Introduzione


Pochi possono permettersi di ripubblicare quello che hanno scritto anni prima a testa alta. È quanto ci apprestiamo a fare oggi, riproponendo integralmente Prospettive per la rivoluzione nicaraguense a circa 30 anni dalla sua pubblicazione.
Le funeste prospettive per la rivoluzione nicaraguense che delineavamo allora si sono purtroppo avverate. La controrivoluzione ha prevalso, i sandinisti sono stati sconfitti nelle elezioni del 1990. Dopo la sconfitta un lungo processo involutivo ha cambiato la natura del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln), che era stato lo strumento della lotta rivoluzionaria contro la dittatura e l’imperialismo Usa. Daniel Ortega ha trasformato il partito in uno strumento per il potere e l’arricchimento personale di una combriccola di notabili che lo circondano.
Diceva Spinoza: “Non piangere, non ridere, ma capire”. Si tratta appunto di capire il processo per trarne le lezioni fondamentali.

Le ragioni della sconfitta del 1990

In primo luogo il voto dei nicaraguensi è stato un voto contro la fame e la miseria. Nel 1990 le condizioni materiali di vita erano, peggiorate sensibilmente rispetto alla rivoluzione del ’79. Nel 1989 l’inflazione aveva toccato il 36mila %; nello stesso anno il reddito medio pro capite, che nel ’77 era pari a 1.348 dollari, era arrivato a 635 dollari.
La pressione degli Stati Uniti, le azioni spietate dei Contras diretti dalla Cia e la guerra civile hanno senza dubbio giocato un ruolo decisivo nel peggioramento della situazione economica.
Ma la direzione sandinista aveva aggravato la situazione quando, a partire dal 1985, lanciò un programma di austerità economica. Nel settore pubblico si attuarono drastici tagli alle spese e al numero di dipendenti statali. Da una politica che concedeva sussidi generalizzati si passò agli incentivi individuali. Si giunse a un patto di concertazione con gli imprenditori privati e i latifondisti, che provocò come effetto immediato la sospensione delle espropriazioni delle terre.
La diversificazione salariale e dei livelli di vita si allargava a vista d’occhio, scontentando le masse e erodendo così la tradizionale base d’appoggio sandinista. I casi di corruzione fra i funzionari statali si moltiplicavano.
Tale politica di sacrifici non fu però un errore di valutazione dei sandinisti, ma una conseguenza delle loro concezioni economiche.
“Abbiamo tenuto fede ai nostri impegni: abbiamo mantenuto un’economia mista, così come il pluralismo economico(…) Quello della Svezia è un modello al quale i nicaraguensi guardano con interesse.” (intervista di Daniel Ortega a l’Unità, 5/5/1989).
Ma è del tutto evidente che non si poteva portare il Nicaragua ai livelli di vita della Scandinavia mantenendo intatte le proprietà del capitalismo americano nella regione. Il cosiddetto modello svedese non dipendeva dalla “economia mista” ma dal boom economico del dopoguerra da cui i paesi scandinavi si erano avvantaggiati non poco. La cosiddetta economia mista della Svezia, non è altro che un’economia capitalista con un forte settore statale, con la differenza non di poco conto che a differenza del Nicaragua, non è sottomessa agli interessi del capitale straniero, in un classico rapporto di dipendenza con l’imperialismo americano.
Il 70% dell’economia in Nicaragua è stata lasciata, dai sandinisti, nelle mani dei privati e delle multinazionali americane come la Exxon o la General Mills. Tutti i sistemi economici di questo tipo, specie nei paesi dominati, devono sottostare alle leggi del capitalismo mondiale e ai diktat del Fmi.
Il voto del 1990 fu anche un voto per la pace e, vista la progressiva diminuzione delle sovvenzioni dai paesi del blocco sovietico (mai state rilevanti, comunque), un voto per chiedere aiuto economico agli Stati Uniti.
I sandinisti, e soprattutto le masse nicaraguensi, avevano spaventato la borghesia, anche se non avevano strappato dalle loro mani il controllo dell’economia.
Così la classe dominante ha potuto, con facilità, portare avanti un programma di destabilizzazione e di sabotaggio economico.
La mancanza di una prospettiva internazionalista da parte della direzione del Fsln, infatuata dal miraggio di una “rivoluzione nazionale” in un paese piccolo e povero come il Nicaragua, non fece altro che aggravare gli effetti dell’aggressione imperialista. Come si dice nel documento, solo un appello internazionalista per l’estensione della rivoluzione agli altri paesi latinoamericani poteva salvare i sandinisti.
Riguardo a ciò decisamente negativo fu l’atteggiamento dell’Urss e degli altri paesi a “socialismo reale”, Cuba compresa, che consigliarono prima ad Ortega e ai suoi di “non andare troppo in là”, e poi abbandonarono il Nicaragua al suo destino, tagliando gli aiuti.

La Uno al potere

La vittoria del ‘90 della Uno (Union nacional opositora) rappresentò quindi più che altro un voto contro i sandinisti. Violeta Chamorro, eletta presidente a capo di una coalizione alquanto eterogenea, si trovò subito in difficoltà nel portare avanti il suo programma liberista. Dopo pochi mesi dovette affrontare un’ondata di mobilitazioni, culminata in tre settimane di sciopero generale dei dipendenti pubblici.
Tutto il periodo tra il 1990 e il ’93 fu caratterizzato dal fenomeno dei reduci della guerra civile: i recompas (ex membri dell’esercito sandinista) e i recontras (ex contras). Il governo era assolutamente incapace di dare un futuro agli ex combattenti, così essi cominciarono ad attuare clamorose azioni di protesta (sequestri, assalti a villaggi, ecc.) arrivando a creare una situazione di caos generalizzato in diverse zone del paese.
Con la situazione economica che continuava ad aggravarsi, nel 1991 la Chamorro rompe con i settori più reazionari della Uno e accetta l’appoggio del Fsln, in un governo di “riconciliazione nazionale”. Da allora i dirigenti del Fsln si sono distinti per una tattica quantomeno ambigua. Da un lato la centrale sindacale, controllata dai sandinisti, organizzava scioperi contro gli attacchi ai diritti dei lavoratori, dall’altro ufficiali di polizia e dell’esercito, anch’essi sandinisti, mandavano le loro truppe contro i manifestanti.
La leadership del Fsln era tutta tesa a “condizionare la politica economica del governo” e ciò fece nascere un grosso dibattito all’interno del partito.
Daniel Ortega, dopo aver sostenuto a lungo tale posizione moderata, ha cominciato nel ’94 a criticare il governo e successivamente ha rotto con esso, pur rimanendo disponibile ad alleanze parlamentari estemporanee con democristiani e liberali.
Questa politica ondivaga nonché i metodi burocratici e verticistici per dirigere il Fronte (ad esempio al congresso del 1994 hanno partecipato gli stessi delegati del congresso del 1991!), hanno portato alla formazione di un’opposizione interna al Fsln, che all’inizio del ’95 si è scissa dando vita a un nuovo partito, il Movimento per il rinnovamento sandinista (Mrs).
L’Mrs, che fra i suoi dirigenti annovera figure di primo piano della rivoluzione, come Sergio Ramirez, ex vicepresidente del paese, non ha fatto altro che sviluppare fino in fondo la politica riformista e socialdemocratica del Fsln, proponendo di dar vita a un’alleanza di centro sinistra nelle elezioni dell’ottobre 1996.
Tentativo fallito, perché il panorama politico era ancora fortemente polarizzato a sinistra e a destra. In tutti i sondaggi per le elezioni presidenziali emergeva un a testa a testa tra Daniel Ortega e Arnoldo Alemàn, sindaco di Managua, dell’Alleanza Liberale di ultra-destra.

Le elezioni del 20 ottobre 1996

Il programma di Alemàn, trasudava di liberismo e antisandinismo viscerale.
La sua popolarità deriva dal populismo esasperato e dalle denunce di corruzione del regime sandinista e dei traffici tra quest’ultimo e il governo di Antonio Lacayo, genero della Chamorro.
Il clima di violenza e di instabilità e la situazione economica diventava sempre più insostenibile. Tra il ’92 e il ’96, 1.500 persone sono state uccise per mano di bande paramilitari, mentre continuavano ad esserci decine di migliaia di persone rifugiate. Il 53% della popolazione, secondo stime ufficiali, era disoccupata. Più del 50% delle entrate dello Stato era destinata a pagare gli interessi sul debito.
La controrivoluzione è avanzata in tutti i settori. Si stima che il 74% delle terre assegnate dalla riforma agraria sandinista sia stata ipotecata per pagare i debiti contratti. Il governo ha minacciato più volte di procedere legalmente contro 13mila agricoltori in mora con la banca pubblica. Alla fine del 1995, 545 aziende pubbliche erano state privatizzate. Eclatante è il caso della Telcor, l’azienda statale delle poste e telecomunicazioni. L’azienda era in attivo: nel ’94, ad esempio, ha realizzato profitti per 29,2 milioni di dollari, quasi interamente reinvestiti. Il Nicaragua aveva infatti il più alto tasso di investimenti nel settore delle telecomunicazioni di tutto il Centroamerica e il 90% della rete telefonica era digitalizzato giaà nel 1995.
Il governo l’ha privatizzata e utilizzato i ricavi come indennizzo a coloro che sono stati confiscati negli anni Ottanta! Da questi pochi dati, emerge il carattere completamente reazionario e succube della borghesia nicaraguense nei confronti dell’imperialismo.
Alèman vincerà le elezioni del 1996 e sarà presidente fino al 2002, quando verrà sostituito, dal suo vice Enrique Bolanos. Solo nel 2007, dopo 11 anni di politiche ultra-liberiste, Daniel Ortega è tornato al potere, essendo rieletto presidente (anche grazie al forte sostegno politico ed economico concessogli da Hugo Chavez), e verrà confermato nel 2011, ottendendo il 62,46% dei voti. Si tornerà a votare il 6 novembre 2016 e Daniel Ortega sarà ancora una volta il candidato presidente del Fsln.

Come è degenerato il Fsln?

