di Francesco Giliani

I mezzi di comunicazione della classe dominante non stanno perdendo tempo. Siamo da soli due mesi nell’anno del centenario della rivoluzione russa ed è già tiro al bersaglio. Lenin è al centro degli attacchi, di frequente vere e proprie calunnie volte a diffamare, oggi, la sua figura di rivoluzionario centrale del XX secolo.

Non si sono sottratti a quest’esercizio Luciano Canfora – storico dell’antichità di orientamento politico stalinista-togliattiano – e Sergio Romano – ex ambasciatore d’Italia in Unione Sovietica e ‘penna’ del Corriere della Sera. La loro conversazione col giornalista Antonio Cairoti [“Processo a Lenin (Putin assolto)”] è stata pubblicata sull’inserto del Corriere della Sera “La Lettura” del 29 gennaio 20171. Non consiglio di correre a perdifiato in biblioteca per recuperare il prezioso cartaceo. In un confronto su Lenin nel quale Canfora figura come difensore e Romano come accusatore, i due intellettuali rivaleggiano a chi la spara più grossa, senza alcun rigore storico e con una non celata simpatia per Stalin e Putin – fatto, quest’ultimo, né nuovo né incomprensibile. 

 

Rivoluzione, dove sei?

Nelle fitte pagine di dialogo, non una riga è dedicata alle “Tesi di aprile” ed alla riflessione di Lenin sui soviet, sul loro ruolo per la presa del potere da parte della classe lavoratrice e sulla loro funzione nello stato operaio o stato-comune sorto dall’abbattimento del capitalismo e delle sue forme politiche. C’è da osservare che Romano vi accenna, ma soltanto per affermare che i soviet “erano da lui [Lenin, NdA] controllati”, lasciando intendere che fossero una creatura docile ed eterodiretta e che la conquista dell’egemonia al loro interno fosse una questione di fedeltà personale e non il frutto di una lotta incandescente tra diversi partiti ed opzioni politiche. In realtà, a scomparire è il protagonismo di milioni di sfruttati e delle loro avanguardie, primo motore di ogni processo rivoluzionario. Lenin è sfigurato in una sorta di demiurgo intento a plasmare la storia secondo una visione strettamente personale.

In questa caricatura, Romano inserisce anche un classico della pseudo-letteratura storica su Lenin: la querelle sull’oro tedesco ricevuto da Lenin per ‘fare la rivoluzione’ in Russia ed il vagone piombato (che in realtà piombato non era2) fornitogli a tale fine per rientrare dalla Svizzera a Pietrogrado dopo la caduta dello zar nel 1917. Al di là dell’assurdità politica di tale leggenda, Romano probabilmente ignora che, sul piano storiografico, già nel 1976 Boris Souvarine3 – ed era già diventato anticomunista! - ha demolito in ogni sua variante la tesi della rivoluzione bolscevica fatta coi soldi del Kaiser. Romano, invece, scrive che “Ha [Lenin, NdA] un debito con la Germania, che gli ha promesso di attraversare il suo territorio per tornare in patria dalla Svizzera, e lo paga subito: prima sabota lo sforza bellico e poi, una volta al potere, accetta un trattato di pace umiliante per la Russia”. Qui, la tesi calunniosa ed infondata di ‘Lenin pagato dal Kaiser’ si arricchisce fino ad interpretare in maniera volgare e velenosa l’accettazione del trattato di Brest-Litovsk – definito dai bolscevichi “pace infame”– come ricompensa per i marchi-oro che la persistente leggenda anti-bolscevica vorrebbe fossero passati dalle mani del Kaiser a quelle di Lenin attraverso qualche losco intermediario, indicato di solito nell’ex rivoluzionario russo-tedesco Parvus. Romano aggiunge persino la fandonia, come a rafforzare l’argomentazione, che Rosa Luxemburg avrebbe criticato Lenin per essere ritornato in Russia “con l’aiuto del governo imperiale di Berlino”.

