Ust di Alava nel Paese Basco (oggetto dell’articolo a pagina 38 di questa rivista, NdR).

Le difficili condizioni in cui lavoriamo oggi in una serie di categorie sindacali della Cgil non possono farci escludere che un’eventualità del genere si verifichi nuovamente; è necessario preparare i compagni anche a una tale evenienza, pur sapendo che anche il cosiddetto sindacalismo di base non è immune da logiche burocratiche, sottoposto com’è alle stesse pressioni sociali e materiali dei sindacati confederali, particolarmente lì dove riesce ad avere un’influenza significativa tra i lavoratori.

Bastasse formare un sindacato alternativo per assicurarsi la vittoria contro il padronato, l’ostacolo rappresentato dalle burocrazie sindacali sarebbe stato rimosso da tempo. 

 

Il sindacalismo di base oggi

La realtà di oggi è molto diversa da quella che esisteva negli anni ’80, quando diverse realtà del sindacalismo di base disponevano di un insediamento significativo, ad esempio nell’impiego pubblico, nei trasporti e nella scuola, e potevano contare su un notevole numero di quadri ereditato dalle lotte degli anni ’70.

Oggi il sindacalismo di base è la brutta copia di ciò che era in quegli anni ed è nel corso della crisi che assistiamo ad un passaggio qualitativo ulteriore del suo processo di degenerazione.

Potremmo citare gli scontri tra sigle verificatisi negli scorsi anni e che hanno fatto saltare il Patto di base, o quello che si è risolto nei tribunali, nel percorso traumatico che ha dato vita all’Usb nel 2010.

Il peggio forse lo abbiamo visto di recente quando i dirigenti dell’Usb, dopo aver fatto una campagna contro il Testo unico sulla rappresentanza, l’accordo siglato il 10 gennaio 2014 da Confindustria e Cgil-Cisl-Uil, hanno poi finito per aderirvi il 23 maggio del 2015.

Per quanto circa 250 dirigenti e militanti si siano opposti a questa decisione sottoscrivendo un “Appello per il ritiro della firma dal Testo unico”, la direzione Usb ha proseguito dritta sulla sua strada ignorando le critiche e calpestando regolamenti e statuti interni pur di imporre la sua decisione.

Quando il 5 settembre scorso si è tenuta a Bologna la riunione dei sostenitori dell’Appello, i compagni in questione hanno redatto un comunicato significativo: “È emersa unanimemente la convinzione che la vicenda del Testo unico non rappresenti né un’eccezione all’interno di una corretta prassi sindacale classista, né un primo segnale di una degenerazione di Usb verso il sindacalismo concertativo e sia invece la eclatante manifestazione di un processo in atto da tempo: ciò è stato efficacemente descritto negli interventi di diversi militanti con disparati esempi”.

 

I sindacati in tempi di crisi

Questa vicenda, che ha coinvolto con dinamiche più o meno simili altri sindacati di base, è istruttiva da molti punti di vista. Non si tratta solo di constatare che queste realtà, laddove riescono a conquistare una posizione significativa, si trovano in diversi casi a firmare accordi di natura concertativa alla stregua di Cgil-Cisl-Uil (i casi non si contano). Ancora più interessante è che numerosi militanti Usb (che presumibilmente vanno ben oltre i firmatari dell’Appello) sono giunti alla conclusione che non siamo di fronte a un errore sporadico ma a un processo degenerativo consolidato, determinato dalla pressione della classe dominante e dello Stato borghese, che ha reso l’Usb un sindacato concertativo a tutti gli effetti.

È diversa l’Usb dalla Cgil? Certamente sì. Così come la Cgil è diversa da Cisl-Uil. Si tratta di differenze qualitative? Cambia il grado di degenerazione politica, ma le ragioni che stanno alla base del processo sono le stesse. Nel caso specifico ci troviamo di fronte a un apparato che si è consolidato nell’arco di trent’anni (essendo l’Usb la continuazione di Rdb e un pezzo proveniente dalla Cub) che non ha mai rotto con le logiche tipiche del riformismo di sinistra.

Se guardiamo allo scenario generale possiamo constatare come le realtà migliori del sindacalismo di base siano quelle di più fresca costituzione (nelle quali un apparato vero e proprio non ha avuto il tempo di consoli-darsi) soprattutto se espressione di processi di lotta reali e radicati, sottoposte dunque alla pressione diretta dei lavoratori. È oggi il caso del Si.Cobas o, per citare altri esempi del passato (fine anni ’80 - inizio anni ’90), dello Slai Cobas all’Alfa Romeo, del Comu dei macchinisti o dei Cobas scuola.

Il problema, anche in queste esperienze avanzate, è che ogni volta che viene meno la pressione diretta dei lavoratori, si “istituzionalizzano” facendo rientrare dalla finestra le dinamiche burocratiche che erano uscite dalla porta.

