di Francesco Merli


La mattina dell’11 settembre 1973, sotto gli occhi increduli di tutto il mondo, in Cile il braccio armato dell’oligarchia annegò in un mare di sangue le speranze di un popolo che aveva osato sfidare il potere e gli interessi di chi lo affamava. Da quel golpe è nata una dittatura mostruosa. In questo articolo, scritto in occasione del trentesimo anniversario del golpe, si percorre la storia del Cile per ricostruire nel quadro dello sviluppo della lotta di classe in Cile le cause dell’ascesa e della sconfitta di una rivoluzione che ha segnato la vita di una generazione, per trarne gli insegnamenti più importanti ed impedire che ancora una volta il sonno della ragione generi altri mostri come il regime del generale Augusto Pinochet Ugarte.


La nascita del capitalismo cileno

Il processo di sviluppo capitalista del Cile avvenne in modo turbolento e rapido, presentando il carattere diseguale e combinato proprio di ogni capitalismo sviluppatosi nell’epoca dell’imperialismo. Il prezzo pagato dalla borghesia cilena per questo suo ingresso ritardato nel mondo capitalista fu di trovarsi, già sui blocchi di partenza, sovrastata in potere economico e politico dalla vecchia aristocrazia coloniale, alleata dell’imperialismo, proprietaria delle terre e arricchitasi negli scambi commerciali in modo tale da controllare anche le banche.
In secondo luogo, ben prima di giungere ad un consolidamento della propria fisionomia di classe, la borghesia si trovò a fare i conti con la rapida formazione di un numeroso e combattivo proletariato. La prima legge antisciopero fu introdotta in Cile nel 1865 e negli anni successivi si moltiplicarono fra i capitalisti cileni le grida di allarme per la diffusione tra il proletariato della “malattia” finora sconosciuta dello sciopero e della lotta di classe.
Nella seconda metà dell’800 la borghesia andò comunque conquistando un po’ alla volta la direzione della società. Le vittorie nelle guerre contro Perù e Bolivia avevano permesso l’espansione territoriale e la conquista degli importanti campi minerari del nord. Con la conquista delle province di Tarapacà e Antofagasta dal Perù, depositi importanti di nitrati passarono in mano all’oligarchia cilena. Nel 1883 la guerra del Pacifico risolse a favore del Cile la questione del controllo su questi depositi. Il Cile prese possesso della provincia peruviana di Tacna, con la promessa di indire un plebiscito (che ebbe luogo solo nel 1928).
I nuovi possedimenti minerari facilitarono il consolidamento della nazione cilena e conferirono maggior impeto allo sviluppo capitalistico, ma la spinta riformatrice e liberale entrò inevitabilmente in conflitto con l’oligarchia e l’imperialismo, così quando il Presidente Balmaceda tentò di dare ai cileni il diritto di disporre delle proprie risorse minerarie, l’oligarchia insorse con l’appoggio britannico e scatenò la guerra civile fino alla sconfitta nel 1891 di Balmaceda, cui non restò che il suicidio.
La borghesia cilena trovò a questo punto il modo di accordarsi con l’oligarchia per spartirsi i profitti del rame e del salnitro, spinta a questa decisione anche dalla necessità di far fronte comune contro l’ascesa del proletariato, determinando infine la fusione tra Liberali e Conservatori. Come epitaffio sulle residue velleità progressiste della borghesia cilena queste parole scritte con protervia nel 1892 dal banchiere cileno Eduardo Matte, esponente di punta dell’oligarchia, sul proprio giornale, El pueblo: “I padroni del Cile siamo noi, i padroni del capitale e della terra; tutti gli altri sono massa influenzabile e vendibile, essa non conta né come opinione né come prestigio”.
Il compromesso fra le varie frazioni della classe dirigente trovò la sua espressione nei due decenni successivi sul terreno della politica; con un lungo periodo di parlamentarismo.


1892 300.000 ton
1896 1.000.000 ton
1901-1910 1.720.000 ton (media annua)
1911-1920 2.500.000 ton (media annua)

Le cifre per la produzione di nitrati dimostrano il segreto della “democrazia cilena” di quel periodo.


Dal 1910 al 1918 l’aumento del commercio mondiale e della domanda di nitrati cileni fece salire del 75 per cento il prezzo di questo prodotto.
Nello stesso periodo si verificò qualcosa di simile con il rame che, poco a poco, sostituì i nitrati come esportazione più importante del paese. La produzione del rame aumentò a una media di 33.000 tonnellate l’anno dal 1901 al 1910 e di 68.000 tonnellate dal 1911 al 1920. Il commercio estero del paese aumentò da un valore totale di 140 milioni di pesos nel 1896 a 580 milioni nel 1906.
In questa “epoca d’oro” del capitalismo cileno, la classe dominante cilena si sottomise nel modo più servile all’imperialismo straniero. Già al tempo della Prima guerra mondiale il 50 per cento degli investimenti nel settore minerario era di origine straniera. Ben presto l’imperialismo, soprattutto quello americano, si impossessò dell’industria del rame. Nel 1904, El Teniente, da cui si estraeva un terzo della produzione nazionale, passò in mano ad un’impresa nordamericana. Nel 1912, Chuquicamata fu comprata da un’altra impresa nordamericana. Questa miniera produceva la metà circa del totale nazionale. Nel 1927 la compagnia nordamericana Anaconda comprò Potrèllos, che rappresentava un sesto della produzione nazionale del rame. Durante più di mezzo secolo, compagnie come Anaconda e Kennecot Copper hanno perpetrato un saccheggio vero e proprio delle risorse minerarie del paese, accumulando immense fortune a spese della classe lavoratrice cilena. Come per il rame il monopolio straniero si impose anche per gli altri settori come il ferro, minerale che in Cile si trova in abbondanza e di buona qualità. La maggior parte del ferro cileno andò negli Stati Uniti, di norma, imbarcato direttamente su navi nordamericane o britanniche.


L’ascesa del movimento operaio

D’altra parte l’ascesa dell’economia cilena rese possibile lo sviluppo dell’industria e della classe operaia, dai 150 mila operai del 1890 agli oltre 200 mila del 1900, ai 300 mila del 1910. Con lo sviluppo dell’industria e del commercio, i contadini poveri emigrarono in massa dai campi nelle città. Nel 1907 il 43,2 per cento della popolazione abitava nei centri urbani. Solo a Santiago viveva il 14 per cento della popolazione totale. Questo processo rapido di proletarizzazione portò ai primi tentativi di organizzare la classe operaia, cominciando sul terreno sindacale.
Lo scontro di classe si fece sempre più acceso e furono numerosi i casi di operai uccisi durante manifestazioni o scioperi.
Il 15 dicembre 1907 cominciò lo sciopero degli operai del salnitro ad Iquique, un porto nel nord del paese, per aumenti salariali e contro le condizioni inumane. Dopo una settimana i padroni decisero di chiudere a modo loro la vertenza. Secondo le parole di Juan Cárdenas Munoz, un operaio scampato casualmente alla strage: “la mattina del 21 … udimmo lo sgranarsi dei colpi delle mitragliatrici. Eravamo a circa tre isolati di distanza. Uscii in strada, la gente era smarrita come fosse venuto il terremoto. A notte cominciarono ad arrivare alla scuola i carri della municipalità che uscivano dal recinto carichi di cadaveri. I morti furono oltre duemila. I cadaveri venivano gettati nelle fosse del cimitero n. 3. Il giorno dopo incontrai alcuni sopravvissuti che nella loro disperazione volevano rinunciare alla nazionalità cilena” (citato nell’introduzione di R. Sandri a S. Allende, La via al socialismo, Ed. Riuniti, 1971).
La strage della Scuola Santa Maria ad Iquique rappresentò uno spartiacque per la coscienza operaia della necessità di costruire un’organizzazione indipendente dei lavoratori. Il 4 giugno del 1912, Luis Emilio Recabarren cercò di dare un’espressione politica al movimento operaio cileno con la formazione del Pos (Partido obrero socialista), proprio ad Iquique.