Nel marzo 1918, contrariamente a quanto affermato da Romano, la maggioranza del gruppo dirigente bolscevico, incluso Lenin, ritiene che quella “pace infame” si debba firmare perché la Russia sovietica ha una pistola puntata sulla tempia dagli eserciti degli Imperi Centrali. Peraltro, la delegazione bolscevica guidata da L.D. Trotskij e A.A. Ioffe aveva allungato il più possibile i negoziati, utilizzandoli come strumento per lanciare appelli alla rivoluzione agli sfruttati tedeschi ed austriaci, che sarebbero insorti ed avrebbero creato i loro soviet meno di un anno dopo. Lucidamente, il Soviet di Pietrogrado, il 5 gennaio 1918, aveva affermato che “la sorte dei negoziati non si deciderà a Brest-Litovsk, ma nelle strade di Berlino e di Vienna”. Lo sfasamento temporale tra la rivoluzione d’Ottobre e lo scoppio della rivoluzione in Germania e nell’impero austro-ungarico è, dunque, la causa decisiva della firma bolscevica su un trattato dalle clausole disastrose. In aggiunta a tutto ciò, vale rammentare che quel trattato è contrastato dai bolscevichi fin da subito nei combattimenti armati che oppongono in Ucraina i “rossi” alle bande nazionaliste dell’ataman (capo militare) Skoropadskij, fantoccio dei tedeschi; infine, col crollo degli Imperi centrali nel novembre 1918, evento accelerato anche dall’opera di propaganda dei bolscevichi, Brest-Litovsk diventa carta straccia in ogni sua parte4.

Sull’insurrezione dell’ottobre, è Canfora ad aggiungere confusione ed inesattezze. Secondo Canfora, Lenin “insiste per la presa del potere, nonostante la perplessità dei suoi stessi compagni bolscevichi” (a partire da quando? perché?, Lenin ha la maggioranza oppure no nel partito bolscevico? Canfora non ce lo dice) e in quell’uso generico del verbo insistere si esprime il classico tema antileniniano della sua presunta ossessione per il potere; ma il meglio Canfora lo esprime quando paragona l’insurrezione dell’Ottobre – diretta dal Comitato Militare Rivoluzionario del Soviet di Pietrogrado, ovvero un organismo espressione dei lavoratori organizzati, aggiungiamo noi – “sul piano tecnico a un colpo di Stato, come osserverà più tardi Curzio Malaparte”. Sul fatto che l’Ottobre non sia stato per nulla un colpo di Stato abbiamo scritto, non certo per primi, per polemizzare contro un articoletto filo-staliniano pubblicato sul sito web di Infoaut e, per non allungare troppo questo testo, vi rimandiamo il lettore5. Canfora potrebbe andarsi a leggere o rileggere I dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Reed, se proprio non gli riesce di mettersi a leggere e a studiare la Storia della rivoluzione russa di Trotskij.

Che cosa è, dunque, la rivoluzione, per i nostri due autori? Secondo Canfora le rivoluzioni, “destinate tutte ad essere archiviate”, sono “tappe fondamentali nella modernizzazione dei Paesi in cui si producono”. Che la rivoluzione russa abbia modernizzato il vasto ex-impero dello Zar in campo economico, politico, sociale e culturale, non vi è dubbio alcuno. Ma per Canfora la modernizzazione è “una forma statale stabile”, nel caso della Russia è la sua trasformazione “nella potenza moderna che attualmente è”. Questo permette, infine, a Canfora di affermare che “l’effetto storico della rivoluzione dura nel tempo”. Scompare in Canfora la centralità del contenuto sociale e di classe della rivoluzione bolscevica, la sua prospettiva internazionalista e di liberazione dell’umanità ed il protagonismo diretto di milioni di esseri umani. Insomma, Lenin, marxista e rivoluzionario proletario, è trasformato, ad essere benevoli, nel leader di un movimento di liberazione nazionale in grado di innescare “dall’alto” un processo di modernizzazione borghese del proprio paese. Non stupisce, dunque, che Romano, sulla medesima linea interpretativa, affermi che la figura di Stalin (“vero creatore dell’URSS” e costruttore della “potenza sovietica”) sia superiore a quella di Lenin. Lo stesso Canfora lo pensa e lo esplicita quando, elogiando l’opera storiografica di A. Rosenberg, presenta l’azione di Stalin come la “torsione nazionale della rivoluzione russa” – col che Canfora intende la declinazione concreta e realistica del 1917 – e non come una reazione su linee nazionaliste e burocratiche contro il regime nato dall’Ottobre bolscevico.