Molti attivisti di sinistra pensano che Ortega meriti la fiducia dei lavoratori ma ignorano le mutazioni ideologiche e il livello di degenerazione raggiunto dal Fsln in questi anni.
Per quanto è vero che il Fsln, con tutte le sue distorsioni politiche, ha svolto in passato un ruolo rivoluzionario e la rivoluzione sandinista ha risvegliato le coscienze degli oppressi dell’America Latina e del resto del mondo è pur tuttavia vero che questa organizzazione è stata sequestrata da Daniel Ortega e un pugno di dirigenti sandinisti, che si sono trasformati in veri e propri imprenditori. Fu proprio la Chamorro che nel 1990 assegnò loro le vecchie proprietà dello Stato, che vennero così privatizzate.
Ortega e compagni non solo si appropriarono di beni e capitali ma anche della struttura del Fsln che venne utilizzata per conquistare nuovi spazi di potere per difendere i loro interessi economici, in una visione totalmente clientelare della politica.
Questa mutazione genetica del partito non si è prodotta nel corso di una notte. È stata il prodotto di un lungo processo che ha visto opposizioni e forti resistenze al suo interno, che hanno prodotto molteplici rotture nel movimento sandinista.
La sconfitta elettorale del 1990 coincise con un periodo di forte riflusso delle idee e dei processi rivoluzionari in America Latina e nel mondo (la cosiddetta decade perdida). In questo contesto la sconfitta venne vissuta dalla maggior parte dei dirigenti sandinisti come la negazione di ogni possibilità di costruire una società più giusta.
A partire da questa prospettiva iniziarono un lungo percorso di “adattamento alla realtà”, che alla lunga si trasformerà in capitolazione verso il capitalismo.
Come recentemente ha scritto Humberto Ortega: “dal radicalismo siamo passati al realismo politico”.
Le lotte in difesa della distribuzione della terra ai contadini e delle fabbriche ai lavoratori vennero usate per coprire l’appropriazione indebita di beni e risorse  di alcuni dirigenti sandinisti per il proprio beneficio personale. Questo demolì l’indiscussa autorità morale ed etica che aveva il sandinismo fino a quel momento.
Daniel Ortega, che si è mantenuto per quasi 40 anni alla testa del partito, svolgeva il ruolo di “negoziatore” di tutte le lotte sociali. I movimenti che non riuscivano a rappresentarsi con propri organismi autonomi di lotta, abituati a dipendere dalla direzione della “avanguardia”, finirono per essere strumentalizzati da Ortega in funzione dei suoi interessi personali e del nuovo “polo economico sandinista”.
Questo processo continuò fino al 1997 quando si esaurì quel ciclo di lotte che aveva visto in prima linea le masse nicaraguensi nella lotta contro le politiche neoliberiste.
Non a caso sarà proprio il 1998 l’anno del congresso della svolta a destra del Fsln. Daniel Ortega darà tutto il suo appoggio alla corrente chiamata “Blocco degli imprenditori sandinisti”, incrementando la loro quota di potere nel partito. Nelle conclusioni al congresso Ortega annuncierà la sua decisione di abbandonare la lotta popolare per intraprendere il cammino della concertazione e dei patti sociali, cammino che aveva già inaugurato con il nuovo presidente Alemàn, attraverso la Legge della proprietà riformata urbana e rurale.
Comincierà un lungo processo di collaborazione del Fsln con questo governante corrotto e il suo Partido liberale constitucionalista (Plc), che culminò con un accordo per una nuova e antidemocratica legge elettorale e riforme costituzionali, che serviranno ad aumentare il numero di alte cariche dello Stato, che vennero distribuite tra i seguaci di Ortega e di Alemàn.
Quando qualcuno, all’interno del Fsln, cominciò a protestare per tale politica, Ortega avviò una durissima repressione interna, vere e proprie purghe secondo lo stile stalinista e manovre di ogni tipo per annientare qualsiasi espressione critica nel seno del partito.
La cosa peggiore in questo patto fu che Ortega portò in dote la sua disponibilità a smobilitare qualsiasi lotta popolare. Questo interruppe tutte le mobilitazioni in Nicaragua, contro le privatizzazioni imposte dal Fmi e dalla Banca mondiale.
Il patto si espresse, seppur silenziosamente, in numerose trattative sotterranee attorno alla spartizione delle proprietà dello Stato. In questo modo si rafforzò il blocco imprenditoriale sandinista, composto da ex dirigenti operai e contadini, che andavano corrompendosi ogni giorno di più.
Con l’esclusione e l’isolamento dei leader storici del sandinismo che si erano opposti alla deriva e la soprressione di qualunque gestione collettiva del partito, la base militante, senza una formazione adeguata, disabituata alla discussione, finì con l’adeguarsi all’idea del lider màximo, il segretario generale del Fsln, Daniel Ortega.
Queste in sintesi le cause della degenerazione caudillista del partito.
L’aver introiettato tutti i vizi tipici della democrazia borghese provocò una acuta lotta di potere all’interno del Fsln, per occupare i posti meglio renumerati e con più privilegi, all’interno delle istituzioni.
Le nomine diventavano così anche un modo per “cooptare” e corrompere i principali dirigenti delle organizzazioni popolari.
Quando il pro-yankee Bolanos arrivò al potere nel 2001, si aprì un conflitto con il precedente Alemàn, che venne accusato di corruzione.
Ortega che non aveva interesse a condurre fino in fondo la lotta contro la corruzione scelse il “gioco delle tre bande”: si alleava con l’uno o con l’altro a seconda degli interessi del momento.
Fu solo quando Bolanos fece importanti concessioni, concedendo parecchie “prebende” all’apparato del Fsln, che Ortega diede l’ordine a una magistrata sandinista, perché ci fosse una sentenza di condanna a 20 anni contro Alemàn.
Ma quando l’odio viscerale di Bush contro il sandinismo farà saltare l’accordo tra Bolanos e Ortega, il segretario del Fsln non esitò un secondo a rinnovare il suo patto con Alemàn.

Povertà crescente

In tutti questi anni le politiche neoliberiste, applicate dai governi che si sono succeduti in Nicaragua hanno cancellato tutte le conquiste della rivoluzione del 1979. Sono stati privatizzati i servizi pubblici, l’economia è stata consegnata al controllo totale delle multinazionali. Buona parte del territorio nazionale è stato concesso per lo sfruttamento delle miniere e delle foreste. Avanza la privatizzazione dell’istruzione e della sanità. Mentre da una parte fioriscono le attività di lusso e i casinò, dall’altra per la maggioranza della popolazione non resta che la lavorare nelle maquilladoras, emigrare in Costarica e negli Usa o la mera sopravvivenza in condizioni di assoluta povertà.
Ortega e i leader del Fsln non hanno mosso un dito per fermare la cancellazione delle conquiste rivoluzionarie. Peggio: essi hanno partecipato a questo processo attraverso le istituzioni che controllavano e dal 2007 da una posizione di governo.
Gli resta solo una sbiadita retorica rivoluzionaria che utilizzano quando gli serve per controllare più posizioni di potere.

La costruzione di un’alternativa al sandinismo

Già a partire dal 2005, un certo numero di militanti del Fsln proposero la candidatura di Herty Lewites (ex sindaco di Managua), alle primarie per la definizione del candidato sandinista alle presidenziali del 2007.
Ma nonostante questo diritto fosse stabilito dallo Statuto del Fsln, la risposta dell’apparato fu brutale: abolirono le primarie interne e proclamarono abusivamente e arbitrariamente la canidatura di Daniel Ortega.
Lewites e il suo principale sostenitore, Victor Hugo Tinoco, vennero anche espulsi dal partito. Le espulsioni vennero accompagnate da accuse di essere “agenti dell’imperialismo”, “agenti della destra”, “nemici del popolo”, ecc.
In realtà Lewites era stato fino ad allora uno degli uomini fidati di Ortega e Tinoco era stato vicecancelliere del governo sandinista e membro della direzione nazionale del Fsln, anche se fin dall’inizio si oppose al patto con Alemàn.
Questo atto autoritario provocarono un ripudio generale nelle file del sandinismo che hanno contribuito in tutti questi anni a raggruppare attorno a Lewites una serie di figure storiche del Fsln. Si citi ad esempio Comandanti della rivoluzione come Victor Tirado, Henry Ruiz e Luis Carriòn, intellettuali come Gioconda Belli, Ernesto Cardenal, il cantautore Carlos Mejìa Godoy, comandanti guerriglieri come Monica Baltodano e Rene Vivas a cui hanno fatto seguito un numero significativo di dirigenti e militanti di base che hanno organizzato il Movimiento por el rescate del sandinismo (Mprs).
Tuttavia questo movimento ha assunto un carattere riformista moderato e di centro-sinistra. Non rappresenta in sintesi un’alternativa credibile al Fsln per combattere il capitalismo e l’imperialismo.
Questo ha permesso ad Ortega di vincere le elezioni del 2007 e del 2011. Dopo aver cambiato la costituzione nel 2014 sarà ancora candidato nelle prossime elezioni del novembre del 2016.
All’orizzonte non si vede una candidatura alternativa e di sinistra a quella del Fsln.
L’esperienza ha dimostrato che non è dal vertice del Fsln che può sorgere un’alternativa, ma dal movimento delle masse e da un conseguente sussulto della base, in particolare della gioventù sandinista.
Oggi le masse nicaraguensi hanno assorbito la sconfitta del 1990 e hanno un maggior livello di esperienza e di organizzazione. Devono recuperare le enormi tradizioni di lotta dei giovani e della classe operaia nicaraguense, ma allo stesso tempo armarsi delle idee del marxismo.
Il primo compito è costruire una tendenza realmente marxista non solo in Nicaragua ma a livello internazionale che abbia forti radici nella società. Il secondo compito è riprendere il processo iniziato con la rivoluzione del 1979 che non è mai stata completata, per i limiti del gruppo dirigente sandinista.
Solo così si aprirà una nuova epoca per le masse nicaraguensi e quelle dell’America Latina.

30 giugno 2016



Nicaragua: una rivoluzione che non si completò

Nel luglio 1979 l’odiata dittatura di Somoza fu rovesciata dopo quarant’anni di spietata repressione. Questo avvenimento contribuì a soffiare di nuovo sul fuoco delle lotte rivoluzionarie che stavano estendendosi in tutta l’America Latina. La rivoluzione del Nicaragua entusiasmò la gioventù del Sud America, parte della quale guardò a questo movimento insurrezionale come ad un esempio da seguire. Questo fatto da solo giustifica uno studio accurato della rivoluzione nicaraguense per chiarire i compiti dei lavoratori e dei giovani in paesi come il Brasile, l’Argentina e il Cile.
Gli eventi del Nicaragua hanno portato l’imperialismo statunitense sull’orlo di un intervento militare diretto e al finanziamento dei Contras per oltre cento milioni di dollari. L’imperialismo statunitense è rimasto terrorizzato dalla prospettiva di una rivoluzione che si estendesse rapidamente a tutta l’America Centrale, abbattendo i governi-fantoccio del Salvador, dell’Honduras, del Guatemala ecc. È stata la paura di una rivoluzione in America Centrale, con le sue inevitabili conseguenze in Sud America, che ha costretto Reagan e l’imperialismo Usa a cercare di “spegnere completamente” il fuoco del Nicaragua.
Non c’è nessun dubbio sul fatto che il rovesciamento della dittatura di Somoza preannunciava uno straordinario passo in avanti per i lavoratori e i contadini del Nicaragua, specialmente in paragone all’incubo di una crescente povertà in tutto il continente. Sotto la dittatura di Somoza, malattie facilmente curabili uccidevano più del 30 per cento dei bambini nelle campagne. Dopo la rivoluzione, la mortalità infantile è stata ridotta dal 33 all’8% e più di un milione di persone sono state vaccinate in una campagna di massa antipolio. Il consumo di grano è aumentato del 33%, quello di fagioli del 40% e quello di riso del 30%. Negli ultimi anni della dittatura di Somoza un migliaio di medici fecero circa 200.000 visite. Dopo la rivoluzione ogni anno si sono laureati 500 medici  che fanno 6 milioni di visite annuali ai pazienti.
È stata realizzata una massiccia campagna di alfabetizzazione, mandando eserciti di insegnanti e studenti nelle campagne. Si stima che il 75 per cento della popolazione non aveva mai letto un libro prima della rivoluzione e che più del 50 per cento era analfabeta! Questa percentuale è stata ora ridotta al 14 per cento e sono state costruite 1.200 scuole.
Queste iniziative sono state sostenute da tutti gli attivisti del movimento operaio a livello internazionale. Questi progressi hanno sviluppato in molti giovani l’illusione nelle capacità del comando sandinista, che credono stia portando avanti la rivoluzione socialista.
I marxisti sostengono tutti i miglioramenti e i passi in avanti fatti dalle masse del Nicaragua e si oppongono implacabilmente all’imperialismo Usa che tenta di schiacciare la rivoluzione. Tuttavia nel fare ciò essi non possono e non devono ridursi al ruolo di semplici acclamatori. Specialmente nel caso in cui i miglioramenti acquisiti sono minacciati dalla controrivoluzione. È necessario analizzare i processi della rivoluzione e spiegare come i progressi fatti possono essere difesi e sviluppati meglio. Tale è il caso della rivoluzione nicaraguense. La chiave, che va dritta al cuore della questione del Nicaragua in particolare e dell’America Centrale in generale, è la teoria della rivoluzione permanente e la questione del carattere di classe della rivoluzione. In tutto il mondo coloniale, particolarmente in Centro e Sud America, c’è stato un enorme movimento di massa. Solo quattro anni fa l’intero Sud America era un gigantesco campo di concentramento. Oggi rimangono solo due dittature militari: in Cile e in Paraguay. È stato il movimento dei lavoratori, dei giovani e delle masse sfruttate che ha portato alla caduta di quei regimi.
Come vedremo più avanti, la stessa cosa è accaduta in Nicaragua. In questi paesi il problema immediato è quello di assolvere i compiti della rivoluzione borghese, cioè lo sviluppo dell’industria, la soluzione del problema agrario e la garanzia di uno Stato nazionale unificato e indipendente e di una stabile democrazia parlamentare. A diversi livelli queste questioni sono al centro dei compiti immediati in America Latina.