Gli anni ’20 e l’impatto della rivoluzione russa

La Rivoluzione d’Ottobre fu l’avvenimento chiave nel processo di presa di coscienza dei lavoratori cileni. In un’aria di radicalizzazione generalizzata, il Partido obrero socialista si dichiarò a favore della Rivoluzione Russa, e il 1° gennaio 1922 il suo IV congresso accettò le 21 condizioni per l’entrata nell’Internazionale Comunista, cambiando il suo nome in Partido comunista de Chile.
Per tutti gli anni ’20 alla crisi economica per il crollo del mercato del salnitro, si affiancò l’instabilità politica, evidenziata da una serie di pronunciamientos (proclamazione di governi imposti “di fatto” con la sponsorizzazione di questo o quel settore dei militari) e dal cambiamento della Costituzione nel 1925. La recessione mondiale del 1929 colpì duramente il Cile, obbligandolo ad abbandonare la parità con l’oro e a ripudiare il debito estero. La produzione mineraria nel 1929 raggiunse solo il 52% della media del periodo 1927-29. La disoccupazione aumentò massicciamente. Dei 91mila minatori occupati nel 1929 ne rimasero soltanto 31mila alla fine del 1931.
La crisi della classe dirigente cilena fu messa a nudo dalla crisi governativa permanente che caratterizzò gli anni ‘20. Il fermento fra gli studenti indicava uno scontento generalizzato fra i ceti medi. Alle proposte degli studenti si unirono i medici ed altri settori professionali. Si susseguirono una serie di manifestazioni violente che portarono al collasso della dittatura di Ibanez, il quale fuggì dal paese. Se fosse esistito un autentico partito rivoluzionario di massa nel Cile, la situazione prerivoluzionaria si sarebbe potuta trasformare in rivoluzionaria, con la presa del potere da parte della classe lavoratrice.
La tragedia della classe operaia cilena fu che il consolidamento del Partito Comunista coincise con la degenerazione stalinista dell’Urss. Lo stesso processo si ripeté in tutti i partiti dell’Internazionale Comunista (Comintern), che seguivano ciecamente la linea politica determinata dagli interessi della burocrazia russa. A partire dal 1928, l’Internazionale, creata in base alla politica leninista dell’internazionalismo proletario, approvò ufficialmente la linea stalinista del “socialismo in un solo paese”, decisione che, a tutti gli effetti, trasformò i partiti comunisti in semplici strumenti della politica estera della burocrazia russa e contestualmente fu avviata l’opera di “bolscevizzazione” dei partiti dell’internazionale, non ultimo quello cileno, ovvero di epurazione dei partiti comunisti da ogni forma di opposizione alle direttive della burocrazia stalinista. La capitolazione alla teoria stalinista del “socialismo in un solo paese” fu il passo decisivo nella degenerazione nazional-riformista di tutti i partiti del Comintern.
Agli ordini della burocrazia stalinista che aveva tradito la Rivoluzione russa, i partiti dell’Internazionale approvarono l’idiozia da ultrasinistra del cosiddetto Terzo periodo, secondo la quale il crollo del capitalismo era da considerarsi imminente e pertanto tutte le organizzazioni della classe operaia non comuniste (ovvero staliniste) erano da considerarsi alleate della reazione fascista e quindi “socialfasciste”. Questa politica fu la causa della sconfitta terribile della classe operaia tedesca nel 1933. In molti paesi i partiti comunisti persero la loro base di massa in conseguenza di questa pazzia, che andava direttamente contro la politica del Fronte Unico spiegata da Lenin. Anche in Cile i risultati della politica stalinista furono disastrosi. Il Pcc venne ridotto ad un gruppuscolo settario, isolato dalle masse nel momento decisivo, e, totalmente incapace di dare una direzione seria al movimento rivoluzionario.
La conseguenza di questa impasse fu un’occasione persa. Il breve governo “socialista” di Carlos Dávila fu rovesciato dal colpo di Stato di Arturo Alessandri, esponente di una vera e propria dinastia all’interno dell’oligarchia, nel settembre del 1932. È interessante notare che il partito “liberale” della borghesia cilena, i radicali, appoggiò Alessandri. Di fatto, negli anni ‘30, il Partito radicale fu controllato da una cricca di latifondisti e grandi capitalisti.
Il disastro del ‘32 fu possibile principalmente per l’assenza di un partito rivoluzionario di massa. Il governo Dávila aveva proclamato la Repubblica socialista del Cile contando sull’appoggio di alcuni militari, fra cui il pioniere dell’aviazione militare cilena Marmaduke Grove, fervente socialista, ma non si era basato sull’appoggio attivo delle masse e così rimase sospeso a mezz’aria, senza base sociale. Il metodo del pronunciamiento è a volte sufficiente per effettuare un cambiamento radicale, a patto di non rompere con l’ordine borghese, ma la rivoluzione socialista deve basarsi necessariamente sul movimento cosciente della classe operaia.
Adonis Sepúlveda, in un suo articolo sulla storia del Psc, tracciò un bilancio sintetico di questa esperienza di governo “socialista” all’inizio degli anni ‘30:
“Il movimento non si mantenne con il sostegno delle masse, non diede armi al popolo per difendere il governo, non c’era un partito che desse una direzione alla volontà di combattere dei lavoratori”  (El Socialismo Chileno, maggio 1976, n.1).
L’esperienza di questi avvenimenti convinse i migliori militanti della classe operaia cilena della necessità urgente di un nuovo partito, un partito che difendesse veramente gli interessi della classe operaia, che non si basasse né sul riformismo socialdemocratico della Seconda Internazionale né sulla perversione stalinista del Comintern, ma che tornasse alle autentiche idee del marxismo-leninismo, alle idee del bolscevismo e della rivoluzione d’Ottobre. A questa iniziativa aderirono anche molti quadri del vecchio Pos, scontenti della linea stalinista del Pcc. Fra i fondatori del Psc, anche un giovane medico di 25 anni, Salvador Allende.

 

Il Fronte popolare (1938-47)

A partire dalla vittoria di Hitler in Germania la politica estera della burocrazia russa fece una nuova svolta, basata sull’idea di un’alleanza con “i paesi democratici” (fondamentalmente con l’imperialismo francese ed inglese) contro la Germania. Da un giorno all’altro, i partiti “comunisti” ricevettero nuovi ordini: finirla con la politica del “Terzo periodo” ed entrare in patti ed alleanze, non solo con i partiti socialdemocratici (che ieri venivano caratterizzati come “socialfascisti”) ma persino con i partiti “progressisti” della borghesia, per fermare il pericolo del fascismo.
I dirigenti dei partiti “comunisti” diventarono gli alleati più entusiasti della borghesia “liberale”, attuando una svolta di 180 gradi verso la politica del Fronte popolare, una politica che Trotskij aveva caratterizzato correttamente come “una caricatura maligna del menscevismo” e “un complotto per domare gli scioperi”.
Ma nel caso del Cile gli stalinisti non potevano imporre la loro politica di collaborazione fra le classi senza la partecipazione dei socialisti. I lavoratori cileni avevano imparato a diffidare totalmente degli uomini politici “liberali” della borghesia. La creazione del Psc fu l’espressione della spinta istintiva della classe operaia per una politica di classe indipendente. La politica dichiarata dei socialisti era quella del Fronte unico dei lavoratori. Fu questa la piattaforma per la candidatura di Marmaduke Grove, detenuto dal governo e poi eletto senatore per Santiago sotto lo slogan: “Dal carcere al Senato”.
Lo spirito rivoluzionario del movimento di quel periodo fu espresso nelle parole famose di Grove: “Quando arriveremo al potere, non ci saranno lampioni sufficienti per impiccare l’oligarchia”. Queste parole riflettevano l’umore delle masse lavoratrici e degli altri settori oppressi della società cilena che cercavano la strada della rivoluzione socialista e non quella della collaborazione con la borghesia.
La radicalizzazione delle masse e la crisi del capitalismo costrinsero l’oligarchia a cercare la “soluzione finale”, come in Germania e in Italia, organizzando e armando le squadre fasciste. Ma il movimento fascista incontrò la resistenza eroica della classe operaia. Le milizie operaie del Partito socialista e dei Giovani socialisti, le “camicie d’acciaio”, lottarono contro i fascisti in tutto il Cile. Spaventato, lo stesso governo Alessandri si trovò obbligato ad agire con l’abituale ferocia contro i fascisti quando questi tentarono un golpe. Il 5 settembre del 1938, presso la sede del Seguro Obrero, le forze di sicurezza del governo giustiziarono sommariamente una cinquantina di fascisti ormai disarmati che si erano arresi poco prima.
Il fallimento del tentativo fascista, la crisi del governo Alessandri e la crescente ondata di radicalizzazione delle masse crearono di nuovo condizioni molto favorevoli per un’offensiva della classe operaia. In questo frangente gli stalinisti svolsero un ruolo totalmente vergognoso e purtroppo i dirigenti del Psc furono assolutamente incapaci di offrire alcuna alternativa. Gli stalinisti presero l’iniziativa, premendo duramente sulla direzione del Psc perché questa accettasse l’idea di un Fronte popolare col Partito radicale, tradizionale espressione politica “liberale” della classe media in appoggio dell’oligarchia. Questa idea andava contro tutti i principi del Partito e incontrò l’opposizione decisa della base operaia che capiva istintivamente il carattere perfido dei liberali borghesi e voleva un governo dei lavoratori.
La decisione, tragicamente errata, dei socialisti di entrare nel governo del Fronte popolare vincitore delle elezioni del 1938 produsse effetti disastrosi per il movimento operaio. Secondo Sepúlveda:
“Il giovane partito non resiste alla collaborazione di classe. Le sue fasce meno mature e più opportuniste si “affezionano” all’apparato dello Stato e dimenticano gli obiettivi che li motivavano a farne parte. Fioriscono le debolezze e il riformismo di alcuni dirigenti, nascosti durante le dure lotte dei primi anni. Quelli di miglior formazione marxista e di forte coscienza di classe combattono con fermezza l’ondata riformista che invade il Partito. La Gioventù, che è combattiva e rivoluzionaria, è in prima linea nella lotta interna per il recupero ideologico. La base reagisce con veemenza contro la corruzione e il compromesso col potere costituito che si sviluppa nei vertici burocratici. Il dissenso viene non solo dai gruppi radicalizzati ma anche dai vecchi contingenti operai. L’espulsione del Comitato centrale della Gioventù è la goccia che fa traboccare il vaso; si verifica la scissione più grave in 43 anni di vita del socialismo cileno”. (El Socialismo Chileno, pag. 20-21)