Canfora cerca il despota illuminato del XX secolo e lo individua in Stalin. Su questo, almeno, lascia Lenin in pace. Sul punto che Stalin sia stato illuminato, l’analisi di Canfora continua a scambiare determinati effetti progressisti prodotti dalla proprietà nazionalizzata dei mezzi di produzione con l’azione politica di Stalin che, invece, scava la fossa alla transizione verso il socialismo, consolidando il potere di quella casta burocratica privilegiata che decenni dopo, nel 1989-1991, avrebbe guidato la controrivoluzione capitalista.

 

Lenin in Svizzera: la persistenza di una leggenda

Ci occuperemo a breve, in un articolo specifico, di (ri)smontare con accuratezza la mitologia storica sui marchi del Kaiser per i bolscevichi e sul ‘vagone piombato’. Tratteremo qui la questione nelle sue linee di fondo. L’accusa di essere agenti dello straniero non è nuova per i rivoluzionari. Durante la prima guerra mondiale, la stampa liberale dei paesi dell’Intesa schiuma di rabbia contro quei rivoluzionari russi emigrati in Europa e non esita a definirli “germanofili”, come attestano le memorie di Angelica Balabanoff ma anche di Trotskij e di molti altri. Come ricorda Alfred Rosmer nella sua imponente monografia sul movimento operaio durante la prima guerra mondiale6, sono calunniati come “germanofili” gli stessi sindacalisti rivoluzionari francesi, che in quel paese erano stati l’unica tendenza politica contraria alla guerra sin dal 1914 e per ciò perseguitata nella ‘democratica’ Francia.

Nel caso di Lenin e dei bolscevichi nel 1917, la calunnia nasce sin dal loro ritorno in Russia. Il primo ad impiegarla è, nel luglio, l’ex bolscevico di sinistra Alexinskij, diventato nel frattempo social-patriota e fervente sostenitore della continuazione dello sforzo bellico della Russia. Nel 1918, Eduard Bernstein, noto revisionista e dirigente del partito socialdemocratico tedesco (SPD), riprende la leggenda e, sul giornale di Maksim Gorkij, scrive: “il ruolo dei bolscevichi era identico a quello di agenti tedeschi per i quali la Germania ha speso milioni per diffondere tra i popoli dei paesi alleati e neutrali le idee del pacifismo, dell’antimilitarismo, dell’anticapitalismo e della rivoluzione7. Bernstein calunnia rabbiosamente e, senza senso del grottesco, arriva ad affermare che gli agenti del Kaiser e di Ludendorff spargono in giro per l’Europa le idee della rivoluzione socialista! In quell’anno, in piena guerra civile, la questione diventa anche affare di Stato: il governo statunitense, infatti, allora alleato dell’Intesa, pubblica una serie di documenti detti rapporto “Creel-Sisson” che avrebbero ‘inchiodato’ Lenin: nel 1959, però, il numero di gennaio-febbraio della rivista Problems of Communism pubblicata dallo stesso Dipartimento di Stato riconosce che si trattava di un falso8. Alla canea reazionaria, tra gli altri, si torna ad aggiungere la voce di Bernstein che, nel 1921, utilizza le colonne del quotidiano socialdemocratico Vorwaerts per asserire velenosamente che il vagone era un “vagone-salotto” e quantificare la somma versata dallo stato tedesco in 50 milioni di marchi-oro. L’intento di infangare, con Lenin, il nascente movimento comunista internazionale è del tutto evidente, nell’assenza totale di prove. L’argomentazione di Bernstein è farneticante: egli spiega che “attraverso un amico ha ottenuto informazioni da una persona ben informata” la quale ne ha ricevute altre “da parte di fonti degne di fiducia” tra le quali “un ufficiale” che a sua volta ha citato “un importante membro del parlamento di uno dei paesi alleati col quale aveva contatti ufficiali9. Come commenta lo storico Jean-Jacques Marie, “tutto quel bel mondo è totalmente anonimo; Bernstein non cita un solo nome10...