La rivoluzione permanente

Come Trotskij e Lenin spiegavano, nell’epoca moderna questi compiti non possono essere assolti dalla classe capitalista nazionale perché essa è troppo debole. Legata ai proprietari terrieri e, in ultima analisi, alla coda del potere imperialista più forte, la classe capitalista nazionale è completamente incapace di giocare il minimo ruolo indipendente e progressista. Le economie dei paesi coloniali sono dominate dalle multinazionali, che le sfruttano come fonte di manodopera a basso prezzo e per assicurarsi materie prime e minerali.
Quale classe, allora, è capace di risolvere questi problemi fondamentali, decisivi per il futuro sviluppo della società? Come l’esperienza della Rivoluzione russa ha brillantemente dimostrato, è solo la classe dei lavoratori industriali, con l’aiuto dei contadini poveri e degli altri strati sfruttati della società, che può portare avanti questo compito. Perfino nei paesi coloniali arretrati, gli investimenti delle potenze imperialiste e, fino ad un certo punto, il debole sviluppo della classe capitalista nazionale hanno determinato il costituirsi di una classe lavoratrice industriale.
Comunque, dopo la presa del potere, tale classe non potrebbe limitarsi semplicemente ad assolvere i compiti della rivoluzione borghese, ma, per necessità, oltrepasserebbe tali limiti in direzione della rivoluzione socialista, con la nazionalizzazione dell’economia e un piano centralizzato di produzione basato su un sistema di democrazia operaia. Per porre le basi per la costruzione di una società socialista, la rivoluzione deve essere estesa oltre gli stretti limiti delle nazioni arretrate e sottosviluppate, fino ai paesi capitalisti avanzati. Perché, benché la rivoluzione possa iniziare in un paese coloniale, essa può portare alla costruzione di una società socialista solo se si sviluppa su scala internazionale.
Tali erano le idee dei Bolscevichi durante la Rivoluzione russa sotto la direzione di Lenin e Trotskij. Il fallimento della rivoluzione internazionale lasciò l’Urss isolata, con un’economia arretrata e una carestia profonda il che, insieme ai tentativi di abbattere la rivoluzione da parte dell’imperialismo, aprì, negli anni Venti, la strada ad una controrivoluzione politica. Sebbene siano state lasciate intatte le basi dell’economia del 1917 (nazionalizzata e pianificata), la controrivoluzione politica distrusse la democrazia operaia e la sostituì con una casta burocratica - una cricca che ha abbandonato ogni idea di rivoluzione mondiale ed ha invece agito come freno controrivoluzionario per proteggere la propria posizione. Perché lo sviluppo della rivoluzione, ad un livello internazionale, porterebbe ad una rivoluzione politica che restaurerebbe la democrazia operaia.
Recentemente, mentre si estendeva la rivoluzione coloniale, si è sviluppata una nuova tendenza. La rivoluzione è stata sì avviata in alcuni paesi, ma in modo distorto. Era tale l’impasse della società che, malgrado l’assenza di una genuina forza marxista di massa, sono stati abbattuti il capitalismo e il latifondismo. Tuttavia questi non sono stati sostituiti da una democrazia operaia, ma da un apparato statale a immagine e somiglianza dell’apparato sovietico attuale, piuttosto che di quello del 1917. A capo di tali regimi ci sono gruppi di guerriglieri, studenti e intellettuali o anche gli strati più radicali della casta militare. Andando al potere, tali leaders non hanno mai avuto la prospettiva di completare la rivoluzione. Sono stati spinti a farlo in parte per la pressione delle masse e, per esempio, come nel caso di Cuba, a causa della reazione dell’imperialismo in forma di boicottaggio economico. Tali regimi, come Cuba, la Cina, la Siria ecc., sono stati molto popolari e hanno goduto di un enorme appoggio man mano che si facevano sentire i benefici di un’economia nazionalizzata e pianificata. Sebbene abbiano messo fine al capitalismo e al latifondismo e rappresentino un grande passo in avanti, questi avvenimenti non hanno comunque significato la rivoluzione socialista e regimi di democrazia operaia.
L’assenza di un regime di democrazia operaia dipende dalla natura di queste rivoluzioni, ed in particolare dall’assenza di un ruolo dirigente cosciente giocato dal proletariato, che trova la sua più alta espressione in un partito marxista di massa: è solo la classe operaia che può guidare la trasformazione socialista della società. Quando altri gruppi tentano di fare ciò, la cosa migliore che possono raggiungere è una rivoluzione sociale in una forma distorta e l’instaurazione di un regime totalitario e burocratico.
Questi aspetti cruciali della rivoluzione coloniale e permanente hanno ora un’importanza fondamentale se si vuole trovare la via principale per i successivi sviluppi di una rivoluzione socialista in Nicaragua, sconfiggendo la minaccia di una controrivoluzione da parte dell’imperialismo Usa e dei Contras.


La storia del Nicaragua

Come tutti i paesi dell’America Centrale e Meridionale, il Nicaragua è stato costantemente saccheggiato e sfruttato dall’imperialismo.
Conquistato dalla Spagna nel 1523, il Nicaragua fu spietatamente depredato dal dominio coloniale dei bianchi.
Ci furono atti di resistenza vittoriosi da parte degli indiani Miskito sulla costa atlantica. Più tardi, a questi venne offerto aiuto dalla Gran Bretagna che, in questo periodo, voleva una base per le sue operazioni contro la Spagna, la Francia e la potenza nord americana. Per questo sostegno la Gran Bretagna ebbe in cambio la possibilità di sfruttare l’area senza avere le mani legate.
Trecento anni di colonizzazione spagnola videro il Nicaragua trasformarsi in una base di esportazione di schiavi verso paesi come Santo Domingo, Ecuador, Perù e Cile. Membro della Federazione Centrale Americana, fu dichiarato “indipendente” nel 1821 e la schiavitù fu abolita formalmente nel 1824. Ciò nonostante il lavoro servile continuò per tutto l’Ottocento. Da questo momento due gruppi si distinsero all’interno della classe dominante. Il primo era la cosiddetta ala “liberale”, che si basava su zone come il porto di Corinto, sulla costa pacifica. Questa ala “liberale” era costituita per la maggior parte da piccoli proprietari e artigiani, che formavano una fiorente classe mercantile, la quale era influenzata politicamente dalla grande Rivoluzione francese e dava un vigoroso appoggio al libero commercio. Chi li contrastava era una combriccola aristocratica e conservatrice di latifondisti.
Sebbene i regimi “liberali” fossero forse leggermente meno repressivi, quando detenevano il potere, essi dimostrarono rapidamente la loro debolezza. Questi regimi furono totalmente incapaci di far fronte all’influenza dominante dell’imperialismo nord americano e, in ultima analisi, si piegarono, di solito dopo alcune proteste contro gli “eccessi” degli Stati Uniti, che avrebbero potuto danneggiare i loro interessi particolari. Erano incapaci di seguire la tradizione della nascente borghesia francese, dalla quale ereditarono tuttavia un certo “radicalismo” verbale.
La cricca conservatrice non si preoccupò mai neanche di tentare di mettersi una maschera “radicale”, ma una completa collaborazione con l’imperialismo statunitense fin dall’inizio. Essa rappresentava tuttavia un gruppo di potere che si basava sul commercio del caffè, (sino al 1950 il 50% delle esportazioni nicaraguensi). Perciò la borghesia nicaraguense fu fin dal principio molto debole, specialmente quando si scagliava contro le forti potenze imperialiste e come tale era incapace di giocare il minimo ruolo indipendente e progressista. Non fu neanche capace di avvicinarsi al compimento della rivoluzione borghese, una cosa che i “liberali” invidiavano ai francesi.
In ultima analisi essa accettò il ruolo di essere poco più che beneficiaria dei dividendi dell’imperialismo. Tra questi due gruppi fu combattuta un’aspra lotta attraverso colpi di stato militari, dittature e guerre civili, mentre l’imperialismo Usa giocava il ruolo di arbitro sostenendo chiunque serviva nel modo migliore i suoi obiettivi.
La scoperta dell’oro nel 1843 portò con sè un crescente interesse per l’America Centrale, specialmente nella prospettiva della costruzione di un canale tra le due coste per la spedizione via mare del metallo prezioso e delle altre materie prime. Nell’agosto del 1849, Roberto Ramirez, come Direttore Supremo del Nicaragua, firmò il primo accordo per la costruzione di tale canale. Allo stesso tempo l’Assemblea Legislativa accettò il principio di “assoluta esclusione di interventi stranieri negli affari interni dello Stato”, invitando gli altri Stati dell’America Centrale a fare altrettanto.
Come i fatti hanno dimostrato, tale dichiarazione fu più che altro il sogno che le classi dominanti nicaraguensi avrebbero voluto che si avverasse, perché quando l’imperialismo Usa fece schioccare la frusta, scattarono sull’attenti e accettarono la “realtà” della vita. Esse erano troppo deboli per fare qualcosa di serio ed avevano paura di qualsiasi mobilitazione delle masse nicaraguensi con le quali sarebbero entrate in collisione.
Nel 1850 scoppiò la Guerra Civile, portando al potere il reazionario estremista Prutos Chamorro. Questo provocò la rivolta dei Liberali che, sotto il comando di Jerez e Castellon, fecero sbarcare un piccolo contingente militare a El Realejo nel 1854. Questo gruppo liberale cominciò immediatamente le trattative di pace per cercare di assicurarsi alcune concessioni. Le offerte furono rifiutate e i Liberali tornarono al Nord a chiedere l’aiuto di un mercenario americano, William Walker. Questo, in cambio di generosi pagamenti, offrì una forza di 300 uomini. Sbarcò nel 1855, avendo ottenuto la cittadinanza nicaraguense e autopromuovendosi colonnello. In realtà l’ala liberale della classe governante nicaraguense aveva arruolato un famoso proprietario di schiavi del Sud degli Stati Uniti che aveva suoi propri obiettivi: prendere il controllo non solo del Nicaragua, ma dell’intera America Centrale come base dalla quale partire per rinforzare gli Stati schiavisti del Sud degli Stati Uniti.