Per tornare all’Usb, è utile riportare un passaggio della risoluzione approvata al Coordinamento nazionale dell’11-12 dicembre 2015: “Non va sottovalutata l’operazione che è in corso ormai da tempo per privare il movimento dei lavoratori della propria rappresentanza collettiva, attraverso un’opera costante e scientifica di delegittimazione dei corpi intermedi, che trova terreno facile fra lavoratori ormai disincantati rispetto al ruolo di Cgil Cisl e Uil ma che indirettamente colpisce anche noi e che è fatta anche di continui e ripetuti attacchi ai servizi come Caf, patronato, ecc. Questi continui interventi legislativi di restrizione della possibilità di operare, con conseguente inevitabile riduzione dell’attività e quindi degli introiti, stanno già oggi mettendo a rischio anche per noi fonti di sostegno economico ancora indispensabili per l’Usb.

In questo quadro, che non ci sembra affatto fondato su una lettura esagerata della situazione esistente, ci troviamo di fronte all’apertura di un fronte interno che oggettivamente indebolisce la capacità di resistenza e di contrattacco dell’organizzazione e che si è concretizzato nell’Assemblea del 5 dicembre a Bologna convocata da tre organismi statutari locali (…).

Il Coordinamento nazionale Confederale Usb prende atto della volontà di rottura dell’unità dell’organizzazione messa in opera dai promotori dell’Assemblea del 5 dicembre che si sono peraltro rifiutati di discutere delle ragioni dell’assemblea nei luoghi deputati, primo fra tutti l’esecutivo del 2 dicembre.

Dissentire dalle decisioni assunte dall’organizzazione, anche a posteriori di scelte approvate a pressoché totale maggioranza, è lecito se ciò avviene negli ambiti deputati alla discussione interna e all’interno degli organismi democraticamente votati nei Congressi e negli organismi che ne hanno titolarità. È invece inaccettabile che, sommando questioni le più disparate e spesso antitetiche fra loro, si costituisca una vera e propria corrente/area interna con l’intenzione di ritagliarsi uno spazio di autonomia politica, organizzativa e amministrativa che si pone oggettivamente al di fuori delle regole e dello Statuto dell’ Usb (…)”.

Apprendiamo così che in Usb non esiste il diritto di costituirsi in area, un diritto che persino la Cgil riconosce, e che l’organizzazione dipende finanziariamente dallo Stato borghese e dalle sue prebende (patronati, distacchi, ecc.)

Le ragioni materiali di questo processo degenerativo sono state ben spiegate da Trotskij nel testo “I sindacati nell’epoca di declino dell’imperialismo” (vedi pag. 28, NdR).

Come spiega Trotskij l’unico modo per contrastare questo processo è rompere con il riformismo abbracciando una prospettiva rivoluzionaria.

 

La dialettica classe-apparato

Queste dinamiche che, come abbiamo visto, sono sempre esistite, diventano particolarmente acute e pressanti in un contesto di crisi organica del capitalismo.

Nell’attuale situazione, i lavoratori hanno sempre meno strumenti di difesa economica. In passato la difesa degli interessi del capitale da parte dei vertici sindacali non era così spudorata come oggi, in quanto la borghesia aveva maggiori margini economici ed era disposta a raggiungere una mediazione su tempi e modi degli attacchi alla classe, in modo che gli apparati sindacali evitassero l’avvio di processi di lotta incontrollabili.

Ma questo elemento, che in passato interessava anche i padroni, nel garantire il ruolo di mediazione sociale degli apparati sindacali, si sta affievolendo sempre più, come dimostra l’offensiva portata avanti da Marchionne alla Fiat, che sta trovando un seguito in altre categorie. Il vertice sindacale trova contro di sé un muro sempre più alto rappresentato dalla resistenza del capitale, che dà sempre meno margini di concessione, intanto perché è consapevole che i lavoratori sono più ricattabili, dall’altra perché è sottoposto alle pressioni competitive del mercato mondiale.

Questo, se da una parte sta provocando un discredito senza precedenti degli apparati sindacali e un loro spostamento sempre più a destra, dall’altra, in determinate circostanze, può produrre delle “sortite” brusche ed improvvise nella direzione opposta di pezzi dell’apparato consapevoli che i loro privilegi sono garantiti solo fino a quando regge l’organizzazione ed il riconoscimento del loro ruolo di mediazione sociale, non solo da parte del capitale ma anche da parte dei lavoratori.