Nel dopoguerra, le opere di riferimento della letteratura complottista leninofoba diventano la biografia di Parvus scritta da Zeman con la collaborazione di Scharlau11 ed una serie di documenti del ministero degli Esteri tedesco raccolti dal solo Zeman12. Nel 1915 Parvus è un rivoluzionario russo da poco vendutosi ai servizi segreti della Germania imperiale, a suo parere solo strumento utile al rovesciamento dello zarismo. Secondo i due autori, sarebbe stato Parvus uno degli agenti di collegamento tra il Kaiser ed i bolscevichi. Peccato che, come dimostra Souvarine, Lenin viene nominato ben 46 volte nei 136 documenti citati da Zeman ma in nessun caso si afferma che abbia preso soldi dai tedeschi o se ne fa allusione. Molti lo cercano e gli ronzano attorno ma lui se ne tiene alla larga. A conferma di ciò Lenin, dopo un breve incontro a Berna con Parvus nel maggio 1915, fiuta il cambiamento di casacca del personaggio – a quel tempo nessuno sa ancora con certezza che Parvus è diventato un agente del Kaiser –, tronca ogni rapporto con lui e consiglia vivamente gli altri compagni di partito di fare lo stesso. Quando, poco tempo dopo, esce il giornale Die Glocke (La campana), fondato da Parvus, Lenin lo definisce “cloaca dello sciovinismo tedesco” (Lenin, Opere, vol. XXVII). Altri prendono soldi “tedeschi” oltre al già citato Parvus: un socialista-rivoluzionario di nome Tsivin e un ex socialdemocratico estone diventato nazionalista, un tal Kesküla. Shlyapnikov, durante la guerra tesoriere del partito bolscevico clandestino, ricorda nelle sue memorie di aver dovuto mandare al diavolo Kesküla che gli voleva offrire soldi e armi13. Più tardi, anche la Germania si sbarazza di quel ciarlatano che si era intascato 60/70mila marchi per svelare il programma dei bolscevichi, disponibile su due edizioni del loro giornale a 10 centesimi l’una14, e per chiudere il lavoro e rendersi importante aveva inventato l’iperbolico scoop sensazionalista che nel programma del partito di figurava il progetto di “invadere l’India con l’esercito russo” (sic!).

L’oro del Kaiser versato a Lenin è, dunque, un falso clamoroso, veicolato a più riprese ed in più versioni, prodotto al solo fine di calunniare Lenin e la rivoluzione d’Ottobre.

