di Serena Capodicasa

Il 15 gennaio 1919 l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht decapitava il movimento operaio tedesco dei suoi due principali dirigenti rivoluzionari. 

Era la scure della controrivoluzione che si abbatteva sul tentativo insurrezionale con cui il neonato Partito comunista tentava di evitare che il destino della rivoluzione tedesca scivolasse via dalle mani delle masse operaie. Maturata nelle condizioni di vita che la prima guerra mondiale rendeva sempre più difficili nel paese, così come al fronte e nella flotta, la rivoluzione era stata innescata da due potenti detonatori: le sorti della guerra, che vedevano l’esercito tedesco sempre più in difficoltà, e la fiducia infusa dalle masse russe che, sotto la guida del Partito bolscevico, tra il febbraio e l’ottobre del 1917 mostrarono una via d’uscita rivoluzionaria dalla guerra e dalla fame.

A inizio novembre del 1918, dopo l’ammutinamento delle unità della flotta stazionate a Kiel, sul Mar Baltico, si formò il primo Consiglio degli operai e dei marinai tedesco. Il primo di una lunga serie che, a macchia d’olio, prese il controllo di numerose città: Amburgo, Brema, Lubecca, Dresda, Lipsia, Chemnitz, Magdeburgo, Brunswick, Francoforte, Colonia, Stoccarda, Norimberga, Monaco… infine Berlino, dove il 9 novembre “Il passo fermo, ritmato, dei battaglioni operai riecheggia nelle strade: arrivano da Spandau, dai quartieri proletari, dal Nord e dall’Est, e avanzano verso il centro, simbolo della potenza imperiale” (da E.O. Volkmann “La rivoluzione tedesca”). Come accade ogni volta che la classe dominante ha più da perdere che da guadagnare da uno scontro aperto (basti pensare all’oligarchia venezuelana dopo il fallimento del colpo di Stato contro Chavez nel 2002), alla borghesia non restò che la scelta di sabotare la rivoluzione dall’interno con l’abdicazione del kaiser Guglielmo II e l’affidamento del potere alla sola forza in grado di rimettere il potere nelle sue mani presentatosi alle masse come loro rappresentante, la socialdemocrazia. Il ministro socialdemocratico Ebert venne così nominato cancelliere e incaricato di formare un nuovo governo.

 

Masse e partiti

Nel corso dei decenni precedenti lo scoppio della guerra, il partito socialista tedesco Spd era arrivato ad avere all’attivo circa un milione di iscritti, 15mila funzionari, 90 quotidiani, 62 tipografie, oltre quattro milioni di voti, due milioni di iscritti nei sindacati sotto il suo controllo. Ma quanto più il partito si era rafforzato negli anni di pace e ascesa del capitale, tanto più i suoi dirigenti e quadri si erano distaccati dalla classe operaia e avevano abbandonato la sua lotta per la liberazione dal capitalismo.

Fu solo con lo scoppio della guerra e con l’entusiastico appoggio accordato dai principali partiti socialisti europei alle rispettive classi dominanti che si palesarono agli occhi degli autentici rivoluzionari la degenerazione opportunista della Seconda Internazionale e la necessità di costruirne una nuova che ricostruisse un legame tra le masse e il marxismo rivoluzionario. Si trattava di forze isolate ma che comprendevano i futuri dirigenti della rivoluzione russa come Lenin e Trotskij e i nuclei dei partiti comunisti che si sarebbero formati in seguito. In seno alla socialdemocrazia tedesca si coagulò, attorno a Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, un gruppo che dall’inizio del 1915 cominciò a propagandare le sue idee con la pubblicazione della rivista Die Internationale e più tardi prese il nome di Spartaco. Li caratterizzava una struttura a rete, insieme ad altri elementi radicali di sinistra, priva di una vera e propria organizzazione come corrente all’interno del partito a cui avrebbero dovuto contendere l’egemonia tra le masse. “è impossibile premunirsi in anticipo contro l’eventualità di oscillazioni opportunistiche; solo il movimento stesso può superarle, utilizzando senza dubbio le armi della dottrina marxista, e solo dopo che l’opportunismo abbia preso una forma tangibile nella pratica”. In queste di parole Rosa Luxemburg c’è tutta la sua fiducia nelle masse quali motore della storia, ma allo stesso tempo la rinuncia a un lavoro sistematico perché le idee rivoluzionarie potessero essere il più forti possibile al momento in cui il movimento sarebbe arrivato a superare non solo l’opportunismo del partito ma l’ordine di cose costituito.