Il Fronte popolare degli anni '50

Nonostante tutti gli accordi presi dai dirigenti del Partito, la direzione della coalizione governativa passò in mano agli uomini politici borghesi del Partito radicale. Sotto la pressione delle masse, il Fronte popolare fece alcune riforme e attuò una politica di deciso interventismo statale che portò alla creazione di un settore statale d’industria pesante, ma in seguito optò per una politica di controriforme che provocò contrasti aperti con il movimento operaio. Un documento ufficiale del Partito socialista cileno, pubblicato per commemorare il 45° anniversario della sua fondazione, ricorda le lotte operaie in risposta alle misure antioperaie prese dal governo:
“La classe operaia di Santiago rispose al primo decreto con una vigorosa mobilitazione di massa, che venne tragicamente repressa dalla forza pubblica. Al massacro seguirono uno sciopero generale e le conseguenti dimissioni del gabinetto. Come primo atto di un’avventura insensata fra la direzione del Psc e certi settori delle forze armate si formò una coalizione bastarda priva di principi, di programma e di base popolare. Nel Congresso generale svoltosi nell’ottobre del 1946 questi dirigenti furono drasticamente destituiti”. (45° Anniversario del Psc, pag. 4-5).
Dal primo momento, la partecipazione dei dirigenti socialisti ad una coalizione con la borghesia si era rivelata un’avventura senza principi con conseguenze catastrofiche per il partito. Iniziarono così una serie di crisi interne e spaccature. Il partito si salvò solo grazie ai settori rivoluzionari, la Gioventù socialista ed i marxisti, che lottarono contro la politica collaborazionista della direzione e per una politica rivoluzionaria, di indipendenza di classe. Nelle elezioni presidenziali del 1946, gli stalinisti cileni appoggiarono ancora una volta un candidato borghese e entrarono nel governo di Gabriel Gonzalez Videla con i liberali ed i radicali. Dopo due anni ebbero la loro ricompensa: i comunisti furono espulsi dal governo e messi fuori legge fino al 1958. I socialisti invece si spaccarono: la maggioranza con Allende appoggiò Gonzalez Videla, mentre una minoranza socialista presentava la candidatura di un operaio.


Indipendenza di classe

La prosperità degli anni della Seconda guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra fu seguita da una caduta del prezzo del rame, che provocò una crisi dell’economia nazionale. Il livello di occupazione nell’industria cilena calò nel 1949 al di sotto di quello del 1947, mentre l’inflazione continuò a crescere e i capitalisti accumularono delle fortune speculando con la moneta nazionale. Il 75 per cento della terra coltivabile restava in mano al 5 per cento della popolazione e il capitale statunitense aumentò la sua influenza nell’industria nazionale.
Nel frattempo, grazie alla ritrovata unità all’opposizione fra comunisti (in clandestinità) e socialisti, si realizzò la riunificazione del movimento sindacale, diviso dal 1946, con la creazione nel 1953 della Cut, che nella sua dichiarazione di principi proclamò come meta principale l’organizzazione di tutti i lavoratori della campagna e della città “per lottare contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo fino al raggiungimento del socialismo”.
Negli anni ‘50 i socialisti cileni giunsero alla conclusione corretta che:
“Molti dettagli oggettivi si devono ancora realizzare e devono costituire perciò mete vitali per il Cile, ma neghiamo che la nostra incipiente ed anemica borghesia abbia indipendenza e capacità per raggiungerli. Una classe tributaria dell’imperialismo, profondamente legata ai latifondisti, che usufruisce illegittimamente di privilegi economici, ormai manca di qualsiasi giustificazione. Concludiamo, quindi, che soltanto le classi sfruttate, i lavoratori manuali ed intellettuali, possono assumersi il compito di fondare una società nuova, sostenuta da una struttura produttiva, moderna, progressista”.(45° Anniversario del Psc, pag.9)
Si spiega inoltre che “il compito della nostra generazione non consiste nel realizzare l’ultima tappa delle trasformazioni democratico-borghesi, bensì fare il primo passo della rivoluzione socialista”. In realtà, i compiti fondamentali della rivoluzione democratico-borghese nel Cile possono essere realizzati solo con la presa del potere da parte della classe lavoratrice alla testa delle masse contadine povere e degli altri settori oppressi della società. Ma un governo operaio in Cile non potrebbe limitarsi ai compiti storici della rivoluzione democratico-borghese, perché la situazione stessa porterebbe inevitabilmente ad un attacco al sistema capitalista, passando alla trasformazione socialista della società.
Per dirigere la classe operaia verso la presa del potere non è sufficiente avere dei principi ideologici più o meno corretti. Naturalmente senza idee chiare, senza un programma rivoluzionario e senza prospettive corrette non sarà mai possibile costruire il partito rivoluzionario né fare la rivoluzione socialista. Ma occorre anche una direzione rivoluzionaria, una direzione bolscevica che non si trovi a tentennare nei momenti decisivi e che non perda di vista il fine principale della rivoluzione, cedendo terreno su questioni fondamentali, sotto l’apparenza di “accordi tattici”.
Lenin, a questo riguardo, aveva sempre mantenuto un atteggiamento di totale intransigenza. Più volte era stato accusato di “settarismo” e di “dogmatismo” per il suo rifiuto di entrare in accordi di principio, e non solo con i borghesi (ciò si dà per scontato) ma perfino con altri partiti operai. L’esempio più chiaro è l’atteggiamento intransigente che adottò nel 1917 nei confronti dei menscevichi che lo accusavano proprio di “settarismo” e di “voler rompere l’unità del campo rivoluzionario”.
Tali accuse non devono mai spaventare una direzione rivoluzionaria. Lenin comprendeva perfettamente la necessità di patti e di accordi temporanei con gli altri partiti operai. Ma lo slogan di Lenin era sempre: “Marciare separatamente, colpire uniti”; mai confondere i diversi programmi e le diverse bandiere dei partiti operai quando questi si mettono d’accordo su qualche azione concreta.
La tragedia del socialismo cileno durante tutta la sua storia è stata che, dopo aver tratto una serie di conclusioni corrette dall’esperienza della lotta, i suoi dirigenti si sono sempre piegati su questioni fondamentali alle richieste degli stalinisti che in ogni momento sono riusciti a dominare il Fronte Comune in cui i due partiti erano uniti, imponendo le loro idee, i loro programmi ed i loro metodi.
Nelle elezioni presidenziali del 1958 Salvador Allende, candidato comune del Psc e del Pcc sotto la sigla del Frap (Fronte di azione popolare), ottiene 356.000 voti, solo 30.000 in meno del candidato della destra, Jorge Alessandri, figlio di Arturo. Terzo candidato, il democristiano Frei. Sotto il governo di destra si istituì un programma di austerità, che pesò sulle spalle della classe lavoratrice, e si giocò a parole a lanciare la riforma agraria, gettando nella disperazione le masse contadine che si produssero in un’accentuata ondata di migrazione verso le città, soprattutto Santiago. La risposta della classe operaia fu un’ondata di scioperi, che fu repressa sanguinosamente da parte del governo.

 

La Democrazia cristiana per la “Rivoluzione in libertà”