Anche la storia del viaggio dalla Svizzera alla Russia di alcune centinaia di rivoluzionari lì emigrati è molto semplice, al netto di ogni leggenda complottista. Questi emigrati politici si vedono rifiutare qualsiasi possibilità di rientro in Russia tramite Francia ed Inghilterra dalle potenze dell’Intesa, ostili al ritorno nella Russia in piena rivoluzione di alcune centinaia di rivoluzionari, peraltro non soltanto bolscevichi. Così il 19 marzo 1917 Martov, menscevico di sinistra, propone di chiedere al governo provvisorio russo uno scambio tra prigionieri di guerra tedeschi ed austriaci, da una parte, ed emigrati russi rivoluzionari dall’altra. Pure questa proposta, sostenuta anche da Lenin, cade nel vuoto: c’entra anche la freddezza del governo provvisorio stesso verso questi rivoluzionari di lungo corso. Lenin ed altri bolscevichi, pronosticano correttamente tale esito dopo che la Gran Bretagna rifiuta, il 30 marzo, il passaggio al mansueto capo socialista-rivoluzionario V.M. Černov, il quale ha persino tutti i documenti in regola e non è contrario alla prosecuzione della guerra a fianco dell’Intesa. Consapevole delle possibili strumentalizzazioni, Lenin sceglie allora di contattare, tramite il segretario del partito socialista svizzero Fritz Platten, le autorità diplomatiche tedesche in Svizzera. Ansiose, probabilmente, di facilitare una tregua sul fronte orientale, le autorità tedesche in Svizzera, in particolare il console Romberg, chiudono l’accordo con un primo gruppo di emigrati rivoluzionari russi composto da 19 bolscevichi, 6 membri del Bund (partito operaio ebraico) e 3 socialisti-rivoluzionari, oltre a 4 bambini. I rivoluzionari ottengono la garanzia di viaggiare in un vagone “extra-territoriale” e non possono, quindi, essere perquisiti da soldati degli Imperi centrali. Un secondo viaggio, comprendente oltre 200 emigrati rivoluzionari russi tra i quali Martov, Axelrod, la Balabanoff, Lunačarskij e Sokolnikov, parte, alle stesse condizioni, due mesi dopo il primo convoglio. Curiosamente, nessuno ha mai rivolto ai menscevichi Martov e Axelrod l’accusa riservata a Lenin.

Al quadro della vita di Lenin in Svizzera prima dello scoppio della rivoluzione Canfora aggiunge – accreditandola come degna di fede – la descrizione di un Lenin “quasi entusiasta per l’inizio del primo conflitto mondiale” proposta da Solženitsyn nel suo romanzo storico Lenin a Zurigo, la cui accuratezza è stata seriamente messa in dubbio dal solito Boris Souvarine15. Lenin, però, non assomiglia per niente ad uno di quei sindacalisti-rivoluzionari inebriati dallo scoppio del conflitto mondiale, come suggerisce Canfora con un farraginoso paragone tra Lenin nel 1914 e la reazione di Mazzini allo scoppio della guerra di Crimea nel 1854. Lenin è tra i pochi socialisti a denunciare sin dal primo giorno la prima guerra mondiale come un macello imperialista per la spartizione di colonie e zone di influenza ed è tra i pochissimi che, contro venti e maree, sostiene che soltanto la rivoluzione socialista può fermare la guerra ed aprire un capitolo nuovo per la storia umana.

 

Movimento operaio e ignoranza storica

L’approssimazione nel discutere sul movimento operaio da parte di storici, intellettuali e giornalisti è dilagante e non è innocente. Romano e Canfora confermano questa tendenza. A conferma di ciò, ricordiamo che Canfora è uno storico scrupoloso e attentissimo alle fonti quando tratta ciò che conosce, ovvero la storia antica e gli studi di storia della filologia. Tra l’altro, oltre  agli errori ed alle grossolanità che abbiamo già trattato, c’è altro. Non si potrà riprendere tutto per non tediare eccessivamente il lettore. Ma alcuni punti meritano di essere sottolineati.