Il crescente potere dell’imperialismo statunitense

Walker prese il potere e installò il suo burattino Rivas come presidente, mentre in realtà era lui a governare dietro le quinte. I suoi metodi furono così reazionari e spietati che anche Rivas ne fu disgustato. Chiamando tutta l’America Centrale in suo aiuto, Rivas insorse nel 1856, iniziando la cosiddetta “Guerra nazionale”. In risposta, Walker si proclamò egli stesso Presidente del Nicaragua e di El Salvador. Il fine di Walker di conquistare tutta l’America Centrale lo portò a scontrarsi con l’imperialismo britannico, poiché cercò di espandere la sua influenza nelle aree costiere degli indiani Miskito, allora colonia britannica che più tardi fu annessa al Nicaragua. Walker fu sconfitto nel 1857, dopodiché ritornò in Nord America per poi lanciare un ulteriore attacco nel 1860.
Gli Stati nordisti degli Usa chiaramente non volevano la vittoria di Walker, che avrebbe avvantaggiato la posizione degli Stati sudisti. Gli Stati nordisti stavano inoltre cominciando a guardare all’America centrale come a una potenziale area di sviluppo per se stessi. Walker fu catturato da una cannoniera britannica, consegnato al governo dell’Honduras e fucilato. Tutti questi fatti mostravano chiaramente quale ruolo giocasse l’ala liberale della classe dominante nicaraguense. La strada per la penetrazione statunitense in Nicaragua fu aperta formalmente con la firma del trattato di Cassirisarra nel 1859.
I Liberali alla fine presero Managua nel 1893, dopo una serie di insurrezioni. Nel 1894 fu annessa la costa dei Miskito, dietro pagamento alla Gran Bretagna di 15 milioni di dollari. Questo fu il periodo dell’aumento del potere dell’imperialismo Usa, che tentava sempre più di espellere dall’area i maggiori capitalisti europei. Fu adottata la tattica della cosiddetta “diplomazia del dollaro”. Furono elargiti prestiti a certi paesi della regione. In cambio gli Stati Uniti si garantirono i diritti esclusivi di commercio e di sfruttamento dei minerali e delle altre materie prime. In realtà ciò significò che questi Stati vennero costretti a fare ciò che desideravano gli Usa. Furono imposte clausole per proteggere investimenti, banche e ferrovie che, se non venivano rispettate, davano automaticamente agli Stati Uniti il diritto di intervenire militarmente.
Nel 1893 quindi il Partito liberale nazionalista andò al potere. Gli Stati Uniti gli offrirono armi per “unificare l’America Centrale” in cambio dei diritti esclusivi per costruire e gestire un canale che collegasse le due coste. Il presidente Zelaya rifiutò. Gli Usa allora decisero il suo abbattimento e truppe statunitensi invasero il Nicaragua nel 1909 per la prima volta. Fu messo al potere uno scagnozzo dell’imperialismo Usa, Diaz.
Questo accettò immediatamente le seguenti “proposte”: abolizione di tutti i monopoli di Stato, pagamento dei debiti esteri, garanzia degli interessi di tutti gli stranieri, per cui tutti gli uffici doganali nicaraguensi, le Poste, le banche, le ferrovie e i porti dovevano essere posti sotto il controllo delle banche creditrici statunitensi. I termini furono così duri che ancora una volta i Liberali si ribellarono nel 1912. Duemila settecento marines statunitensi sbarcarono per sedare la rivolta. Diaz fu ancora una volta “eletto” presidente, ricevendo 4.000 voti (il totale della popolazione era di 800.000 persone).
L’imperialismo Usa era deciso a mantenere il controllo totale del Nicaragua, una zona decisiva per costruire un canale tra l’Atlantico e il Pacifico. Di conseguenza i marines statunitensi restarono in Nicaragua fino al 1925. Due mesi dopo il loro ritiro furono indette le elezioni, solo per essere seguite a breve da un altro golpe da parte dei Conservatori guidati da Chamorro. Una volta ancora infuriò la Guerra Civile durante la quale si verificarono molti attacchi contro gli investimenti statunitensi. La ribellione fu guidata dal vice presidente Mocada. Ancora una volta tornarono le truppe Usa. Le condizioni di pace furono accettate da Mocada a nome degli ufficiali Liberali. Ma ci fu un’eccezione: Sandino o, come venne soprannominato, “il generale degli uomini liberi”. Sandino si rifiutò di accettare la pace offerta e inizio una lotta di guerriglia che durò fino al 1932.


“Il generale degli uomini liberi”

La presa di posizione di Sandino ottenne la simpatia di migliaia di contadini e delle masse cittadine. La sua lotta attirò l’attenzione di tutto il Nicaragua e di tutta l’America Centrale. Inoltre ottenne l’appoggio internazionale sulla scia della Rivoluzione russa, della Rivoluzione cinese del 1927 e dello sciopero generale inglese del 1926. Venne considerata dagli attivisti, che ne furono toccati, come un’altra lotta contro l’imperialismo. Si disse che striscioni inneggianti a Sandino si videro anche a Pechino nel 1927. L’esercito di guerriglieri, che cominciò con sole 27 reclute, crebbe velocemente ed arrivò al suo apice con una forza armata di circa 3.000 militanti.
Il suo appoggio veniva in particolare dai contadini e dai poveri delle città, non solo del Nicaragua, ma anche di tutta l’America Centrale e Meridionale. Nelle sue fila si schierarono non solo giovani americani, ma anche europei e asiatici. Questo movimento, sebbene limitato, fece tremare il capitalismo e l’imperialismo nord americano. Come risultato, più di 800 marines americani furono inviati nel tentativo di schiacciare i guerriglieri, che contavano nelle proprie file non più di 50 o 100 uomini armati. Sandino e il suo esercito condussero quella che si può descrivere solo come una lotta estremamente eroica, che ha lasciato una grossa tradizione in tutta l’America Centrale e fino ad un certo punto, in quella del Sud. All’inizio subirono alcune sconfitte, ma in seguito ottennero vittorie militari molto importanti contro le forze nord americane e nicaraguensi.
Il regime divenne furioso non riuscendo a soffocare questo movimento, instaurando un regime di terrore contro le masse contadine. Si verificarono esecuzioni di massa, torture e pestaggi in maniera completamente indiscriminata.
Tutto ciò servì, comunque, solo ad incrementare la simpatia per l’esercito di Sandino. Alla Guardia Nazionale toccò gran parte dei compiti di repressione, essendo stata creata su richiesta dell’imperialismo Usa e fornita di ufficiali dallo stesso. Un esempio di crudeltà fu quello di Ocatal, piccola città saccheggiata da un gruppo di contadini che non facevano parte delle forze di Sandino. Il risultato fu un bombardamento di massa, che provocò la morte di 300 persone in un solo attacco. A Managua furono inviati dagli Usa 70 bombardieri, usati nelle campagne e in tutto il paese. Dopo un breve intervallo di negoziati le truppe Usa passarono all’offensiva. Tutti quelli che venivano fatti prigionieri venivano immediatamente fucilati. Fu stabilita la infame tortura del “gile”, con la quale alle vittime venivano tagliati entrambi gli arti superiori.
Contro difficoltà apparentemente insormontabili e con poche armi la lotta continuò per alcuni anni. Nel 1932, dopo aver ricevuto la promessa che le truppe Usa si sarebbero ritirate e sarebbe stata garantita la salvezza dei suoi guerriglieri, Sandino accettò di arrendersi. Fu un enorme errore da cui possono essere tratti importanti insegnamenti, così come se ne possono trarre dalla situazione sviluppatasi nell’ultimo periodo. Man mano che i guerriglieri ritornavano nelle città, la cosiddetta “salvezza” promessa ai suoi uomini si rivelò falsa. Furono catturati dalla Guardia Nazionale e uccisi per ordine di Somoza. Anche Sandino, dopo aver cenato con funzionari del governo, fu ucciso. L’episodio della sua morte ha dimostrato chiaramente il dominio dell’imperialismo Usa e la collaborazione con la borghesia nazionale. Somoza andò dal presidente e dichiarò: “Vengo dall’ambasciata Usa dove ho avuto un dialogo con l’ambasciatore Arthur Bliss, che mi ha assicurato che il governo di Washington raccomanda l’eliminazione di Augusto Sandino poiché lo considera un disturbatore per la pace nel paese”.
Sandino condusse un’eroica lotta. Ma l’eroismo non è sufficiente per ottenere una vittoria. Nella sua analisi e nel suo metodo vi era una fondamentale debolezza che sfortunatamente ancora permane tra i dirigenti del Fsln (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale). Per Sandino la lotta era semplicemente militare, l’obiettivo era quello di allontanare le truppe Usa dal suolo nicaraguense. Non comprese che, anche se questo obiettivo fosse stato raggiunto, senza una rivoluzione sociale l’imperialismo avrebbe continuato ancora a dominare economicamente. Inoltre, l’avrebbe fatto collaborando con la borghesia nazionale. Quindi egli impedì che la lotta si sviluppasse su un piano sociale e non comprese l’esistenza di una lotta tra le classi in Nicaragua.
Il movimento era puramente nazionale, senza alcuna pretesa di attirare e mobilitare le masse sfruttate in tutta l’America Centrale, che si sarebbe chiaramente potuto ottenere. Come avrebbe potuto una piccola nazione come il Nicaragua sconfiggere una potenza così grande, senza dare un contenuto di classe a un movimento che avrebbe trasformato la lotta militare in lotta sociale?


La dittatura di Somoza

Per Sandino era “essenzialmente una questione nazionale”. Mentre concludeva correttamente che “solo i contadini e gli operai andranno fino in fondo”, egli non trasse la necessaria conclusione per quanto riguarda la rivoluzione sociale e non creò reali condizioni per costruire una base nei centri urbani che si stavano sviluppando in quel periodo.
Le possibilità di conquistare l’appoggio delle masse urbane alla rivoluzione in tutta l’America Centrale furono dimostrate dagli avvenimenti che si verificarono in Salvador durante le prime ed ultime elezioni “libere” tenutesi nel 1931, nelle quali il Partito laburista arrivò al potere grazie ad un movimento per la riforma agraria e ad un movimento nelle città. Nel 1932 queste elezioni furono seguite da elezioni amministrative che si conclusero con una grande avanzata del Partito Comunista. In questa fase il 10% della forza lavoro era organizzata nei sindacati. Il Partito Comunista guidò un’insurrezione, in un certo senso prematura, che fu schiacciata. Comunque, questi avvenimenti indicarono chiaramente le possibilità che esistevano in quel periodo.
Ma Sandino scelse un’altra via: “Né estrema destra, né estrema sinistra, ma un fronte unito è il nostro slogan. In questo caso non è illogico che la nostra lotta accetti la cooperazione di tutte le classi sociali senza «ismi o classificazioni»’’.
Con il ritiro delle truppe americane, si aprì un dibattito tra i Sandinisti sullo sviluppo della rivoluzione sociale. Sandino si oppose ad essa, avendo nella fase precedente appoggiato le espulsioni dei “comunisti” dal suo esercito. In parte questo si deve indubbiamente all’estremismo della teoria del “social fascismo” adottato dall’Internazionale Comunista in quel periodo, ma indica anche chiaramente la debolezza di fondo dell’analisi del “generale degli uomini liberi”. Si era creato un “gruppo patriottico” che faceva pressione su Sandino perché si arrendesse, mettesse fine alla guerra e permettesse di “creare condizioni stabili per gli affari” sotto la guida del liberale Sacasa, che era allora presidente. Sandino accettò e nel 1934 finì assassinato dopo aver cenato con Sacasa e Somoza.
Questo assassinio aprì la strada al colpo di Stato della Guardia Nazionale. Jarquin fu nominato presidente, dopodiché indisse elezioni truffa che nel gennaio del ’37 portarono Somoza al potere. Le elezioni furono abolite in tutte le province e il mandato presidenziale venne esteso. Iniziarono così quarant’anni di dittatura sostenuta  e finanziata dall’imperialismo statunitense. Somoza divenne nient’altro che un fantoccio nelle mani dell’imperialismo americano.
Comunque, nonostante la spietata repressione, non tutta l’opposizione fu schiacciata. Significativamente a Managua si concentrò, intorno al Ctm (Confederazione dei lavoratori di Managua), che contava più di 3.000 aderenti in condizioni di semiclandestinità.
Somoza fu assassinato nel 1956; il suo posto inizialmente venne preso dal figlio maggiore e dopo la sua morte, il potere passò al fratello minore. La dittatura di Somoza fu un incubo per la popolazione del Nicaragua, con il massacro di decine di migliaia di persone che andava di pari passo con una povertà e una miseria opprimente. Circa il 30 per cento della popolazione non aveva una dieta adeguata. Come in tutti i paesi coloniali, l’industrializzazione non portò benefici in senso materiale per il giovane proletariato urbano.
Questo inferno vivente per le masse del Nicaragua si rispecchiava nell’accumulazione di una enorme fortuna da parte della famiglia di Somoza. Nel ’79 si calcolò che essa ammontava a 150 milioni di dollari nel paese e altri milioni investiti all’estero. Inoltre, Somoza possedeva 150 fabbriche, cioè il 25% del totale dell’industria e più del 10% della terra coltivata. Era anche proprietario dell’unica linea aerea, di una rete televisiva, di un giornale e dell’agenzia della Mercedes Benz.