Il controllo soffocante sull’agricoltura da parte dei latifondisti portava ad una situazione per cui il Cile doveva importare prodotti agricoli per alimentare la sua popolazione, nonostante avesse più terra coltivabile pro-capite di molti paesi europei. La causa di tutto questo è facilmente spiegabile. I latifondisti impiegano una manodopera a basso prezzo invece di usare macchinari e non si preoccupano minimamente dell’introduzione di nuovi metodi di coltura. L’urgenza di una riforma agraria profonda era evidente da decenni, ma nessuno dei governi borghesi “progressisti” era stato capace di affrontare il problema in modo serio.
L’ondata di scioperi e l’alto grado di coscienza raggiunto dalla classe operaia cilena fomentò i timori dell’oligarchia, ma la vittoria del candidato del Frap, il socialista Naranjo nelle elezioni supplementari di un feudo dei conservatori a Curicò fu il campanello d’allarme che gettò nello sconforto l’oligarchia per via di quello che poteva succedere nelle elezioni presidenziali del 1964. Il governo Alessandri era totalmente screditato. I padroni del Cile avevano bisogno di un’alternativa politica capace di fermare l’avanzata dei partiti operai. Questa alternativa era rappresentata dalla Democrazia Cristiana.
Come sintomo molto chiaro della debolezza della borghesia cilena e della crescente radicalizzazione della vita sociale, sia in campagna che in città, le elezioni del 1964 si ridussero ad una lotta fra i democristiani, rappresentati da Eduardo Frei, e il Frap, rappresentato da Allende, avendo l’oligarchia abbandonato il proprio candidato, Duran, per concentrare le forze a sostegno di Frei. Entrambe le parti fecero la campagna sotto la bandiera di una riforma radicale della società cilena.
I democristiani, rappresentanti più abili degli interessi dell’oligarchia nella nuova situazione, utilizzavano una demagogia “di sinistra” per avere i voti delle masse della piccola borghesia delle città e, soprattutto, della campagna. I partiti borghesi “liberali” come la Democrazia Cristiana mantenevano la loro influenza tra le masse dei contadini e dei ceti medi tramite le fasce privilegiate di queste classi: gli avvocati, i professori, gli intellettuali, i medici e, naturalmente, i preti, cioè tutti quegli uomini del paese davanti ai quali il contadino era abituato da piccolo a togliersi il capello, i signori che “sanno parlare bene”.
Questi elementi sono capaci, a volte, di usare una fraseologia molto radicale, persino “rivoluzionaria”, allo scopo di mantenere la loro influenza fra le masse. Si presentano davanti ai contadini ed ai piccoli commercianti come “amici del popolo”, gli intermediari fra il popolo e le autorità, i difensori della gente povera ed umile.
Una volta eletti, però, si mettono inevitabilmente al servizio del grande capitale nel modo più zelante. Infatti è questa la loro vera funzione: quella di cinghia di trasmissione fra i grandi banchieri e i monopolisti da una parte e le masse piccolo-borghesi dall’altra. L’utilità di questi elementi per il gran capitale consiste nella loro capacità di ingannare e di confondere milioni di contadini e di operai politicamente arretrati, piccoli commercianti, donne, ecc. La rivoluzione socialista sarà possibile solo nella misura in cui sia minato il controllo soffocante dei liberali e dei democristiani su questi settori sociali.
Come sintomo chiaro del fermento sociale e dello scontento delle masse, basti ricordare che lo slogan della democrazia cristiana nel 1964 era quello della “Rivoluzione in libertà”. Sulla base delle sue promesse, le masse diedero fiducia a Frei che ottenne la maggioranza assoluta, il 56% dei 2,5 milioni di voti registrati (contro il 39% di Allende). I risultati delle elezioni al Congresso l’anno seguente confermarono il trionfo della Dc, i cui seggi aumentarono da 23 a 82, mentre il partito di destra subì una sconfitta schiacciante. Tutte le speranze della maggioranza della popolazione erano riposte nella “Rivoluzione in libertà”, nella tanto sventolata riforma agraria e nella “cilenizzazione” dell’economia.
L’esperienza del governo Frei mise nuovamente in rilievo le mancanze dei liberali borghesi di ogni tendenza. Sotto Frei, lo Stato costrinse le compagnie minerarie nordamericane a cedere contro lauti indennizzi il 51% delle azioni delle società di gestione del rame, ma questo non intaccò in nessun modo il controllo soffocante dell’imperialismo statunitense sull’economia cilena. La Riforma agraria procedette a passo di lumaca; tanto che si diffuse a livello popolare la battuta che il governo Frei avesse distribuito la terra ai contadini... in vasi da fiori.
“Dal punto di vista quantitativo l’azione del governo democristiano favorì, per quanto riguarda la distribuzione della terra, 28mila famiglie contadine organizzate in stabilimenti o in cooperative di riforma agraria nelle 1.300 tenute che furono espropriate o destinate alla riforma agraria e che avevano una superficie globale di 3,4 milioni di ettari. Questo rappresentava il 13 per cento del totale delle terre coltivabili nel Cile e il 14,5 per cento delle terre produttive; i beneficiati costituivano fra il 5 e il 10 per cento delle famiglie contadine senza terra o con terra insufficiente. L’obiettivo che il governo democristiano si era fissato per la durata del suo mandato (sei anni), era quello di dare acceso alla terra a centomila famiglie contadine. Soltanto un terzo di questo programma fu portato a compimento” (Chile-America, n° 25-26-27, pag. 26).
Il vero ruolo della Dc, quello di difensore più fedele dell’oligarchia, fu dimostrato dalla repressione brutale delle manifestazioni operaie e contadine, tra cui le stragi dei minatori di El Salvador e dei disoccupati di Puerto Montt (un paese posto all’estremità meridionale del Cile). In questo contesto un settore della destra tentò nell’ottobre del 1969 di promuovere un sollevamento militare facendo leva sul Reggimento “Tacna”, sotto il comando del generale Viaux. Il cosiddetto “Tacnazo” naufragò miseramente per la reazione di massa del movimento operaio in ascesa.

 

Fallimento della Dc

Dopo sei anni di governo l’appoggio alla Democrazia cristiana fra le masse stava sparendo rapidamente. Le tensioni si rifletterono nello stesso partito di Frei, che subì nel 1969 la scissione di un settore significativo della sinistra, militanti della gioventù e dirigenti di grande popolarità come Ambrosio. Gli scissionisti diedero vita al Mapu (Movimiento de acción popular unitaria), una formazione piccolo-borghese che si orientò decisamente al socialismo e all’intervento fra i lavoratori e i contadini fino a trasformarsi sull’onda della radicalizzazione in un piccolo partito operaio.
In queste condizioni si tentò ancora una volta di ricostituire il Fronte elettorale del Psc e del Pcc. Alla tavola rotonda, quando venne lanciata l’idea dell’Unidad Popular, ci fu una divergenza fra i rappresentanti socialisti e i comunisti; questi ultimi vedevano la questione del socialismo cileno come “una prospettiva rinviata indefinitamente” (El Socialismo Chileno, pag. 31).
Vediamo emergere qui una contraddizione che avrebbe accompagnato tutto il percorso dell’Unidad Popular. Da un lato Allende, senza dubbio, credeva sinceramente nella possibilità della trasformazione socialista della società per la via parlamentare. Come ebbe a dichiarare in più di un discorso da Presidente del Cile, “Il Cile ha dato in questi ultimi tempi una prova straordinaria di maturità politica senza precedenti nel mondo, permettendo a un movimento anticapitalista di prendere il potere attraverso il libero esercizio dei diritti civili, per orientare il paese verso una società più umana, le cui mete ultime sono la razionalizzazione dell’attività economica, la progressiva socializzazione dei mezzi di produzione e il superamento della divisione in classi” (S. Allende, La via cilena al socialismo, cit., p: 107).
Coerentemente con questa impostazione Allende non intendeva limitare i compiti del governo ad una semplice attuazione delle misure democratico-borghesi, ma concepiva l’azione di governo, nel quadro della legalità borghese, come un grimaldello per sfondare il muro delle compatibilità capitalistiche per spingere il paese ad una transizione socialista. Per i dirigenti del Pcc la questione del socialismo invece non si poneva neppure. Il risultato fu un documento programmatico pieno di ambiguità, “…programma che nell’essenza raccoglie le posizioni contraddittorie di due progetti politici diversi: la natura socialista e quella democratico-borghese della rivoluzione cilena. La prima prospettiva veniva difesa dal Psc e la seconda dal Pcc. Questa contraddizione sarebbe stata presente durante tutto il periodo del governo di Unità Popolare” (45° Anniversario del Psc, pag. 16).

 

L’Unità Popolare

La coalizione dell’Unità Popolare era composta non solo dal Pcc e dal Psc ma anche da tutta una serie di piccoli partiti come il Mapu e di gruppuscoli piccolo-borghesi (come l’Api – partito personale di Rafael Tarud, un industriale tessile di origine araba, e i Radicali) pressoché privi di una base consistente fra le masse. Il Partito radicale, nel momento della sua entrata nella coalizione, era indubbiamente un partito borghese, che più tardi si scisse sotto la pressione delle masse. Ma a differenza del Fronte Popolare della fine degli anni ‘30, nel quale il vecchio Partito radicale era stato la forza maggioritaria, i Radicali di Alberto Baltra erano una setta, mentre le forze dominanti della coalizione erano i partiti operai: il Psc e il Pcc.
Tuttavia, ai dirigenti del Pcc interessava la presenza dei Radicali nel governo, non per la loro importanza elettorale, ma come scusa per non portare avanti un programma socialista. “Non possiamo andare troppo rapidamente, poiché ciò può comportare una rottura della coalizione”.
Contro l’Unità Popolare si presentarono i due partiti della borghesia: il Partito Nazionale di Alessandri, rappresentante aperto dell’oligarchia, e la Democrazia cristiana, capeggiata da Tomic, che cercava in modo disperato di recuperare l’immagine di un partito di “sinistra”, parlando della “nazionalizzazione totale dell’industria del rame e della banche straniere” e della “accelerazione” della riforma agraria. Ma questa volta le masse non si lasciarono ingannare dalle false promesse dei democristiani. I risultati delle elezioni furono i seguenti:

Allende 1.075.616 (36,3%)
Alessandri 1.036.278 (34,9%)
Tomic 824.849 (27,8%)


Il crollo catastrofico del voto democristiano, che avevano già perso la loro maggioranza assoluta nelle elezioni al Congresso nel marzo del 1969, dimostra chiaramente il processo di polarizzazione delle classi nella società cilena.
Le elezioni presidenziali del 1970 decretarono la vittoria di Unità Popolare. Tra il 4 settembre e il 24 ottobre (quando Allende ottenne il voto favorevole al suo insediamento da parte della Dc), un settore dell’oligarchia tentò nuovamente di provocare un golpe preventivo dei militari per impedire la nomina di Allende, ordendo un complotto che portò il 22 ottobre all’assassinio da parte di un gruppo di sicari del capo dell’esercito, Generale Schneider, immediatamente addossato dalla destra ai “marxisti di Unidad Popular”, accusa che immediatamente suscitò la reazione sdegnata delle masse e apparve infondata ritorcendosi come un boomerang contro chi l’aveva lanciata. Esercito e polizia intervennero prontamente per bloccare il tentativo prematuro e il mandante fu individuato nella figura del generale Viaux, responsabile del “Tacnazo” dell’anno precedente.
L’elezione di Allende alla Presidenza della repubblica doveva essere però confermata dal parlamento, nel quale Unidad Popular era in minoranza. Questo argomento fu utilizzato dalla Dc per imporre condizioni ad Allende prima di permettere la formazione del governo. I dirigenti dell’Unità Popolare avevano due alternative: o respingere il ricatto della borghesia facendo appello alle masse, denunciando le sporche manovre contro la volontà popolare e organizzando mobilitazioni massicce in tutto il paese, o cedere alle pressioni, accettando le condizioni imposte.
I lavoratori sapevano che la campagna elettorale era stata caratterizzata da ogni tipo di trucchi, e di manovre sporche contro l’Unità Popolare, promossi dall’imperialismo e dall’oligarchia. Il tentativo di bloccare l’accesso di Allende al governo sarebbe stato il segnale di partenza per un movimento senza precedenti che avrebbe avuto un effetto radicalizzante in ogni angolo del paese.
Molti capivano che la borghesia stava preparando una trappola. Il principale protagonista di questa manovra era, naturalmente, la Democrazia cristiana, su cui si appoggiavano come ad una zattera di salvataggio le residue speranze dell’oligarchia ormai convinta di non poter impedire l’insediamento di Allende. Sotto la pressione insistente del leader comunista Corvalán, Allende si mise d’accordo con la Democrazia cristiana e accettò il cosiddetto “Patto di garanzie costituzionali”.
In cambio dell’appoggio democristiano, Allende proibì come “anticostituzionale” la formazione di “milizie private” o la nomina di ufficiali delle Forze Armate non formati dalle Accademie Militari. Inoltre, non si sarebbe potuto operare nessun tipo di cambiamento nell’esercito, nell’aviazione, nella marina o nella polizia nazionale, salvo che con l’approvazione del Congresso, dove i partiti borghesi avevano ancora la maggioranza. In questo modo, Allende e gli altri dirigenti dell’Unità Popolare caddero nella trappola fin dal primo momento.
Come si può spiegare una concessione così decisiva come quella di non armare i lavoratori e rinunciare ad intervenire nella vita dell’esercito lasciando tutto il potere in mano alle gerarchie militari?