Canfora, in generale, dimostra una tendenza ostinata a voler cogliere ‘intelligenti’ e inediti collegamenti tra eventi. Così, mentre conversa sulla reazione di Lenin al persistere della egemonia sulla classe operaia tedesca da parte della SPD – reazione che non fu, per inciso, una risentita “polemica verso le ‘aristocrazie operaie” ma l’elaborazione della tattica del fronte unico–, Canfora inventa che la “successiva campagna staliniana contro il 'socialfascismo' si riallaccia a questa idea per cui la socialdemocrazia è nemica della rivoluzione”. Tradotto dal Canfora-pensiero: Lenin pensa attorno al 1920 che la socialdemocrazia sia nemica della rivoluzione e questa è la base della politica del socialfascismo portata avanti da Stalin, particolarmente in Germania, nel periodo 1929-1934. Il collegamento è tutto sbagliato. Che la socialdemocrazia sia nemica della rivoluzione è un assunto strategico per i bolscevichi e per l’Internazionale Comunista (IC) delle origini. Ma ciò non impedisce a Lenin, il quale nel 1920-1921 constata la persistente influenza della SPD sui lavoratori, di battersi perché il giovane partito comunista tedesco (KPD) e l’IC nel suo insieme adottino la tattica del fronte unico, ovvero siano disponibili ad incalzare e mettere alla prova i dirigenti operai riformisti con proposte di unità d’azione al fine di difendere con più forza il tenore di vita e le conquiste del movimento operaio. Quel “marciare divisi, colpire uniti” ha l’obiettivo di rafforzare l’autorità dei comunisti tra le masse operaie e non di riappacificarsi coi capi socialdemocratici. Quelle tesi sulla tattica, molto discusse ed anche molto criticate all’interno dell’IC, vengono approvate dal III congresso dell’Internazionale Comunista nel 1921 ed approfondite l’anno seguente con le tesi sul governo operaio e contadino. La campagna staliniana arriva circa dieci anni dopo la politica del fronte unico e si basa, al contrario, sull’abbandono di qualsiasi ipotesi di unità d’azione con la socialdemocrazia, perfino nell’opposizione agli atti di squadrismo delle bande naziste. Il socialfascismo, dunque, abolisce qualsiasi differenza tra i metodi di lotta contro il fascismo e quelli contro l’influenza del riformismo operaio. La critica alla tattica del socialfascismo in Germania, causa di una divisione permanente in seno al movimento operaio, viene sviluppata da Lev Trotskij in continuità con le tesi sul fronte unico16. Ma questo Canfora non può dirlo – sennò verrebbe meno la caricatura di Trotskij come intellettuale non pragmatico alla quale è tanto affezionato – e forse nemmeno lo sa.

Uguale tendenza a creare collegamenti ‘intelligenti’ e inediti viene dimostrata quando Canfora scrive che la strategia leniniana del congresso dei popoli di Baku (1920) di estendere la rivoluzione in Asia, necessitando il consolidamento del potere sovietico, contiene “già in embrione la linea del 'socialismo in un solo Paese'', che Stalin applicherà dopo la morte del suo maestro”. Anche qui si va oltre l’accettabile. Che Lenin abbia scritto che bisogna consolidare il potere sovietico in Russia per poter estendere la rivoluzione al resto del mondo sarebbe una prova di una sua prima elaborazione della dottrina (anti-marxista) del “socialismo in un solo paese”? Suvvia, siamo seri! Siamo al livello di considerare che per Trotskij, l’organizzatore dell’Armata Rossa, il consolidamento e la difesa del regime sovietico in Russia non sia importante. Quello che Canfora non comprende è la prospettiva concretamente internazionalista dei bolscevichi. La fondazione dell’IC nel marzo 1919 non è un fatto sentimentale ma lo strumento per il trionfo della rivoluzione mondiale. E l’estensione della rivoluzione alla Germania o ad almeno un paese dell’Europa dell’epoca è la sola via, secondo i bolscevichi, per pagare un pegno meno pesante, se non addirittura il trionfo della controrivoluzione, all’arretratezza economica e culturale della Russia nella transizione al socialismo.

Gli errori e le assurdità non finiscono qui. Romano assimila Mussolini e Lenin nella valutazione del nesso guerra-rivoluzione, addirittura dice che “tra loro vi era un’ammirazione reciproca”. E Canfora, prontamente, gli risponde “Sì, certo”. Sono stupidaggini che non si vorrebbe neanche dover commentare. Come il famigerato “Appello ai fratelli in camicia nera” redatto dal PCdI nel 1936, la cui radice secondo Romano si troverebbe fantasticamente in un presunto riconoscimento da parte di Gramsci della “vocazione rivoluzionaria di Mussolini”, contenuto in un articolo del 1922 di paragone tra Mussolini ed i socialisti-rivoluzionari russi (sic!) che dice ben altro. Quell’appello del 1936, in realtà, è l’applicazione in Italia della linea di fronte popolare sancita dal VII congresso dell’IC dell’agosto 1935. In base a quella strategia di collaborazione di classe, che in Francia e in Spagna si pone il compito di frenare la rivoluzione sociale e l’occupazione delle fabbriche, in Italia il PCdI viene spinto ad appellarsi ai fascisti perché rompano l’alleanza con la Germania di Hitler, in funzione del tutto subordinata alle giravolte della diplomazia del Cremlino di Stalin.