La radicalizzazione che si era prodotta nella società con il protrarsi della guerra si riversò infatti all’interno della Spd con la formazione di un’ala che raccolse via via un numero crescente di dirigenti, attivisti e parlamentari dissidenti e che all’inizio del 1917 si ritrovò espulsa dal partito con un patrimonio di 120mila attivisti (a fronte di 170mila che rimanevano nella Spd). Nasceva così il Partito socialista indipendente (Uspd), una formazione combattuta tra riformismo di provenienza e idee rivoluzionarie sotto la pressione delle masse operaie. Gli spartachisti vi entrarono, pur mantenendo una loro indipendenza d’azione, così come fece il gruppo dei delegati rivoluzionari, ala sindacale di sinistra tra gli operai berlinesi che, durante le ondate di scioperi che anticiparono la rivoluzione nell’aprile 1917 e nel gennaio 1918, contribuirono a consolidare il radicamento operaio della Uspd. Nel corso di questi avvenimenti fu enorme l’eco che trovarono le parole d’ordine rivoluzionarie degli spartachisti tra gli operai in lotta; i loro militanti mancavano però della compatezza organizzativa necessaria affinché quell’istintiva simpatia si trasformasse in adesione cosciente alla corrente rivoluzionaria. Nelle parole di Leo Jogisches: “Sembrava che ci fossero tra i delegati un gran numero dei nostri. Se non fosse che erano dispersi, non avevano un piano d’azione e si perdevano nella folla”.

 

Dalla rivoluzione alla controrivoluzione

Nel novembre 1918 quell’istintiva simpatia per la rivoluzione d’Ottobre si trasformò comunque in un’ondata rivoluzionaria, con i consigli di operai e soldati che controllavano tutte le principali città.

I consigli di molte importanti città come Berlino, Monaco, Lipsia, erano sotto l’influenza delle tendenze di sinistra della Uspd (spartachisti e delegati rivoluzionari) ma nei principali centri operai socialdemocratici e maggiorenti della Uspd si contendevano la maggioranza. Parallelamente i socialdemocratici svilupparono una virulenta campagna per sostituire agli slogan di classe e anticapitalisti parole d’ordine “democratiche”.

Questo fu il senso della decisione di convocare un’Assemblea costituente, presa dal congresso dei consigli il 16 dicembre. Ma se questo era chiaro all’avanguardia rivoluzionaria, non altrettanto lo era per le masse che riconoscevano in essa una rivendicazione progressista contro l’autocrazia. Gli spartachisti, anziché usare la campagna come tribuna per spiegare la differenza tra la democrazia che si sarebbe potuta esercitare attraverso i consigli come in Russia e una democrazia che avrebbe restituito il potere alla classe dominante, adottarono a larga maggioranza la posizione estremista del boicottaggio dell’Assemblea costituente. Solo 23 delegati, tra cui la stessa Rosa Luxemburg, su 85 si espressero infatti favorevolmente alla partecipazione alle elezioni durante il congresso con cui, nei giorni a cavallo tra il 1918 e il 1919, dalla lega Spartaco venne fondato il Partito comunista di Germania (Kpd). Come gli altri partiti con cui Lenin polemizzò nell’“Estremismo, malattia infantile del comunismo”, la Kpd nasceva dunque animata da una maggioranza di giovani impazienti.

Questa impazienza rifletteva il sentimento dei settori più avanzati dei lavoratori che, vedendosi sfuggire di mano l’occasione di prendere il potere, vedevano nel rovesciamento insurrezionale del governo l’unico modo per evitarlo. Una situazione molto simile a quella che si produsse in Russia nel luglio del 1917, con la fondamentale differenza che il Partito bolscevico fu in quell’occasione capace di organizzare una temporanea ritirata sotto i colpi della repressione. Questo servì da un lato a far crescere l’autorità dei bolscevichi tra i lavoratori, dall’altra a preservarne l’avanguardia che pochi mesi dopo li guidò alla presa del potere. La Kpd al contrario non sviluppò alcuna strategia: Karl Liebknecht e Wilhelm Pieck entrarono in un comitato rivoluzionario (insieme a membri della sinistra Uspd e delegati rivoluzionari) nel quale, senza averne discusso nel partito, votarono a favore dell’insurrezione per poi ritrovarsi una situazione di indecisione. Tragicamente, fu la repressione armata sotto il comando dei ministri socialdemocratici che risolse questo stallo, con l’assassinio efferato di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg e la persecuzione dei quadri del partito.

Un sacrificio che a 95 anni di distanza fa dello studio dell’esperienza della rivoluzione tedesca uno strumento fondamentale per essere all’altezza degli obiettivi che a loro ci accomunano.