 

La teoria dello Stato

Engels e Lenin avevano spiegato più volte che lo Stato consiste fondamentalmente di “gruppi di uomini armati in difesa della proprietà”. L’accettazione del “Patto di garanzie costituzionali” da parte dei dirigenti dell’Unità Popolare rappresentò un compromesso velenoso. Si accettava di non armare la classe lavoratrice e di non toccare nessuna parte dell’apparato repressivo eretto dalla borghesia “per mantenere i lavoratori nella miseria e nell’ignoranza e impedire la loro emancipazione”. Ma allora, come sarebbe stato per loro possibile condurre una lotta seria contro l’oligarchia e l’imperialismo?
Durante tutta la vita del governo dell’Unità Popolare i dirigenti del Psc e soprattutto quelli del Pcc ingannarono se stessi e quindi le masse operaie e contadine insistendo sul carattere “patriottico” e “imparziale” della casta militare. Pensavano, in modo totalmente utopistico, di neutralizzare i generali e gli ammiragli con buone parole, medaglie ed aumenti salariali. Così Rossana Rossanda ricorda sul Manifesto del 14 settembre 1973: “Il presidente si preoccupava di garantire all’esercito razioni di carne e adeguamenti di stipendio, come a nessun altro gruppo sociale, pur di impedire una deflagrante unità tra esso e l’eversione di destra”.
Un passaggio ricorrente, quasi rituale di ogni discorso di Allende, quasi ad esorcizzare i fantasmi in divisa: “Permettetemi in questa solenne occasione, di esprimere la riconoscenza del nostro popolo alle forze armate e al corpo dei carabinieri, fedeli alle norme costituzionali e al mandato della legge”.
L’apparato statale, soprattutto la casta militare, non è qualcosa al di sopra delle classi e della società, che si possa incantare o almeno neutralizzare soddisfacendo i suoi appetiti, ma rappresenta essenzialmente un organo di repressione in mano alla classe dominante. La borghesia ed i suoi rappresentanti politici, i democristiani, lo sapevano perfettamente. Dunque il “patto delle garanzie costituzionali” non era una questione secondaria, un dettaglio o un capriccio. Era al centro del problema, come si vide chiaramente tre anni dopo, con conseguenze catastrofiche per la classe operaia e tutto il popolo cileno.
Una volta accettato il principio di garantire l’autonomia e l’integrità della casta militare, la si pose nella posizione di ergersi ad arbitro fra le parti in lotta, una posizione ideale per attendere le condizioni migliori per prepararsi a colpire.
Tuttavia, qualsiasi tentativo d’intervento militare in quella fase di ascesa rivoluzionaria avrebbe provocato un’esplosione rivoluzionaria tale da pregiudicarne la riuscita. La formazione del governo dell’Unità Popolare aprì infatti una nuova fase nel processo rivoluzionario cileno.


La pressione delle masse

Sotto la pressione delle masse il governo dell’Unità Popolare andò assai più in là di quanto previsto dai suoi stessi dirigenti. Lo schema meccanicistico stalinista, basato sulla divisione artificiale fra i compiti democratico-borghesi e quelli della rivoluzione proletaria, fu frantumato dal movimento delle masse. Il governo Allende effettuò delle nazionalizzazioni importanti che rappresentavano un duro colpo agli interessi dell’oligarchia e dell’imperialismo.
Le misure di “cilenizzazione” del governo Frei avevano lasciato il controllo dell’industria del rame in mano ai grandi monopoli nordamericani. Inoltre Frei aveva pagato cifre enormi come indennizzo: 80 milioni di dollari solo per El Teniente a Kennecott Copper, che aveva visto triplicare i profitti fra il 1967 e il 1969 dopo aver ceduto la metà delle azioni allo stato, mentre Anaconda aveva realizzato in Cile l’80% dei suoi profitti contro il 16% dei suoi investimenti. Solo tra il 1964 e il 1966, con l’imposizione di un prezzo di vendita inferiore a quello internazionale le compagnie avevano intascato sovrapprofitti per 668 milioni.
Come denunciò il Presidente stesso, i monopoli statunitensi avevano investito dai 50 agli 80 milioni di dollari in Cile mentre i loro profitti arrivavano a 1.566 milioni di dollari: a suo avviso queste imprese non solo erano già state ripagate, ma dovevano al Cile centinaia di milioni di dollari.
La nazionalizzazione del rame a luglio del 1971 fu un grande passo in avanti. Allo stesso modo furono nazionalizzate l’industria del carbone, le miniere di ferro e di nitrati, l’industria tessile, la rete telefonica cilena che era stata ceduta al colosso nordamericano Itt, l’Inasa, ecc.
Una serie di riforme sociali nell’interesse della classe lavoratrice, la distribuzione gratuita di latte ai bambini nelle scuole, il blocco degli affitti e dei prezzi, gli aumenti dei salari e delle pensioni, servì anche ad aumentare enormemente l’appoggio popolare al governo.
Queste misure a loro volta diedero un enorme impeto al movimento delle masse. Finalmente i settori più arretrati, apolitici ed apatici della società videro un governo che agiva nel loro interesse.
Alla vigilia delle elezioni la situazione in campagna era caratterizzata da una “frustrazione crescente”, secondo le parole del futuro ministro dell’Agricoltura del governo dell’Unità Popolare Jacques Chonchol. Il governo Allende applicò la legge di riforma agraria approvata dalla Dc senza modificarla, con una sola variazione: il diritto del proprietario espropriato di scegliersi i terreni migliori fu abolito, ma le impresse un’accelerazione del tutto nuova.
Chonchol spiega come l’avvio della nuova riforma agraria si verificò sotto la forte pressione delle masse rurali: “Il primo problema che il governo di Unità Popolare ebbe da affrontare nella sua politica agraria fu quello di accelerare il processo delle espropriazioni per rispondere alla pressione e all’inquietudine dei contadini. Questi, in effetti, pensavano che il nuovo governo fosse un governo dei lavoratori e quindi che tutte le loro diverse istanze di accesso alla terra dovevano essere soddisfatte nel modo più rapido possibile” (Chile-America n° 25-27, pagg 27-28).
Intanto i latifondisti iniziarono un programma sistematico di sabotaggio nelle campagne, abbandonando le terre e smantellando le installazioni delle loro haciendas. Molti di questi stavano già finanziando gruppi armati dell’ultra-destra allo scopo di resistere alla riforma agraria. Secondo un rapporto ufficiale della polizia, “più di 2.000 uomini sono stati reclutati in comandi di assalto col fine di provocare la disintegrazione del sistema dei trasporti e interruzioni del rifornimento idrico, del gas e dell’energia elettrica, causando in questo modo un malcontento generale”.
Fin dal primo momento, mentre Allende predicava la “responsabilità” e la “disciplina” alle masse, la reazione stava accumulando forze per una controffensiva.