 

Le ragioni di una paralisi

Risulta evidente come si stia diffondendo tra i lavoratori la consapevolezza che la lotta, per avere una minima possibilità di riuscita, deve manifestarsi attraverso una lotta senza quartiere. Questo elemento si radica ogni giorno di più nella coscienza collettiva delle masse. I lavoratori sono sempre meno disposti a fare “lotte rituali”, e di fatto le disertano, ma in quelle occasioni in cui vengono chiamati a mobilitazioni serie e radicali, da parte di dirigenti o delegati di cui si fidano, rispondono: presente! È questo il caso dei facchini nelle mobilitazioni della logistica, vere e proprie lotte per la sopravvivenza, dove obiettivamente il Si.Cobas ha svolto un ruolo, così come lo stanno svolgendo i nostri compagni di Trasporti in lotta tra gli autisti.

Ma, a parte alcune eccezioni, guardando alla classe in termini generali, la consapevolezza di cui sopra sta avendo l’effetto di paralizzare le mobilitazioni e quest’autunno è stato uno dei più “freddi” da molti anni a questa parte. Bisogna probabilmente risalire agli anni ’50, in un contesto per altro molto diverso da quello attuale, per trovare un autunno sindacale con un livello così basso di mobilitazione sindacale. L’Istat da un po’ di anni non ci viene in aiuto con le statistiche sul numero di ore di sciopero ma, al di là delle statistiche, ciò che conta è che questa realtà viene percepita dai nostri compagni e dalle avanguardie più in generale.

Se è vero che i lavoratori lottano meno in un contesto di crisi perché hanno molto di più da perdere e sono più ricattabili, è anche vero che questo elemento oltre un certo livello di sfruttamento, quando la condizione diventa insopportabile, può trasformarsi nel suo contrario producendo esplosioni vere e proprie, difficili da far rientrare da una burocrazia sindacale, la cui autorità è ai minimi termini. Per questa ragione le multinazionali del settore della logistica a un certo punto si sono sedute al tavolo direttamente col Si.Cobas e hanno firmato accordi con concessioni significative. Hanno dato dieci per non essere costrette a dare cento in un secondo momento. Hanno nei fatti bypassato gli apparati confederali, aggravando la loro condizione di precarietà.

La risposta che si è avuta da parte dell’apparato della Cgil è stata contraddittoria e differente a seconda dei territori: un settore si è spostato ancora più a destra organizzando azioni di crumiraggio contro gli scioperanti per accreditarsi agli occhi dei padroni e dimostrare la loro “utilità”, un altro settore invece sta tentando di recuperare terreno sul Si.Cobas spingendosi, in certi casi, nel proporre azioni di vero e proprio avventurismo. Si tratta di un’anticipazione di quello che in futuro vedremo su scala più generale.

Nel frattempo dobbiamo evitare di cadere nell’impazienza che è sempre foriera di gravi errori politici. Dobbiamo essere consapevoli che il processo conflittuale della classe lavoratrice necessita dei suoi tempi. L’estensione delle lotte, il superamento dei loro limiti, non è qualcosa che i lavoratori possano realizzare per un’astratta “presa di coscienza”, per una astratta “negazione” della limitatezza dello scontro, o per la “semplice propaganda” fatta dall’esterno: quest’ultima è fondamentale soprattutto per rivolgersi alle avanguardie, ma quando si parla di larghe masse quello che conta più di ogni altra cosa è l’esperienza. La classe lavoratrice apprende attraverso tentativi successivi, in un processo che non è graduale ed è sottoposto a svolte brusche e salti di coscienza improvvisi. Perché questo è il carattere dell’epoca.

Pretendere un’immediata unificazione generale delle situazioni di conflitto, come fanno i collettivi autogestiti o i presunti coordinamenti di lotta, significa concepire lo sviluppo del fattore oggettivo in modo astratto. Prima di arrivare a un nuovo autunno caldo, gli operai dovranno necessariamente attraversare un processo che è fatto di varie forme di resistenza sui luoghi di lavoro, di piccole lotte immediate, le quali non possono partire che da rivendicazioni generiche e particolari al tempo stesso. La tentazione di sostituire lo stato reale in cui si trova la classe in questo momento con il lancio continuo di espressioni rivendicative “forti”, con le quali si crede di cambiare la situazione generale “stimolando”, per così dire, una reazione, è esercizio tanto sterile quanto velleitario.

I comunisti, come indicava Lenin, in nessun momento possono permettersi di vagheggiare superamenti idealistici di processi che possono essere solo materiali: essi devono aiutare e sostenere gli operai, partecipando attivamente, in un doppio compito di appoggio e sostegno delle lotte immediate e di indirizzo, affinché siano superati i limiti ed esteso il fronte di lotta. Devono stare sempre un passo avanti rispetto al livello di coscienza delle masse ma, se la distanza diventa quella che c’è tra Plutone e Marte, semplicemente non verranno presi in considerazione e le masse continueranno ad ignorarne l’esistenza.