Lo sviluppo economico del Nicaragua

Somoza individuò il suo ruolo principale, a parte l’incremento della fortuna personale, nella difesa degli interessi dell’imperialismo Usa. Come disse suo figlio, egli era “l’unico leader nazionale su cui gli Usa potevano contare al mille per cento in tutte le Nazioni Unite”. L’imperialismo Usa considerava certamente la dittatura di Somoza come “una delle loro” anche se provava un po’ di imbarazzo per certi “eccessi”. Come disse Franklin Roosevelt: “Somoza può essere un figlio di puttana, ma è un nostro figlio di puttana”.
Somoza fece sì che l’apparato dello Stato fosse trasformato in un suo esercito personale; questo era certamente vero per quanto riguardava la Guardia Nazionale, forte di 7.500 componenti. Per evitare che venisse contagiata dal movimento dei contadini e dei lavoratori, Somoza si assicurò che fosse separata dal resto della società e che le venissero dati vasti privilegi. Vennero pagati buoni salari e per evitare che gli ufficiali facessero amicizia con le truppe venivano continuamente spostati. La maggior parte di essi veniva inviata negli Usa per l’addestramento. Tra il 1946 e il 1973, 4.120 tra ufficiali e soldati vennero ufficialmente inviati negli Stati Uniti per questo motivo. Il Nicaragua assunse un ruolo strategico e vitale per le operazioni dell’imperialismo americano in tutto il Centro America. Fu da qui che nel 1961 venne lanciata la fallita operazione della Baia dei Porci per schiacciare la rivoluzione cubana.
Lungo i trent’anni precedenti il Nicaragua era diventato quasi irriconoscibile. C’era stata una larga industrializzazione, prevalentemente attraverso il diretto intervento delle multinazionali e anche grazie a prestiti fatti alla borghesia nazionale che, rispetto allo standard dell’America Centrale, era relativamente potente. Questi investimenti e questi prestiti assicuravano che l’imperialismo facesse la parte del leone e dominasse l’intera economia.
Così nel 1972 il debito estero era arrivato a 255 milioni di dollari, raggiungendo la cifra sbalorditiva di 1.000 milioni nel 1978. Gli Stati Uniti avevano investimenti importanti in settori fondamentali dell’economia, ma la borghesia nazionale aveva un’importante influenza sull’industria leggera.
L’industrializzazione ebbe luogo principalmente negli anni Cinquanta, determinando il rafforzamento della classe lavoratrice industriale man mano che gli ex contadini si trasferivano dalle campagne nelle città, specialmente a Managua.
Il cotone sorpassò il caffè, gli animali da macello e lo zucchero diventarono la base principale dell’economia. La produzione passò dalle 3.300 tonnellate del 1950 alle 125.000 tonnellate del 1965. Nel 1970 l’industria leggera era equivalente all’agricoltura come percentuale del Prodotto interno lordo. Nel 1976 la prima era leggermente più alta, col 24 per cento, rispetto al 23 della seconda. Come risultato la popolazione agricola passò dal 60% del totale del 1960 al 44% del 1977. Nel 1975 i lavoratori impiegati nell’industria rappresentavano il 16-18% del totale della forza lavoro, una percentuale superiore a quella della Russia prerivoluzionaria.
Anche i rapporti di proprietà nella campagna si stavano avviando verso un importante mutamento, grazie al costituirsi di incipienti relazioni agrarie capitaliste. La concentrazione della proprietà della terra nelle mani di pochi andava di pari passo con lo sviluppo di braccianti agricoli, piuttosto che di contadini, che ancora costituivano la maggioranza. Una piccolissima cricca di persone (1,5% della popolazione) possedeva il 45,1% del totale delle terre coltivate e un 20,3% possedeva il 41,1%. Il 78% dei contadini poveri possedeva il 13,8% della terra. Il numero complessivo di braccianti agricoli arrivava  a 310.000.
Il Nicaragua, come il resto del mondo coloniale, non ha mai goduto dei frutti degli anni del boom capitalistico: la parte migliore se la accaparrarono le potenze imperialiste. Tra il 1969 e il 1974 una recessione colpì l’economia del Nicaragua producendo effetti devastanti. Durante questo periodo chiusero 292 fabbriche, corrispondenti al 37% del totale. L’inflazione crebbe.


Le lotte degli anni Settanta

L’industrializzazione aveva creato grosse aspettative tra i lavoratori. Quando queste aspettative non vennero soddisfatte e l’economia entrò in una fase recessiva, il proletariato iniziò a scaldarsi i muscoli e ad usare la forza recentemente acquisita. Questo coincise con un movimento tra i contadini e con la lotta che veniva portata avanti dai guerriglieri del Fsln e culminò nell’abbattimento della dittatura di Somoza nel luglio del 1979.
Negli anni Settanta nelle città ebbe luogo un vasto movimento della classe operaia. Ci furono scioperi tra gli insegnanti, tra i lavoratori edili e quelli della sanità. Queste lotte avevano il loro corrispondente in un movimento nelle campagne di occupazione delle terre e di durissimi scontri con la Guardia Nazionale. Fu durante questo movimento che il Fsln cominciò a guadagnarsi autorità e una buona reputazione tra i contadini e i lavoratori agrari, principalmente perché l’odiato regime dirigeva larga parte della sua propaganda e della sua repressione proprio contro il Fsln. Questo movimento dei lavoratori e dei contadini terrorizzò sia l’imperialismo Usa che la dittatura di Somoza. Più di ogni altra cosa sia il potere imperialista che la borghesia nazionale dei paesi coloniali temono un movimento delle masse.
Nel 1977 i lavoratori edili furono di nuovo coinvolti nella lotta e dimostrarono di essere uno dei più combattivi settori del proletariato del Nicaragua. Nelle campagne stava iniziando la guerra civile. Nel 1978 grosse lotte esplosero a Leon, Esteli, Chirandega e a Masaya tra la Guardia Nazionale e gruppi armati. Alla fine la Guardia Nazionale bombardò queste piccole località uccidendo più di 6.000 persone. Masaya resistette all’assalto per una settimana. L’eroismo e la determinazione nelle lotte furono tremendi. Nei due anni precedenti la caduta della dittatura vennero uccise 50.000 persone, il 2% della popolazione.
Settori della borghesia nazionale, intimoriti da tali sviluppi, cominciarono ad opporsi alla dittatura. Adottando la strategia dell’eliminazione indolore del regime, speravano di essere in grado di controllare il movimento dei lavoratori e dei contadini. In questo senso ottennero un completo insuccesso, in parte dovuto alla volontà di Somoza di tenere il potere nelle sue mani. Queste divisioni cominciarono ad apparire nei primi anni Settanta con una spaccatura tra il Partito Conservatore e il Partito Nazionale Liberale di Somoza e furono accentuate in seguito al terremoto che distrusse Managua nel 1972 . Arrivarono aiuti stranieri, ma solo una piccola parte di questi fu spesa per la ricostruzione delle infrastrutture che il capitalismo richiede - ancor meno furono gli aiuti che andarono ai lavoratori e ai contadini. Somoza, invece, riuscì ad arricchirsi ancor di più.
Date le condizioni che si stavano sviluppando, se fosse esistito un partito marxista genuino, la rivoluzione si sarebbe potuta sviluppare lungo la linea classica della Russia del 1917, portando al potere un regime di democrazia operaia che avrebbe fatto da trampolino per il Centro e il Sud America e da qui per i paesi capitalisti avanzati e anche per gli Usa.
Le tre condizioni oggettive per la rivoluzione che Lenin aveva posto esistevano. La borghesia era divisa sotto la pressione del movimento delle masse. Gli strati intermedi della società erano sempre più radicalizzati e venivano coinvolti nelle lotte, come dimostravano gli scioperi fra gli insegnanti e i lavoratori della sanità. C’era un movimento di massa nelle campagne e la classe operaia voleva lottare. Fu la mancanza della quarta condizione, un partito marxista, che fece sì che la rivoluzione prendesse una strada distorta e piuttosto particolare.
Nel dicembre del 1974, una sezione della borghesia formò quello che chiamarono “fronte ampio”, l’Unione di Liberazione Democratica, Udel, di cui facevano parte certe organizzazioni sindacali. Vedendo lo sviluppo di una rivoluzione, l’imperialismo Usa comincio a cercare possibili vie per prevenire un’esplosione e diede il suo appoggio all’Udel come possibile alternativa “liberale” alla dittatura.
Durante questo periodo i Sandinisti del Fsln portarono avanti una serie di attacchi di guerriglia che preannunziarono una massiccia ondata di repressione.
Somoza, pensando di avere schiacciato i Sandinisti, nel 1977 ritirò lo stato d’emergenza. Tuttavia, anziché intimidire il movimento, questa ondata di repressione provocò un’enorme reazione. Nel novembre 1977, I’Udel pubblicò un appello per un’alternativa democratica a Somoza che avrebbe incluso il Fsln.
L’appello fu pubblicato sul quotidiano conservatore “La Prensa”, che era pubblicato dal leader dell’Udel, Chamorro. Come risultato Chamorro fu assassinato nel 1978.


La cacciata di Somoza

A volte la rivoluzione ha bisogno della frusta della controrivoluzione e questo assassinio scatenò un nuovo e decisivo movimento.
L’Udel e i sindacati convocarono uno sciopero generale in occasione dei funerali di Chamorro. Si stima che parteciparono in 120.000. Fu un punto di svolta cruciale per la rivoluzione e per la prima volta ebbe luogo una mobilitazione generalizzata della popolazione urbana. Il movimento terrorizzò quei borghesi che fino ad allora avevano appoggiato l’Udel. Come risultato nel luglio 1978 questi formarono una nuova organizzazione, il Fao, che comprendeva settori della borghesia e un’ala del Fsln, Los Terceristas. Il Fao intraprese negoziati con gli Usa e tentò di trovare una soluzione “moderata” alla crisi. Il Fsln si ritirò quando furono aperti questi negoziati. In seguito il Fao intraprese negoziati diretti con Somoza. La borghesia tentava disperatamente di prevenire un’esplosione sociale. Il risultato delle trattative con Somoza fu che il Fao perse gran parte dell’influenza che aveva conquistato fra le masse.
Gli avvenimenti avevano portato operai e contadini ben oltre l’idea di una “chiacchierata” con l’odiato dittatore. Il Fsln conduceva la lotta nelle campagne e, grazie alla mancanza di un’alternativa organizzata, aveva anche guadagnato una grossa reputazione nelle città. Questo nonostante il fatto che fosse una piccola organizzazione, che in nessun momento ebbe più di 500 attivisti armati. Il Flsn era diviso in tre frazioni che propugnavano diverse idee, tutte dominate dall’idea della guerriglia come sostituto della mobilitazione cosciente della classe operaia, con l’appoggio dei contadini poveri, per prendere il potere.
Nel febbraio 1979, si formò una nuova organizzazione che includeva le tre frazioni del Fsln, alcuni sindacati e alcuni raggruppamenti borghesi minori.
Essendo stato precedentemente costretto a sospendere l’attività militare, il Fsln unificato aprì in marzo una nuova offensiva. Il regime era totalmente isolato, con solo la sua Guardia Nazionale preparata a dargli appoggio.
Ci fu una grande esplosione sociale e il Fsln lanciò un appello per la mobilitazione delle masse. Il 10 giugno uno sciopero generale spontaneo scoppiò a Managua. Sezioni della Guardia Nazionale tentarono di opporsi, ma furono sommerse dall’enorme movimento. Il regime fu colpito e abbattuto. La Guardia Nazionale fuggì, per formare più tardi le basi della Contra attuale.
Dal Costa Rica, dove erano in esilio, i dirigenti sandinisti tornarono e annunciarono la formazione di un Governo Provvisorio composto da tre sandinisti e due politici borghesi. Marciarono su Managua e si trovarono alla testa del movimento. Il Governo Provvisorio fu ribattezzato Giunta di Ricostruzione Nazionale (Grn).