Resistenza burocratica

L’unico modo di disarmare la reazione e di spezzare la resistenza dei grandi proprietari sarebbe stato armare i contadini poveri, organizzati in comitati d’azione per l’occupazione delle terre con l’appoggio del governo. Di fronte ad un movimento potente delle masse armate, i latifondisti e le loro bande armate sarebbero stati sconfitti col minimo spargimento di sangue. Infatti l’unica difesa delle conquiste delle masse sotto il governo di Unidad Popular consisteva proprio in questo. Ma i dirigenti dell’Unità Popolare non avevano nessuna fiducia nell’iniziativa rivoluzionaria delle masse ed erano impauriti dall’idea di “provocare la reazione”. Per, questo si opponevano ostinatamente ad ogni tentativo da parte dei contadini poveri di effettuare occupazioni “illegali”, mandando persino le “forze dell’ordine pubblico” a scacciare quei contadini che avevano compiuto simili azioni.
Senza dubbio l’occupazione di terre di proprietà dei piccoli e medi proprietari non latifondisti era da considerare un errore da combattere ma, qualsiasi movimento rivoluzionario, soprattutto quello dei ceti più oppressi ed arretrati della popolazione, tende sempre ad “andare troppo in là” e, fino ad un certo punto, tali “eccessi” sono inevitabili.
Per evitare abusi ed “eccessi”, per minimizzare la violenza e il sangue, i dirigenti delle organizzazioni operaie, invece di denunciare questi “atti illegali”, mandando la polizia a “ristabilire l’ordine” nei villaggi, avrebbero dovuto mettersi in testa al movimento delle masse, dandogli un carattere organizzato.
La riforma prevedeva la creazione di consigli detti asentamientos, che venivano formati in ogni tenuta che la Corporazione della riforma agraria (Cora) decideva di espropriare. I Consigli contadini invece nascevano spontaneamente un po’ ovunque la riforma non fosse ancora arrivata, per accelerare il processo di espropriazione.
Cosa impedì lo sviluppo generalizzato di questi organi di potere popolare in campagna?
“Mentre si cercava di allargare i comitati per farli partecipare, iniziò una lotta politica fra l’Unità Popolare e la Democrazia cristiana e fra gli stessi partiti dell’Unità Popolare per il controllo sui comitati, il che portò in seguito alcuni partiti dell’Unità Popolare a non appoggiare l’organizzazione dei Consigli Contadini” (Chile-America, pag.32, nostro corsivo).
Ancora una volta il conflitto riguardava il carattere da imprimere alla rivoluzione. Mentre Mapu e socialisti erano favorevoli ad assegnare la proprietà della terra agli Asentamientos o ai Consigli, rendendoli organismi permanenti di organizzazione dei contadini, i comunisti insistevano per assegnare la proprietà ai singoli. La lotta fra i partiti per l’egemonia su queste organizzazioni paralizzò in modo del tutto irresponsabile lo sviluppo dei Consigli. Il vero motivo fu che alcuni dirigenti dell’Unità Popolare non avevano fiducia nel movimento delle masse nelle campagne e avevano paura che questo movimento sfuggisse loro di mano.
Fin dal primo momento, i dirigenti dell’Unità Popolare ponevano tutta la loro fiducia nella legalità borghese e nella possibilità di trasformare la società lasciando intatto tutto il vecchio apparato statale. Come ammette lo stesso Jacques Chonchol:
“…le limitazioni giuridiche del governo gli impedivano di dare ai Consigli Contadini uno stato legale per i loro dirigenti e un finanziamento per il loro lavoro, se non con una legge che non aveva possibilità di venir accettata, essendo il governo in minoranza nel Parlamento” (Chile-America, pag. 32, nostro corsivo).
Il carattere utopico dell’idea di usare il vecchio apparato burocratico dello Stato borghese per effettuare la riforma agraria viene riconosciuto implicitamente da Chonchol:
“Per tutto il processo di trasformazione agraria… occorreva dare all’apparato burocratico, che aveva una considerevole responsabilità in tutto il processo di cambiamento, un dinamismo, una coerenza ed un’efficacia molto superiori a quello che era stato il suo comportamento tradizionale”.
“Vari tentativi si fecero durante il governo di Unità Popolare per raggiungere questo obiettivo, ma alla fine le limitazioni legali, la resistenza della burocrazia ad un cambiamento delle sue abitudini, la differenza di classe fra i burocrati ed i contadini, l’insediamento urbano di gran parte di questa burocrazia agraria e le lotte partitiche impedirono un progresso significativo nella trasformazione della burocrazia tradizionale in un corpo più organico ed efficiente al servizio del processo della trasformazione agraria” (Chile-America, pag. 33, nostro corsivo).
Tutti questi argomenti dimostrano chiaramente l’impossibilità di realizzare un cambiamento radicale ed irreversibile dei rapporti sociali nella campagna cilena se non sulla base della lotta rivoluzionaria dei contadini, strettamente legati ai sindacati contadini e alle organizzazioni della classe operaia nelle città.
Ma, nonostante tutto, come conseguenza della pressione della masse il governo di Unità Popolare effettuò la riforma agraria più profonda di tutta la storia del Cile.
“In queste circostanze, il governo dell’Unità Popolare si pose per il 1971 l’obiettivo di espropriare mille tenute, che era quasi pari a quello che fece il governo democristiano durante i suoi sei anni di potere (1.139 tenute) e che significava quasi quadruplicare gli espropri del 1970 (273 tenute con 634.000 ettari erano state espropriate dal governo Frei nel 1970)”.
“Sotto la pressione contadina, l’accelerazione da imprimere al processo dovette essere maggiore e alla fine del 1971 erano state espropriate 1.378 tenute con 2.600.000 ettari. Questo ritmo si accelerò ancora di più nel 1972, anno in cui si espropriarono più di 2.000 tenute con circa 2.800.000 ettari, il che mise fine ai grandi latifondi in Cile. Nel 1973, fino al colpo di Stato, si espropriarono altre 1.050 tenute, soprattutto mal coltivate di grandezza media e i latifondi rimanenti, per un totale di 1.200.000 ettari” (Chile-America pag. 28, nostro corsivo).
Le misure prese dal governo Allende nell’interesse della massa di operai e di contadini provocarono un’enorme ondata di entusiasmo popolare, chiaramente riflessa già nei risultati delle elezioni amministrative del 4 aprile del 1971.


Partito Voti % %1967
Socialisti 631.939 22,4 13,9
Comunisti 479.206 17,0 14,8
Radicali 225.851 8,0 16,1 
Psd 38.067 1,4 -
Psu 29.123 1,0 -
Dc 723.623 25,6 35,6
P. Nazionale 511.669 18,2 14,3
Radical Dem. 108.192 3,8     
Naz. Dem. 13.435 0,4 2,4
Indip. 23.907 0,8 0,7
Indip. Pop. 38.772 1,4 2,2
  2.823.784 100 100

Risultati delle elezioni amministrative dell’aprile 1971                 
             
     

Mentre nelle elezioni presidenziali Allende aveva ottenuto il 36,3 per cento dei voti, i partiti dell’Unità Popolare conquistarono ora il 51 per cento dei voti, contro il 48,05 per cento complessivo dell’opposizione.
L’ondata di radicalizzazione nel paese ebbe la sua espressione nella nascita di organi embrionali di potere operaio nelle fabbriche e nei quartieri operai. In campagna ci furono tentativi, da parte dei contadini poveri, di occupare le terre. Questo fermento fra le masse popolari scosse anche i partiti tradizionali dei ceti medi, provocando una serie di convulsioni e di scissioni in loro. In quel momento la corrente popolare a favore del governo era troppo forte anche fra le masse della piccola borghesia.
Di fatto il rapporto di forze a livello parlamentare non era più che un pallido riflesso dell’enorme forza del movimento operaio e contadino in quel momento. Esistevano tutte le condizioni obiettive per la trasformazione pacifica della società cilena. La classe dirigente era demoralizzata e vacillante; il movimento delle masse era in ascesa e infatti aveva lasciato alle spalle da tempo gli schemi riformisti della direzione dei partiti operai; i ceti medi, e soprattutto i contadini, guardavano con speranza al governo. I dirigenti socialisti e comunisti avevano il vantaggio di essere il governo legittimo del paese, il che avrebbe potuto facilitare il compito della rivoluzione socialista, giustificandola agli occhi delle masse più arretrate dei ceti medi. Persino nelle forze armate l’Unità Popolare aveva molto appoggio, non solo fra i soldati e i marinai ma anche fra ampie fasce dei sottufficiali che appoggiavano il Psc o il Pcc. Non si può immaginare una situazione oggettiva più favorevole; eppure le direzioni del Psc e del Pcc non approfittarono del momento favorevole per dare il colpo definitivo e mettere fine all’oligarchia.
In questa situazione sorsero elementi di una situazione di dualismo di potere nella società cilena:
“Su questo punto è molto importante sottolineare che la contraddizione consisteva nell’aspirazione al potere popolare da parte delle masse, espressa nei cosiddetti comandi comunali, nei coordinamenti dei comitati di fabbrica, nelle assemblee popolari, nelle forme di controllo dei rifornimenti alimentari, nei consigli di amministrazione delle imprese, ecc.” (45° anniversario del Psc, pag. 17).
I dirigenti del movimento operaio lasciarono tutte le leve del potere in mano alla classe dirigente. Non osarono toccare l’esercito e la polizia; “l’Unità Popolare ha il potere esecutivo - dice Sepúlveda - ma il nemico controlla tutte le istituzioni borghesi e si nasconde in queste per i suoi preparativi controrivoluzionari”.