 

A cosa dobbiamo prepararci?

Il tiro al bersaglio antibolscevico continuerà. Molte delle sciocchezze criticate in questo breve testo ritorneranno in forme plurime nel corso dell’anno e anche dopo. Sui grandi mezzi di comunicazione, si può e si deve gettare fango e seminare confusione sulla rivoluzione russa e su Lenin in ogni modo, anche con argomentazioni tra loro contraddittorie. Anche con la reiterazione pura e semplice di menzogne già provate come tali.

Il rigore storico non c’entra nulla. La battaglia politica della borghesia per cancellare ogni alternativa possibile al suo dominio è tutto. Non possiamo lasciarle campo libero.

 

 

 

Note

 

1. A. Carioti (a cura di), “Processo a Lenin (Putin assolto), conversazione tra L. Canfora e S. Romano, il Corriere della Sera, 29 gennaio 2017.

2. A. Balabanoff, My life as a Rebel, Harpers & Brothes, Londra-New York, 1938, pp. 142-159 [trad. it. A. Balabanoff, La mia vita di rivoluzionaria, Feltrinelli, Milano, 1979 ].

3. B. Souvarine, “Soljénitsyne et Lénine”, Est et Ouest, 1-15 avril 1976. Ora in B. Souvarine, Controverse avec Soljénitsyne, Allia, Parigi, 1998, p. 1-41.

4. Per una trattazione approfondita dei negoziati di Brest-Litovsk, cf. A. Moscato, Trockij e la pace necessaria, Argo, Manduria, 2007. Il testo contiene anche un importante scritto di R. Rosdolskij, La situazione rivoluzionaria in Austria nel 1918 e la politica dei socialdemocratici, op. cit., pp. 143-192.

5. F. Giliani, “La rivoluzione non è un putsch. Note su un luogo comune stalinista ripreso da InfoAut”, in http://www.rivoluzione.red/la-rivoluzione-non-e-un-putsch/.

6. A. Rosmer, Il movimento operaio alle porte della prima guerra mondiale. Dall’Unione sacra a Zimmerwald, Jaca Book, Milano, 1979 e A. Rosmer, Il movimento operaio durante la prima guerra mondiale. Da Zimmerwald alla Rivoluzione Russa, Jaca Book, Milano, 1983.

7. Novaia Zižn, 24 gennaio 1918, cit. in J-J. Marie, Lénine. La révolution permanente, Parigi, 2011, p. 180.

8. Cit. in ibidem, p. 179.

9. E. Bernstein, Vorwaerts, 1921, cit. in B. Souvarine, op. cit.. p. 31.

10. J.-J. Marie, op. cit., p. 180.

11. Z. A. B. Zeman e W. Scharlau, The Merchant of Revolution, Oxford, 1965.

12. Z. A. B. Zeman, Germany and the Revolution in Russia 1915-1918. Documents from the Archives of the German Foreign Ministry, Oxford, 1958.

13. A. Shlyapnikov, On the Eve of 1917, Allison & Busby, Londra, 1982, pp. 216-225.

14. Cf. Sotsial-Demokrat, n. 33 (13 novembre 1914) e n. 47 (1 ottobre 1915).

15. B. Souvarine, Controverse avec Soljénitsyne, op. cit.

16. Cf. L. Trotskij, Scritti contro il nazismo, AC Editoriale, Milano, 2010.