I Sandinisti

La macchina statale della borghesia era finalmente annientata! Tuttavia, che cosa la sostituì? Quali sono le prospettive per la rivoluzione nicaraguense? Per poter comprendere pienamente le basi di classe dello Stato che è stato stabilito e per rispondere a queste due domande, è necessario prima di tutto analizzare le idee e la storia del Fsln.
Alla luce di una simile ascesa, si è radicata l’idea che i Sandinisti stanno portando avanti la rivoluzione socialista. Purtroppo proprio il loro fallimento in questa opera che sta mettendo oggi in pericolo la rivoluzione.
La rivoluzione socialista consiste soprattutto in un movimento cosciente del proletariato per prendere il potere con le sue mani, attraverso l’instaurazione di una democrazia operaia fondata sulle lezioni della Comune di Parigi del 1871 e chiarite dalla Rivoluzione russa del 1917.
Lenin riassunse nei seguenti presupposti questo tipo di Stato: abolizione dell’esercito permanente e sua sostituzione con una milizia popolare, elezione di tutti i funzionari che sono soggetti a revoca immediata in qualsiasi momento, per tutti i funzionari salario di un operaio specializzato, partecipazione popolare all’amministrazione e rotazione delle cariche con il controllo e l’amministrazione della società da parte dei consigli operai: i soviet.
Purtroppo non esiste al momento in Nicaragua un apparato statale basato su questi principi. Per di più, il regime fu abbattuto da una sollevazione spontanea dal basso, piuttosto che da un movimento cosciente del proletariato per conquistare il potere.
In questo movimento sono state inculcate le idee della guerriglia che hanno particolarmente eclissato i metodi della lotta proletaria, così abbiamo visto lo sviluppo di una rivoluzione che mancava della direzione decisiva del proletariato in forma cosciente. Confrontiamo questo con la Rivoluzione d’ottobre in Russia, che era stata coscientemente preparata dai Bolscevichi sotto la direzione di Lenin e Trotskij e in cui il proletariato era imbevuto delle prospettive della rivoluzione internazionale per rendere possibile la costruzione della società socialista.
In altre situazioni simili la rivoluzione è stata portata avanti, ma in modo distorto. A Cuba, per esempio, il capitalismo fu abolito. Ma invece di un regime di democrazia operaia fu stabilito uno Stato monopartitico burocratico e totalitario. Un regime che era ed è ancora oggi, seppur a un livello minore, enormemente popolare, ma che non è una democrazia operaia. In Nicaragua, tuttavia, i Sandinisti non hanno concluso la rivoluzione, nel senso dell’abbattimento del capitalismo, che ancora predomina nell’economia. Così i Sandinisti si sono trovati a capo di un nuovo apparato statale e hanno permesso al capitalismo di dominare l’economia! Cosa ha causato un fenomeno apparentemente così curioso?
Sfortunatamente, la direzione del Fsln non ha imparato dall’esperienza della Rivoluzione russa, né dalla classe operaia internazionale. Tragicamente non hanno subito l’influenza del bolscevismo di Lenin e Trotskij, ma hanno indossato il mantello del menscevismo. In realtà hanno accettato la cosiddetta teoria delle due fasi e cioè, con la prospettiva che esista un’ala “progressista” del capitalismo, la necessità, dopo la caduta della dittatura, di un periodo di sviluppo capitalista, durante il quale dividere il potere con la borghesia. Non hanno prospettive per la rivoluzione socialista. Per i Sandinisti è fondamentalmente un “problema interno”. Se queste prospettive erano destinate a fallire nel 1927, questo è ancora più vero oggi. Con la maggior monopolizzazione del capitalismo e lo sviluppo del mercato mondiale, nessun paese può porsi al di fuori del mercato internazionale né, per una rivoluzione vittoriosa, fuori dal suo sviluppo a livello mondiale.
Dal punto di vista del marxismo e per gli interessi della rivoluzione mondiale e quelli degli operai e contadini del Nicaragua, la questione non sono le intenzioni più o meno buone della direzione del Fsln. Non si mette in dubbio il loro eroismo. Il problema è come ottenere una vittoria duratura per le masse in generale.

La guerriglia

La storia del Fsln ha inizio nel 1962, quando fu fondato da Carlos Fonseca, Silvio Mayorga e Tomas Borge. Molti dei suoi membri fondatori erano usciti dal Psn (Partito socialista nicaraguense), filo sovietico, fondamentalmente perché erano insoddisfatti per la mancanza di una lotta combattiva contro la dittatura.
Allo stesso tempo erano stati fortemente ispirati dallo sviluppo della rivoluzione a Cuba. Fonseca aveva incontrato Che Guevara a Cuba un anno dopo l’inizio della campagna del Fsln in Nicaragua. La sua strategia iniziale era quella della classica guerriglia nelle campagne. Prendendo le armi speravano di riuscire a sviluppare il conflitto fino al punto in cui, con le simpatie delle masse contadine, si sarebbe potuta ottenere una vittoria. Fra il 1962 e il 1967 fu intrapresa questa lotta. Questo metodo era interamente scorretto, specialmente per lo sviluppo industriale del paese negli anni precedenti. Con il suo pugno di militanti, il Fsln tentava di sostituirsi al movimento delle masse, specialmente nelle città. Se si fosse basato su un movimento dei lavoratori nelle città e su un movimento dei contadini nelle campagne, con un programma, prospettive e metodi marxisti, la rivoluzione avrebbe potuto portare all’instaurazione di una democrazia operaia. Ma per i dirigenti del Fsln queste idee erano un libro chiuso.
Il marxismo ha sempre spiegato che sono gli operai industriali, organizzati nelle fabbriche, che sono portati a lottare come classe e che giocheranno il ruolo decisivo nella rivoluzione. Dietro le loro bandiere possono venire attirati gli altri strati sfruttati come i contadini poveri, gli intellettuali, gli studenti e la piccola borghesia urbana. Qualsiasi tentativo di sostituire tale movimento con una minuscola organizzazione non potrà mai portare a stabilire la democrazia operaia, che sta alla base della risoluzione dei problemi della rivoluzione democratico borghese attraverso lo sviluppo della rivoluzione socialista a livello internazionale. Ogni organizzazione che tenta di sostituirsi a questo movimento inevitabilmente si isolerà dalle masse, portando alla sfiducia e al disprezzo delle masse, ponendo le basi per la formazione in una fase successiva di una cricca burocratica.
Il marxismo cerca la massima partecipazione della classe operaia e dei contadini. Tuttavia, nel fare ciò non respinge in nessun modo la necessità che le masse prendano le armi, includendo l’organizzazione di una guerra contadina, che in Nicaragua assumerebbe un ruolo critico, ma sempre come ausiliaria di un movimento nelle città. I leader sandinisti, tuttavia, videro il movimento nelle città come ausiliario e credettero anche che un’organizzazione relativamente piccola potesse condurre questa lotta. L’atteggiamento del Fsln fu sottolineato da Daniel Ortega quando dichiarò: “Abbiamo sottovalutato le masse”.
Così, anche fra i contadini, mentre si sviluppavano larghe simpatie e appoggio, non fu fatto nessun tentativo per costruire un partito di massa.
Nel 1970 il Fsln aveva subito alcune pesanti sconfitte e fu costretto a sospendere la sua attività per un periodo. Questo portò ad una discussione aperta al suo interno. Si svilupparono tre tendenze distinte: una maggioranza guidata da Ortega, “Las terceristas”, il Gpp (Guerra popolare prolungata) sotto la direzione di Tomas Borge, e la più piccola, la “tendencia proletaria”, guidata da Jaime Wheelock. Una chiara maggioranza era a favore di un qualche tipo di guerriglia, tuttavia c’erano delle divergenze su quale tipo di guerriglia condurre. “Las terceristas” erano favorevoli a portarla verso le città, seguendo l’esempio dei Tupamaros in Uruguay e speravano che la classe operaia avrebbe seguito loro e la loro campagna di attentati.
Ma questa campagna avrebbe tutt’al più ottenuto l’effetto di abbassare il livello di coscienza della classe operaia. “Perché dovremmo combattere se lo fanno loro per noi?” sarebbe stato l’inevitabile risultato di questa posizione. Nessuno sforzo fu fatto dai “terceristi” per costruire un partito del proletariato delle città. Allo stesso tempo, appoggiavano un’alleanza con certi settori della borghesia nazionale.
Il Gpp era a favore di una lunga lotta nelle campagne senza nessun collegamento con le città.
La “tendenza proletaria” spiegava che il Fsln doveva radicarsi fra la classe operaia. Ma sebbene questo significasse un progresso, le mancava il programma necessario per fare questo. Nel 1975 la “tendenza proletaria” fu espulsa dal Fsln. Fu con una chiara maggioranza a favore della guerriglia che il Fsln andò al potere nel 1979.


Il carattere dello Stato

Dopo la distruzione dell’apparato repressivo di Somoza il Fsln era diventato l’apparato statale. L’ipocrisia dell’imperialismo Usa nella sua denuncia della “repressione” in Nicaragua ha sorpassato ora tutti i limiti, dato che il Nicaragua è in realtà lo Stato più democratico dell’America Centrale. Le elezioni tenutesi nel 1984 indicano l’enorme appoggio di cui godeva il Fsln. In quattro giorni più dell’80% dei maggiori di 16 anni si iscrissero a votare e diedero ad Ortega un appoggio maggiore di quello ottenuto da Reagan nelle elezioni presidenziali Usa. Tuttavia l’apparato statale che è stato costruito non permette che la gestione della società passi nelle mani degli operai e dei contadini poveri. In sostanza, ancora una volta è stato ridotto a “lo facciamo noi per conto vostro”.
L’apparato statale è stato modellato sull’esempio di Cuba e, come quello, nonostante l’enorme entusiasmo che c’è ancora per la rivoluzione, sarebbe erroneo pensare che esista ora in Nicaragua una vera democrazia operaia, che inizia a gettare le basi per la costruzione della società socialista. Questo vale sia per l’apparato statale che per i rapporti di proprietà. Per di più, attualmente, non è in grado di muoversi in questa direzione.
Il carattere dell’apparato statale è un riflesso del Fsln stesso. Come organizzazione non ha mai avuto le caratteristiche di un partito operaio sano. Era ed è un’organizzazione strettamente controllata che esclude le masse degli operai e dei contadini dai suoi ranghi. Così nel gennaio del 1981, quasi due anni dopo la rivoluzione, aveva solo 500 membri.
Successivamente arrivarono a 5.000 e poi a 12.000. Anche adesso l’iscrizione è ristretta e limitata a individui selezionati a cui viene dato un addestramento speciale per incarichi governativi.
I Sandinisti spiegano che le limitazioni all’iscrizione sono necessarie per evitare l’infiltrazione di controrivoluzionari e arrivisti. È chiaro che misure per salvaguardarsi da tali pericoli sono necessarie. Comunque, è successo proprio il contrario. Un partito di massa con militanti attivi e soprattutto politicamente coscienti è il miglior modo per salvaguardarsi da tali pericoli. Un partito con un limite al numero di militanti, che come vedremo non è controllato dalla classe operaia, preparerà la strada per il costituirsi di un gruppo privilegiato al vertice.
Questa natura restrittiva del partito si rispecchia anche nell’apparato statale. Perché qui il controllo e la direzione non sono nelle mani della classe operaia e dei contadini. Tutta la direzione e il potere decisionale sono invece nelle mani dei dirigenti sandinisti, specificamente nel Direttorato Nazionale. Dalle elezioni i poteri maggiori sono stati concentrati nelle mani del Presidente. I Sandinisti sottolineano lo sviluppo delle organizzazioni di massa, i sindacati (Cst), le associazioni dei lavoratori agricoli (Atc), il movimento giovanile (Mj19) e soprattutto i Comitati di Difesa Sandinisti (Cds), come base per il controllo da parte delle masse.
La crescita esplosiva di queste organizzazioni dopo la rivoluzione è innegabile e dimostra l’appoggio su cui possono contare i Sandinisti e l’entusiasmo per la rivoluzione. I Cds contano 12.000 militanti con la partecipazione di altri 500.000 circa. Comunque il potere non è nelle loro mani. È vero che i Cds hanno una certa autonomia per le questioni locali e per le questioni di amministrazione quotidiana. Però somigliano di più ad una cinghia di trasmissione per il passaggio delle decisioni dei dirigenti del Fsln verso la base. Allo stesso tempo hanno la funzione di termometro per misurare le opinioni delle masse. Non controllano e non decidono la politica e non hanno neanche il controllo del governo. Spesso si spiega che questo compito tocca all’Assemblea Nazionale che ha poco potere effettivo, che è invece concentrato solidamente nelle mani del cosiddetto Direttorato.
In nessun modo si può paragonare questo apparato con la democrazia sovietica che esisteva dopo la Rivoluzione russa del 1917. Lenin e Trotskij lottarono contro qualsiasi sviluppo dell’arrivismo o della burocrazia, senza porre un limite all’iscrizione dei lavoratori al partito. Il numero di iscritti al Partito bolscevico esplose dagli 8.000 di febbraio ai 240.000 della vigilia della Rivoluzione d’Ottobre. Il Partito comunista russo degenerò a causa delle condizioni oggettive che si svilupparono, in particolare per la sconfitta della rivoluzione mondiale in quell’epoca.
La forma sovietica di governo non è paragonabile con i Cds. I soviet facevano, governavano e determinavano la politica da seguire a livello locale e nazionale. Erano eletti nei posti di lavoro, con delegati dei contadini e dei soldati. Tutti erano soggetti a revoca in qualsiasi momento.