Inizia la controffensiva borghese

La mattina dell’8 giugno viene assassinato il democristiano Edmundo Perez Zujovic, ex vicepresidente della Repubblica. Utilizzando il controllo sulla stampa, l’oligarchia cilena, con l’appoggio attivo della Cia, iniziò una controffensiva fiancheggiata dalla Democrazia cristiana, che intensificò la sua campagna contro il governo in alleanza con il Partito nazionalista, esigendo “il disarmo di tutti i gruppi armati”. In questo contesto viene approvata la Legge sulla detenzione di armi, secondo la quale solo le forze di polizia e l’esercito sono autorizzate a detenere armi e viene conferito alle forze armate il potere di effettuare perquisizioni domiciliari senza autorizzazione del giudice. L’approvazione di questa legge rappresenta il cedimento più grave del governo di Unidad Popular. Le perquisizioni ovviamente si concentrarono nelle fabbriche, nelle università e nei quartieri popolari mentre i militari non si sognarono lontanamente di perquisire nei quartieri residenziali le ville degli esponenti di Patria y Libertad. Mentre ciò avveniva, le bande armate del fascismo proseguivano impunemente le loro provocazioni terroristiche nelle piazze. Così si stabilì un’utile divisione del lavoro fra l’opposizione “rispettabile” della Democrazia cristiana, che sistematicamente bloccava la legislazione, e l’aggressione armata di “Patria y Libertad” che seminava terrore e confusione per le strade.
Quale fu il ruolo dell’imperialismo? Durante tutto il primo periodo dell’Unidad Popular l’imperialismo non potè far altro che assistere quasi impotente al crescere del movimento rivoluzionario. Le intenzioni erano chiare: la borghesia nordamericana organizzò, finanziò e incoraggiò diversi tentativi di golpe dal 1970 in poi. John Ranelagh, autore del libro “L’agenzia: ascesa e declino della Cia”, spiega che la decisione di preparare un golpe fu presa in una riunione segreta di alti funzionari della Casa Bianca, tra cui Henry Kissinger. Quest’ultimo spiegò: “Non vedo perché dobbiamo stare a guardare mentre un paese va verso il comunismo a causa dell’irresponsabilità del suo popolo”.
Ma anche un colpo di stato risponde a delle leggi. Come le rivoluzioni non può essere portato avanti a prescindere dalle condizioni oggettive. Nel Cile dei primi due anni di Unidad Popular un golpe avrebbe provocato una rivoluzione. La reazione delle masse può mandare a gambe all’aria l’operazione militare meglio progettata, come dimostrò al mondo intero la reazione operaia al golpe di Franco del 1936 che inaugurò la Repubblica e diede il via alla guerra civile spagnola.
Per mesi gli strateghi dell’imperialismo non poterono fare altro che complottare e preparare piani e ogni tanto saggiare il terreno, in attesa di una situazione propizia per scatenare i macellai.
I capitalisti ed i proprietari fondiari boicottarono l’economia nazionale. L’imperialismo statunitense sospese ogni aiuto economico precedentemente accordato al Cile e cercò di organizzare un boicottaggio mondiale del rame cileno. Vennero sospesi i rifornimenti di parti di ricambio di qualsiasi meccanismo prodotto negli Usa (eccetto i rifornimenti all’esercito). Le nazionalizzazioni, effettuate solo parzialmente e senza la possibilità di avviare una pianificazione globale dell’economia, non permisero di superare gli inconvenienti del boicottaggio. Questo fatto provocò un enorme aumento dell’inflazione che eliminò i benefici degli aumenti salariali e colpì gravemente i ceti medi. Ben presto la simpatia della piccola borghesia verso il nuovo governo si trasformò in una crescente opposizione.
L’offensiva scoperta della controrivoluzione iniziò con lo sciopero dei camionisti (in prevalenza piccoli “padroncini”, proprietari del proprio mezzo), nell’ottobre 1972. Sicari assassinarono alcuni dirigenti dei camionisti che avevano deciso di collaborare con il governo di Unidad Popular. La massa della classe lavoratrice, capendo subito il pericolo, rispose con mobilitazioni impressionanti, che riuscirono a frustrare il tentativo controrivoluzionario. Ma come agirono i dirigenti di Unidad Popular? Con un rimpasto del governo che fece entrare per la prima volta rappresentanti della casta militare nel gabinetto. Di nuovo il trionfo realizzato dalla mobilitazione e dall’iniziativa della classe lavoratrice si trasformò in una sconfitta a causa della miopia riformista dei suoi dirigenti. “Si chiamano le forze armate come arbitri in un conflitto già vinto”, commentò Sepúlveda con amarezza.


Cospirazioni golpiste

Fra lo sciopero di ottobre 1972 e le elezioni del 4 marzo passarono sei mesi di preparativi controrivoluzionari: tutto il fuoco della propaganda reazionaria era concentrato contro il caos economico, lo “scarseggiare di beni primari”, l’esplosione dell’inflazione e il dilagare del “mercato nero”, di cui si riteneva responsabile il governo, mentre erano provocati artificialmente dalla borghesia. Allo stesso tempo si intensificarono i complotti golpisti nelle caserme. In questa situazione, i dirigenti dell’Unità Popolare, intrappolati negli schemi della “via cilena al socialismo” e ciecamente fiduciosi della “lealtà” dei generali “patriottici”, si dimostrarono totalmente incapaci di fermare l’offensiva della destra. Malgrado tutto, nelle elezioni di marzo del 1973, l’Unità Popolare ottenne il 44 per cento dei voti, una vittoria, considerate le condizioni, che paradossalmente demoralizza i “vincitori” ufficiali delle destre che erano convinti di avere facile ragione di un governo agonizzante.
Indubbiamente a questo punto, le basi operaie sia del Partito socialista che del Partito comunista volevano passare all’offensiva. I lavoratori stavano aspettando un ordine dai loro dirigenti per schiacciare la reazione. Gli operai chiedevano armi; ma ricevettero solo belle parole, promesse ed appelli alla disciplina. Senza dubbio, come dice Sepúlveda, già a marzo del 1973 il proletariato “non voleva più cortei, ma aspirava al potere” (El Socialismo Chileno, pag. 41).
A posteriori il bilancio dei socialisti cileni non è meno critico:
“Il governo dell’Unità Popolare, di fronte alla ribellione della borghesia, non era capace, per le sue posizioni riformiste, di risolvere la situazione a favore della rivoluzione cilena, con azioni organizzate di massa per porre fine a questa offensiva, e con la conciliazione tentava di rinviare la resa dei conti in una situazione che diventava sempre più insostenibile” (45° Anniversario del Psc, pag. 18).
La base operaia del Partito socialista, seguendo il proprio istinto di classe, si oppose duramente all’entrata dei militari nel governo. La capitolazione dei dirigenti dell’Unità Popolare a novembre non fece che stimolare l’appetito dei reazionari. I risultati delle elezioni di marzo 1973 servirono solo a rinviare la resa dei conti finale. Se la decisione di scatenare il golpe fosse stata condizionata solo dall’operato dei dirigenti di Unidad Popular, la controrivoluzione sarebbe prevalsa in Cile quasi un anno prima. Fortunatamente, l’enorme potere del movimento operaio e il suo alto livello di combattività fecero vacillare le forze armate. Come scrisse il giornalista inglese Laurence Whitehead, in un articolo su The Economist (30/7/73): “Se finora l’esercito cileno si è trattenuto, la spiegazione non si deve cercare in qualche tradizione nazionale peculiare, ma nella forza formidabile acquisita dal movimento operaio”.
La prova di questo enorme potenziale fu il grottesco fallimento della seconda “insurrezione” del reggimento “Tacna” il 29 giugno 1973. In poche ore, migliaia di lavoratori organizzati dai Cordones industriali scesero in sciopero, occuparono le fabbriche e, lasciando dei picchetti a difenderle, marciarono verso la sede del governo, il Palazzo della Moneda.
Alain Touraine, sociologo francese, nel suo diario Vita e morte del Cile popolare riporta da testimone oculare il quadro della reazione operaia al tentato golpe: “Santiago è circondata e anche invasa dai Cordones industriali, da una mobilitazione che si appoggia sui campamentos e le Jap (Juntas de abastecimiento y de control de precios, giunte per l’approvvigionamento e il controllo dei prezzi), che garantiscono, soprattutto alle categorie meno abbienti, la distribuzione di una parte dei prodotti di prima necessità. Questo compito è affidato ai comandos comunales, organismi più completi, embrione di potere locale… Le forze popolari hanno acquisito una grande autonomia d’azione”.
Proprio i Cordones industriali, organizzazioni operaie dominate dalla sinistra più radicale, nate per estendere la mobilitazione per l’espropriazione delle industrie sono in prima linea per organizzare la reazione operaia al golpe e allo stesso tempo rappresentano in embrione il tentativo dei lavoratori di sopravanzare i limiti e le indecisioni dei dirigenti dell’Unidad Popular.
Quale fu la reazione della direzione? Allende fece un appello ai lavoratori affinché tornassero a lavorare. La polizia venne mandata a disperdere i lavoratori, che giravano senza meta né direzione per le strade della capitale.
Questo comportamento del governo diede nuovo coraggio alle forze reazionarie, che si lanciarono nuovamente nella lotta promovendo un secondo sciopero dei camionisti. La Cut rispose il 9 agosto con uno sciopero generale di 24 ore, ma senza proporre obiettivi precisi. Varie testimonianze riportano l’assoluta latitanza del governo in questi giorni convulsi.


Mancanza di direzione

Fu questa la tragedia della classe operaia cilena. Nonostante tutto l’enorme potere che avevano in mano i lavoratori, nonostante il coraggio e la volontà di lottare ampiamente dimostrata, un settore decisivo dei dirigenti del movimento abbandonarono il campo nel momento decisivo senza neppure tentare una resistenza. Invece i rappresentanti della classe borghese agirono in modo serio. A loro importavano poco le “regole del gioco”. Sapevano che i loro interessi di classe erano minacciati e agirono con determinazione per difenderli.
Se i dirigenti del movimento operaio cileno avessero agito in difesa degli interessi dei lavoratori con un quarto della spietata decisione che avevano dimostrato gli uomini politici borghesi in difesa dei propri interessi, il proletariato cileno avrebbe potuto prendere il potere non una ma tre o quattro volte durante la vita dell’Unità Popolare. Le condizioni c’erano; la volontà di lottare era presente. Mancava però un’autentica direzione rivoluzionaria, con una vera politica marxista-leninista e la volontà e la capacità di metterla in pratica.
I tentativi fatti da Allende e dagli altri dirigenti dell’Unità Popolare per giungere ad un accordo con la reazione, stringendo un patto con la Dc e facendo entrare i militari nel governo, servirono solo a disorientare la classe operaia e ad incoraggiare i controrivoluzionari. Dopo il tentato golpe di giugno, il comunista Corvalán lodò “l’azione rapida e decisa del capo di Stato maggiore e la lealtà delle forze armate e della polizia”. Respingendo con sdegno l’idea che il Pcc fosse a favore di una milizia operaia, rispose: “No, signori! Continuiamo a credere nel carattere esclusivamente professionale delle istituzioni armate. I loro nemici non sono nelle file del popolo ma nel campo della reazione”.
Il 24 agosto sul suo diario, Alain Touraine annota sconso-lato: “Un giornale socialista, Ultima Hora, pubblica un appassionato editoriale per ricordare che mai l’esercito ha avuto l’importanza riconosciutagli invece dai paesi socialisti, Urss e Cuba in testa: Si chiamano le assemblee sindacali ad applaudire il generale Prats. Chi mai si pretende di influenzare in questo modo? … Una pagina intera, tipo manifesto, del giornale ufficiale del Pc per difendere l’onore di un esercito che indubbiamente rappresenta un pericolo più che un appoggio… dimostra una straordinaria mancanza di fiducia nelle masse popolari.”
Non si può dubitare che le intenzioni di Salvador Allende e degli altri dirigenti dell’Unità Popolare fossero oneste; desideravano sinceramente un “cambiamento pacifico e senza traumi” della società. Ma purtroppo, per fare la rivoluzione socialista, non basta avere buone intenzioni. Come diceva molto bene uno dei dirigenti del Partido Socialista de Chile (Interni) nell’aprile 1978, “se i processi storici fossero misurati con le intenzioni, dovremmo affermare che l’intenzione dell’Unità Popolare era di costruire il socialismo nel Cile; invece abbiamo fascismo e dittatura”.
Alcuni dei dirigenti dell’Unità Popolare in esilio cercarono in seguito di giustificarsi più o meno nel modo seguente: “Se noi avessimo lottato, ci sarebbe stata una guerra civile sanguinosa, con migliaia di morti”. Come se i massacri non ci fossero stati! Migliaia di operai e di contadini, il fior fiore della classe lavoratrice, sono stati massacrati, torturati, o sono semplicemente “spariti”. E si insiste sulla necessità di evitare la violenza - “a tutti costi”. Si dimenticano una delle lezioni fondamentali della storia: che nessuna classe dirigente ha mai rinunciato al suo potere ed ai suoi privilegi senza ingaggiare una lotta feroce.
Gli operai cileni volevano lottare contro la reazione; questo fatto venne dimostrato fino all’ultimo. Il 4 settembre una manifestazione oceanica di 800.000 lavoratori, molti dei quali armati solo di bastoni, si riversò in un corteo per le vie di Santiago.
I lavoratori cileni si fidavano dei loro dirigenti, ai quali chiesero armi e un piano di lotta. Se invece di bastoni avessero avuto armi, anche se poche e scadenti, la storia del Cile oggi sarebbe stata molto diversa. La manifestazione gigantesca del 4 settembre dimostra che la classe operaia non aveva perso la sua volontà di lottare ma chiedeva armi per resistere. Purtroppo i dirigenti, invece di armi, offrirono solo belle parole e appelli alla “calma” perché si tornasse a casa, cosa che servì solo a disarmare i lavoratori proprio alla vigilia del golpe.
Qui, naturalmente, sorge la questione dell’esercito. Chi pone la questione su un piano strettamente militare, di rapporto di forze e volume di fuoco, sbaglia in modo grossolano. Sbaglierebbe nel caso di una guerra tra eserciti, dove comunque contano molti altri fattori “ambientali”, a maggior ragione sbaglierebbe nel caso di un conflitto di classe, di una rivoluzione, di una guerra civile. Ma questo è un modo totalmente sbagliato di porre la questione. Se la questione della vittoria si potesse ridurre sempre a un confronto tra “tanti generali che dispongono di tante baionette”, nessuna rivoluzione sarebbe stata possibile in tutta la storia. Invece, come disse una volta il Re Federico di Prussia: “Quando queste baionette cominciano a pensare, siamo perduti”.
Nell’esercito cileno c’erano molti soldati, sottufficiali e anche ufficiali che simpatizzavano per l’Unità Popolare. Molti di questi avevano persino la tessera del Pcc o del Psc.
Poco più di un mese prima del golpe, il 7 agosto, a Valparaiso alcuni sottufficiali della marina si rifiutarono di obbedire ad un ordine degli ufficiali e furono arrestati. Dopo vari tentennamenti Allende autorizzò il processo (che non si sarebbe potuto fare senza il suo consenso), cedendo alle pressioni del comando della Marina. Col cedimento di Allende il messaggio delle alte gerarchie militari arrivò chiaro e forte ad ogni ufficiale, sottufficiale e soldato delle forze armate cilene simpatizzante della sinistra: il vostro governo è finito, non è più in grado di difendervi. Il danno arrecato da questo piccolo episodio fu incalcolabile.
I dirigenti dell’Unità Popolare commisero l’errore fondamentale di immaginare che lo Stato borghese potesse assumere una posizione “neutrale” nello sviluppo della lotta di classe nel caso che essa avvenisse rispettando i limiti della legalità borghese e che il Cile fosse un caso “eccezionale” a causa delle tradizioni “democratiche” delle sue forze armate. Queste illusioni vennero alimentate fino all’ultimo momento dai militari. Poco prima del golpe, dopo la nomina a comandante in capo dell’aviazione, il generale Leigh Guzman fece una dichiarazione in cui affermava che le forze armate “non avrebbero mai rotto con la loro tradizione di rispettare il governo legalmente costituito”. Queste stesse illusioni erano condivise dai dirigenti dell’Unità Popolare, soprattutto da quelli del Pcc.


Come conquistare i soldati?

Se i dirigenti dell’Unità Popolare avessero utilizzato la decima parte delle energie che avevano sprecato nel tentativo di guadagnare la fiducia e il rispetto della casta militare per un lavoro serio di conquista della base dell’esercito per unirla al movimento operaio, la sconfitta dell’11 settembre sarebbe stata totalmente impossibile.
Le file dell’esercito, una volta trovatesi di fronte al movimento delle masse, avrebbero subito inevitabilmente una serie di tensioni e scissioni. Sebbene in qualsiasi esercito la punta della piramide della casta militare sia legata strettamente alla classe dominante, la base è sempre vicina alla classe operaia e ai contadini. Ma dietro il soldato c’è l’ufficiale con la sua pistola. Perché nasca un movimento di solidarietà attiva in seno all’esercito, è necessario che i soldati siano convinti della ferma volontà degli operai di portare la lotta fino alle sue ultime conseguenze. In poche parole devono avere fiducia nella possibilità del successo. Se non è così, il timore delle truppe nei confronti degli ufficiali sarà sufficiente per mantenere la disciplina.
L’11 settembre solo una minoranza dei soldati partecipò attivamente al golpe, mentre la maggioranza rimase chiusa nelle caserme, ad indicazione che Pinochet capiva molto meglio di Allende o Corvalán le tensioni esistenti nella base dell’esercito. Ma in assenza di una resistenza massiccia e feroce, non esisteva la minima possibilità di attirare quella parte dei soldati che, in modo passivo, simpatizzavano per la causa operaia. In questo senso, i metodi “pacifisti” del riformismo hanno portato fatalmente sempre a risultati diametralmente opposti a quelli previsti.


Le masse abbandonate

Sia il Psc che il Pcc, per non parlare del Mir, avevano armi e, teoricamente parlando, una politica militare. Ma nel momento cruciale le armi non apparvero, la politica militare non servì a niente e la maggior parte dei dirigenti fuggì, lasciando i propri seguaci a salvarsi come potevano. Era la fine indegna di tre anni di lotte eroiche portate avanti dalla classe operaia e dai contadini cileni. C’è chi dice che la morte di Allende “salvò l’onore” del socialismo cileno - come se si trattasse di una questione astratta e morale di onore e non della vittoria o della sconfitta della rivoluzione socialista, come se si trattasse della vita o della morte di un solo uomo, quando in una sola giornata i migliori militanti della classe operaia cilena furono massacrati come animali senza poter far nulla per difendersi. Senz’altro, il fatto che Salvador Allende rimase al suo posto per morire nelle rovine della Moneda non può che accrescere il nostro rispetto nei confronti di chi non è fuggito di fronte alle conseguenze dei suoi errori, ma ha combattuto per ciò che riteneva giusto anche in condizioni ormai disperate. La mattina dell’11 settembre Salvador Allende e 40 suoi collaboratori, dopo aver fatto troppo tardi appello alla classe operaia perché insorgesse contro i golpisti, opposero una disperata resistenza prima di cadere sotto i colpi dei militari.
L’11 settembre di trent’anni fa Salvador Allende è diventato un martire del movimento operaio. Ma la simpatia che proviamo per quest’uomo fuori dall’ordinario non può cambiare quello che è successo dall’11 settembre 1973 in poi, né assolvere Allende dalla sua parte di responsabilità nella sconfitta di una rivoluzione. I tentativi di distogliere l’attenzione dei lavoratori da ciò che accadde e dai motivi per cui accadde, ricorrendo a sentimentalismi e miti, non sono degni di rivoluzionari. Se vogliamo veramente rendere onore alla memoria di Allende e delle migliaia di uomini e di donne senza nome che caddero morti quel giorno e in seguito per la causa della classe operaia, il nostro primo dovere è imparare dall’esperienza per cercare di non ripetere gli errori commessi o di non inventarcene di nuovi.


Settembre 2003

Ringrazio il compagno Alfredo Mujica che ha percorso da militante rivoluzionario nel Mapu la parabola dell’Unidad Popular per aver saputo trasmettere nelle nostre conversazioni a trent’anni di distanza la carica rivoluzionaria di quegli anni e le enormi contraddizioni di quel periodo. Le eventuali imprecisioni sono mia esclusiva responsabilità.
(F. Merli)