L’economia è ancora in mano ai privati

Al contrario, in Nicaragua l’apparato statale, benché popolare, ha le caratteristiche di quelli che sorsero a Cuba in Cina, in Jugoslavia ecc., regimi che in un primo tempo godettero di un enorme appoggio, ma che non erano regimi di democrazia operaia.
Tuttavia questi regimi abolirono il latifondismo e il capitalismo, facendo un passo avanti. Questo non è stato fatto dai Sandinisti. In Nicaragua l’economia è ancora in mano ai privati.
Dopo la rivoluzione la borghesia è passata in massa ad appoggiare i Contras ed è decisa a distruggere la rivoluzione. Alcuni di questi borghesi furono portati al governo dai Sandinisti nelle prime fasi del movimento. Arturo Cruz, leader del Cdn (Coordinamento democratico nazionale) entrò nel governo nel 1980. Egli in effetti appoggiava l’intervento Usa e denunciò le elezioni come “antidemocratiche”. I due rappresentanti borghesi che in origine erano nel governo quasi subito sono passati ai Contras. La borghesia nazionale non accetterà mai lo Stato sandinista perché non è il suo Stato, nonostante i tentativi dei Sandinisti di accontentarla, tentativi che si basano sulla loro convinzione dell’esistenza di una fantomatica “borghesia progressista”. Ma per governare la borghesia ha bisogno di un proprio apparato statale su cui appoggiarsi.
Al contrario di quello che si pensa comunemente, i Sandinisti non hanno preso in mano i settori decisivi dell’economia. come loro stessi spiegarono nel loro programma, il “Piano per la lotta”: “Allo stesso tempo ci poniamo l’obiettivo di regolare la partecipazione allo sviluppo del nostro paese di capitali stranieri di altri Stati e di compagnie private all’interno di una struttura di economia mista (nostra enfasi) che offre spazio sia per il funzionamento delle imprese del settore di proprietà popolare che per quelle in mano di proprietari privati che corrispondono agli interessi dello sviluppo nazionale”. In realtà questo significa che la classe capitalista mantiene il controllo dell’economia. Questo nonostante il fatto che le proprietà di Somoza siano state nazionalizzate: 168 fabbriche, con il 25% degli impianti industriali, che impiegavano 13.000 dei 65.000 operai industriali. Tuttavia questo lascia il 60% dell’economia ai privati. Così i giganti multinazionali come la Exxon e la General Mills non sono stati toccati.
Infatti la Jgrn (Giunta nazionale di ricostruzione) decretò nella sua proclamazione numero 3 che solo la finanza, le miniere, la pesca e le piantagioni di Somoza potevano essere nazionalizzate. Nel settore agricolo la preponderanza della proprietà privata è ancora più evidente. Xavier Gorostiaga, del Ministero della pianificazione, nel 1981 proclamò che “pochissime persone si rendono conto che l’80% della produzione agricola è nelle mani del settore privato, così come il 75% del settore industriale”. Un’analisi più dettagliata illustra il problema chiaramente: il 72% della produzione di cotone, il 53% del caffè, il 58% del bestiame e il 51% dello zucchero rimangono in mano ai privati.
Qualcuno potrebbe obiettare che queste cifre danno una visione distorta della situazione perché nel settore agricolo la maggior parte della terra è posseduta da piccoli proprietari. Questa pretesa ancora una volta non regge di fronte alla realtà. Nonostante una distribuzione di terre abbastanza ampia, i 200.000 contadini più piccoli posseggono solo il 14% della terra. La realtà è concreta!
Questa situazione ha lasciato ai Sandinisti il peggio dei due mondi possibili. Hanno terrorizzato - o meglio le masse hanno terrorizzato - la borghesia, ma hanno lasciato l’economia nelle sue mani: le hanno lasciato gli strumenti per il sabotaggio e per creare il caos. Così come ha appoggiato i Contras, la borghesia si è imbarcata fin dall’inizio in un programma di destabilizzazione economica. I capitalisti hanno dimostrato la loro gratitudine per i massicci sussidi statali e la riduzione delle tasse sui profitti con un vasto programma di deindustrializzazione e sciopero degli investimenti. Così nel 1977 il settore pubblico ha contribuito per il 15% al Pil e per il 41% nel 1980.
Questo era dovuto in parte ad alcune nazionalizzazioni, ma anche alla riduzione del Pil a causa del sabotaggio della borghesia. Ora l’economia utilizza solo il 60% della sua capacità produttiva. Questo è stato peggiorato dall’accumulazione di un pesante debito estero che nel 1981 ha significato che il 40% di tutti i guadagni dell’esportazione andavano a coprire gli interessi sul debito.
In seguito al rovesciamento della dittatura di Somoza è chiaro che un partito marxista avrebbe incontrato delle difficoltà in un piccolo paese arretrato come il Nicaragua. Comunque la situazione è stata peggiorata dal rifiuto del regime sandinista di prendere in mano i settori portanti dell’economia e di stabilire un piano statale di produzione centralizzato sotto il controllo e la gestione democratica dei lavoratori.
Dall’altro lato hanno peggiorato i problemi e rafforzato la mano dell’imperialismo Usa rifiutando di tentare di allargare la rivoluzione in Centro e Sud America e di stabilire una federazione socialista di Stati centro e sudamericani, che sarebbe stata l’unica strada per risolvere i problemi e sviluppare una società socialista in un paese come il Nicaragua.


Il ruolo di Mosca

I leaders sandinisti vedevano la cosa come un “affare interno”, ma l’imperialismo no! Così Tomas Borge dichiarò il primo maggio 1982: “Con la vittoria della rivoluzione comincia una nuova fase. È ancora necessario unire il più ampio strato possibile della società nicaraguense per affrontare il nemico comune di tutti i nicaraguensi che è l’imperialismo Usa. Questa nuova fase, che segue la vittoria, pone la maggiore enfasi sulla difesa nazionale, sulla lotta perché sia rispettata la nostra sovranità nazionale (enfasi nostra) sul diritto di autodeterminazione e sulla necessità di unire tutti i patrioti nicaraguensi contro un nemico enorme e crudele”.
Noi marxisti appoggiamo il diritto all’autodeterminazione e ci opponiamo alla minaccia dell’imperialismo Usa. Questi compiti non verranno tuttavia assolti rifiutando di appellarsi ai lavoratori e alle masse sfruttate del Nord e Sud America, né si potranno assolvere appellandosi alla borghesia nazionale che appoggia i Contras e destabilizza l’economia.
Si pone chiaramente la domanda del perché il Fsln ha rifiutato di adottare le misure necessarie per completare la rivoluzione. Come già spiegato, questo è dovuto in parte alla comprensione completamente scorretta da parte della direzione del Fsln del ruolo della borghesia nazionale. Tuttavia questo stesso fatto è un riflesso dell’influenza della burocrazia di Mosca che ha giocato un ruolo decisivo nel frenare la rivoluzione.
Certamente in una certa fase i leaders sandinisti si preparavano ad abolire il capitalismo e il latifondismo, seppure in forma distorta, ma la burocrazia stalinista li ha frenati. La burocrazia stalinista di Mosca ha completamente abbandonato ogni prospettiva di rivoluzione mondiale - e ne teme qualsiasi sviluppo - questo perché l’instaurazione di una vera democrazia operaia sarebbe inevitabilmente un polo di attrazione per i lavoratori dei paesi stalinisti. Scatenerebbe dei movimenti che non porterebbero ad un ritorno al capitalismo, ma alla rivoluzione politica e alla restaurazione della democrazia operaia in Urss e la sua nascita in Europa orientale, Cina e negli altri stati operai deformati. Questo processo significherebbe il rovesciamento della burocrazia stessa.
Perciò su scala mondiale l’URSS ha tentato di arrivare ad un accordo con le potenze imperialiste e si è opposta a qualsiasi sviluppo rivoluzionario, anche informa distorta, perché questo turberebbe l’equilibrio. Così ha cercato di prevenire il completamento della rivoluzione sociale in Nicaragua a causa dell’effetto che avrebbe avuto nella zona, danneggiando sostanzialmente gli interessi dell’imperialismo Usa. Lo stesso processo si è potuto vedere a Cuba. La cricca burocratica di Mosca non voleva la rivoluzione. Per di più, né Fidel Castro, né Che Guevara avevano alcuna prospettiva di rivoluzione socialista prima o al momento del loro arrivo al potere. Furono costretti a portare avanti la rivoluzione sociale a causa della situazione oggettiva in cui si trovarono, in parte per la pressione delle masse e anche a causa del blocco dell’imperialismo Usa che controllava il 90% dell’economia. La burocrazia stalinista fu così messa di fronte al fatto compiuto e non poté che accettarlo. Cuba fu poi ricondotta all’ovile in modo da amministrare e contenere la situazione.
Il ruolo di Mosca nel frenare la rivoluzione nicaraguense si è visto chiaramente nella visita di Ortega a Mosca nell’aprile dell’85 per ottenere armi e appoggio per completare la rivoluzione. Ortega tornò con le mani vuote, se si eccettuano i 200 milioni di dollari, che aveva ottenuto dai paesi Cee. Il Cremlino cercava prima di tutto di mantenere l’“equilibrio” nella regione. Come puntualizzava il giornale britannico The Times: “Il Cremlino non è ansioso di farsi coinvolgere in una guerra per procura con gli Usa in Centro America”.
Quando fu dichiarato lo stato di emergenza nel novembre ’84, per rispondere alla minaccia di intervento Usa, lo stesso giornale riferirà che: “un piccolo numero di Mig vecchio modello, secondo quanto si riferisce, destinati al Nicaragua sono rimasti a Cuba, sotto l’embargo di Castro”. Questa pressione è stata esercitata principalmente attraverso l’agenzia dell’Avana che ha incoraggiato i Sandinisti a frenare la rivoluzione. Parlando in Nicaragua l’11 gennaio 1985, Castro appoggiò l’economia mista: “Ieri abbiamo avuto l’opportunità di sentire il discorso del compagno Daniel Ortega e devo congratularmi con lui. È stato serio e responsabile. Ha spiegato gli scopi del Fronte sandinista in ogni settore - economia mista, pluralismo politico e anche una legge sugli investimenti esteri. So che c’e spazio nella vostra concezione per un’economia mista. Potete avere un’economia capitalista (enfasi nostra). Quello che indubbiamente non avrete, e questa è la cosa più importante, è un governo al servizio dei capitalisti”. Sicuramente non una prospettiva di rivoluzione socialista!.
Tali commenti dimostrano chiaramente il freno posto alla rivoluzione dalle burocrazie di Cuba e di Mosca. I Sandinisti sono disposti ad accettarlo perché sfortunatamente manca loro un’analisi sulle caratteristiche della rivoluzione e non hanno una prospettiva o un programma per la rivoluzione mondiale. Il loro programma e i loro metodi potrebbero mettere in pericolo la rivoluzione stessa.


Prospettive per la rivoluzione

La rivoluzione nicaraguense è minacciata su due fronti. Da una parte le prospettive di un intervento militare Usa sono reali. Dall’altra parte ci sono la guerra della Contra e i tentativi della borghesia di destabilizzare i Sandinisti con la prospettiva di abbatterli. Nonostante il rifiuto dei Sandinisti di nazionalizzare l’economia, la borghesia e l’imperialismo Usa non accetteranno che continui ad esistere lo Stato sandinista. Questa posizione “a metà strada” è durata otto anni e può durare ancora, ma non  indefinitamente.
Ci sono due fattori che hanno frenato l’intervento diretto dell’imperialismo Usa. Primo: le ripercussioni che ci sarebbero in tutta l’America centrale e meridionale. Poi il fatto che di fronte a questa prospettiva i Sandinisti hanno aiutato l’imperialismo Usa frenando la rivoluzione.
Se l’imperialismo Usa fosse intervenuto avrebbe scatenato un enorme movimento in tutto il continente. Avremmo visto grandi manifestazioni in Brasile, Argentina, Cile, Perù, Bolivia ecc. Le ambasciate Usa insieme agli investimenti americani sarebbero bruciati. In questo senso avrebbe dato una spinta alla rivoluzione in tutto il continente. Per questo gli Usa si sono fermati. A lungo termine un intervento non risolverebbe i problemi dell’imperialismo Usa. A breve termine spegnerebbe “l’esempio” che il Nicaragua ha dato ai lavoratori e ai giovani di tutta l’America Latina. Il marxismo lotterebbe contro un possibile intervento Usa spiegando la politica, il programma e il modo più efficace per combatterlo.
A lungo termine, comunque, un intervento incontrerebbe una resistenza tremenda e in realtà sarebbe una guerra che gli Usa non potrebbero vincere. “The Times” ha riassunto bene la situazione: “Quando circa 500 guerriglieri sandinisti decisi hanno abbattuto il regime di Somoza in Nicaragua, il loro arsenale rudimentale era composto in gran parte da pistole arrugginite e fucili da caccia. La loro vittoria su forze ben più armate ed in numero più o meno uguale è stata una testimonianza impressionante di quello che si può ottenere con l’impegno e il coraggio. E l’errore peggiore che Washington potrebbe commettere, nella sua campagna senza sosta contro i sandinisti, sarebbe di pensare o di mettere in dubbio che i giovani entusiasti, che la settimana scorsa gridavano «No pasaran», non siano decisi a difendere il loro paese contro una sfida ancora più dura”.
I Sandinisti contano su più di 150.000 persone armate, incluse le milizie che sono state create. Sarebbe una lotta sanguinosa, ma una volta che abbia deciso di seguire questa strada, l’imperialismo Usa non avrebbe altra scelta che seguirla fino in fondo. Questo potrebbe significare bombardamenti massicci, per esempio, come quelli fatti in Vietnam e Cambogia che massacrarono il 10% della popolazione. Comunque, dopo un periodo, l’esercito Usa prenderebbe le città. Ma sarebbe una vittoria di Pirro. I giovani andrebbero nelle campagne e l’esercito Usa sarebbe in stato d’assedio permanente da parte della massa della popolazione senza prospettive di una vittoria definitiva. Una tale situazione, dopo un periodo, inevitabilmente porterebbe alla demoralizzazione dei soldati americani. L’appoggio per la guerra che l’imperialismo Usa riuscirebbe a stimolare all’inizio, dopo un po’ si trasformerebbe nel suo opposto. In questo senso si svilupperebbe un movimento simile a quello dell’epoca della guerra del Vietnam.
L’esercito americano in Nicaragua con la demoralizzazione, la droga, l’alcol ecc. comincerebbe a disintegrarsi come fece in Vietnam. Le truppe di intervento sarebbero costrette a ritirarsi; questo porterebbe ad una nuova vittoria per i Sandinisti e, questa volta, dopo una tale esperienza, si creerebbe un regime simile a quello di Cuba, e la rivoluzione socialista sarebbe completata, sebbene in modo distorto.
In questa fase sembra che l’imperialismo Usa si sia tirato indietro da un intervento per paura delle conseguenze. Comunque, l’intervento Usa non è l’unico pericolo che minaccia la rivoluzione nicaraguense. La borghesia spera che l’appoggio di cui godono i Sandinisti possa essere eroso dalle frustrazioni e dalla delusione che si stanno sviluppando a causa della crisi economica e delle conseguenti mancanze di prodotti. Con il diffondersi della delusione, spera di dividere i Sandinisti, usando possibilmente la Chiesa e i suoi personaggi, come il vescovo Obando, e poi di portare una parte dei Contras al governo rovesciando così l’attuale apparato statale e sostituendolo con il proprio Stato. La situazione che si è sviluppata nell’economia ha dato alla borghesia motivo per sperare in una tale prospettiva.
Dato l’appoggio che hanno oggi i Sandinisti, i Contras da soli non potrebbero abbattere il regime. Le ultime notizie indicano un crollo del morale fra i Contras. Gli ultimi aiuti Usa permetteranno loro di continuare, ma non potranno costituire seriamente una minaccia per il Fsln, che ancora gode dell’appoggio della maggioranza della popolazione del Nicaragua. Secondo Alfonso Robel (Opposizione Unita Nicaraguense, una frazione di destra dei Contras) dei 23.000 militanti presenti sulla carta solo 6-7.000 sono attivi. Nel sud l’Arde (Alleanza rivoluzionaria democratica) è scesa a 3.000 combattenti e ancora più a sud l’infame comandante dell’Fdn, El Negro, è rimasto con soli 20 combattenti. Dunque la borghesia è costretta a cercare un’altra via per erodere la base dei Sandinisti. Questo spiega perché la borghesia ha assicurato che il sabotaggio economico è il più efficace.
Le misure che ha preso insieme all’imperialismo Usa hanno indubbiamente avuto effetto. Questo, unito al crollo a livello mondiale del prezzo dei prodotti di consumo, ha provocato la devastazione dell’economia
 Ciò si poteva prevenire fino ad un certo punto, se i Sandinisti avessero preso il controllo dei settori portanti dell’economia e avessero istituito un piano statale democratico di produzione. Il tenore di vita è caduto in modo drammatico con un declino continuo ogni anno dal 1984 in poi in confronto alla situazione precedente il 1979. Oggi il tasso d’inflazione è del 400%, il più alto di quanto si sia mai raggiunto durante la dittatura di Somoza.
Si è sviluppato un enorme mercato nero attraverso cui si calcola che si guadagnino da vivere 130.000 persone. Questa situazione ha portato ad una serie di scioperi e persino a sommosse per i prodotti alimentari a Managua. Come risultato, il governo ha introdotto uno stato di emergenza, con la scusa della minaccia dell’intervento Usa, e ha proibito tutti gli scioperi, con proclami governativi che attaccano gli “eccessi” degli operai. I dirigenti del Fsln spiegano che sono costretti a spendere il 40% del Pnl in armi per prepararsi contro un intervento Usa. Il marxismo non li critica per questo. Comunque con un piano di produzione ci sarebbero più risorse disponibili e con la creazione di una vera democrazia operaia i lavoratori accetterebbero qualsiasi sacrificio nell’interesse del loro governo, come, per esempio, si è visto in Russia dopo la rivoluzione.
In Nicaragua, già si sta sviluppando un certo scetticismo che si riflette nei giornali del Fsln e nelle pubblicazioni dei Sandinisti. Lettere che chiedono “perché non ci ascoltate?” sono state pubblicate.
I Sandinisti godono ancora di un grosso appoggio, ma il dissenso e perfino l’opposizione si stanno sviluppando.
Il motivo principale per cui non lo fanno maggiormente è che c’e il pericolo di un intervento Usa, che paradossalmente ha frenato lo sviluppo di uno scontento maggiore nei confronti delle mancanze dei Sandinisti. Comunque, una tale situazione non può mantenersi indefinitamente.


Gli indiani Miskito

Alcuni sostenitori del Fsln dicono che se si fosse completata la rivoluzione sociale, questa avrebbe provocato un intervento dell’imperialismo Usa. Eppure tutte le concessioni dei Sandinisti non sono servite affatto a diminuire la decisione dell’imperialismo di abbatterli. L’esperienza della Rivoluzione russa su questa questione è essenziale per il movimento operaio internazionale. Ventuno eserciti imperialisti sono intervenuti per tentar di schiacciare la rivoluzione. Furono respinti dall’Armata Rossa diretta da Trotskij, in buona parte grazie all’atteggiamento dei bolscevichi verso la rivoluzione mondiale. Andarono dai lavoratori dell’Europa e fecero un appello di classe ai soldati degli eserciti di intervento.
Usando questo metodo costrinsero le potenze imperialiste a ritirarsi dopo che queste avevano visto i soldati che appoggiavano la rivoluzione. Se i Sandinisti adottassero una posizione marxista sulla rivoluzione attraverso l’esproprio dei settori portanti dell’economia, l’allargamento della rivoluzione in tutta l’America Centrale e un appello di classe ai lavoratori e ai soldati americani, si assicurerebbero la sconfitta dell’imperialismo americano.
L’atteggiamento non marxista della direzione sandinista si è rivelato anche nella politica applicata nei confronti degli indiani Miskito che è stato pagato caro. Migliaia di questi avrebbero potuto essere reclutati come combattenti, fra i più impegnati contro l’imperialismo, se i Sandinisti fossero stati disposti a cedere loro i diritti di autonomia, che era quello che chiedevano. Se lo avessero fatto avrebbero potuto conquistare la fiducia di questa parte delle masse e poi, nel contesto di un’economia socialista pianificata democraticamente, avrebbero potuto garantire loro i diritti di lingua e di cultura, integrandoli nella rivoluzione - in altre parole, se avessero applicato la politica di Lenin e Trotskij sulla questione delle minoranze nazionali. Non averlo fatto ha significato che migliaia di Miskito si sono buttati dalla parte dei Contras.
Circa 80.000 indiani vivono sulla costa atlantica, in gran parte nel nord-est e sono praticamente gli unici ad abitare quella zona. Il rifiuto di concedere qualsiasi autonomia è stato poi seguito da spostamenti forzati della popolazione. Nel 1982 in 10.000 furono costretti dai Sandinisti a lasciare i loro villaggi lungo il Rio Coco, perché questi credevano che ci fosse una base dei Contras nella zona. I Contras si erano conquistati una certa base fra di loro offrendo l’autonomia. Il programma di spostamento fu portato avanti in modo spietato senza nessuna sensibilità. Il villaggio Saklan sul Rio Coco è stato un tipico esempio. Aveva 1.500 abitanti. È stato evacuato e poi raso al suolo.
È vero che dopo aver vissuto direttamente l’esperienza con i Contras molti li hanno abbandonati. Secondo alcune informazioni circa 30.000 sono tornati in Nicaragua dall’Honduras e da altre basi usate dai Contras. Ciò nonostante, è una dimostrazione dei metodi e della politica sbagliati adottati dai Sandinisti.
Come abbiamo spiegato in questo documento, l’unico modo per sconfiggere la controrivoluzione consiste nel completare la rivoluzione, cioè abbattendo il capitalismo e creando una democrazia operaia. Qualsiasi ritardo non farà altro che dare l’occasione alla borghesia per prepararsi e organizzare la reazione. Istituire una democrazia operaia in un piccolo paese come il Nicaragua non porterà subito ad una società socialista. Questo sarebbe impossibile dati la mancanza di risorse e il sottosviluppo.
Per creare una società socialista sarebbe necessaria una rivoluzione di natura socialista in almeno una serie di paesi capitalisti avanzati, oppure una rivoluzione di natura politica nei paesi stalinisti.
La vittoria della classe operaia in un piccolo paese come il Nicaragua non può completare la rivoluzione mondiale. La può, pero, iniziare. Perché la creazione di una democrazia operaia anche in un piccolo paese può far scoppiare un movimento e può agire come punto di riferimento nei paesi più sviluppati dell’America del Sud. E una vittoria in uno di questi paesi cambierebbe tutta la situazione internazionale e significherebbe l’abbattimento dello stalinismo. È in questo contesto che si deve capire che è cruciale che in questi piccoli paesi la classe operaia adotti un programma marxista e che impari le lezioni della rivoluzione nicaraguense.