Ripubblichiamo questo articolo di Alessandro Giardiello scritto per il centenario della nascita del bolscevismo.

 

Il partito per il quale lottiamo

Ormai un secolo fa (17 luglio 1903) si teneva in esilio il 2° congresso del Partito socialdemocratico russo (Posdr). Un congresso tormentato che iniziò i lavori a Bruxelles per concluderli a Londra, nel tentativo di sfuggire alle persecuzioni poliziesche. Al congresso, a cui presero parte una cinquantina di delegati, si produsse una separazione imprevista alla vigilia tra i bolscevichi (maggioranza, in lingua russa) di Lenin e i menscevichi (minoranza) di Martov che ebbe grandi ripercussioni in Russia e a livello internazionale.

Nasceva il bolscevismo, che nell’Ottobre del ‘17 avrebbe guidato i lavoratori russi alla presa del potere. Su iniziativa degli stessi bolscevichi nel 1919 venne fondata a Mosca la nuova Internazionale  comunista. La Terza Internazionale si formerà nel corso di una dura polemica con la Seconda (nella quale continueranno a militare i menscevichi) che si era macchiata del sostegno alla prima guerra mondiale e il conseguente massacro di milioni di lavoratori.

Lenin, nel suo libro l’Estremismo malattia infantile del comunismo pubblicato nel 1920, data la nascita del bolscevismo nel 1903, ma nel 2° congresso la divisione colse di sorpresa lui stesso. Fino a quel giorno aveva condotto con Martov e il gruppo degli iskristi (da l’Iskra il nome del giornale da loro diretto con Plechanov, Axelrod, Vera Zasulic, Potresov e Trotskij) una battaglia unitaria contro gli economicisti e in difesa di un partito centralizzato.

La storiografia stalinista ha in seguito mistificato quella divisione facendo credere che fosse stata preparata accuratamente da Lenin per rompere definitivamente con il conciliazionismo riformista. Da una parte per esaltare il culto di un Lenin infallibile che “sempre tutto sapeva”, dall’altra per infangare l’immagine di Trotskij che in quella votazione si schierò a fianco di Martov.

 

Due tendenze non cristallizzate

La realtà è che le due tendenze (quella rivoluzionaria e quella riformista) a quel tempo non erano ancora cristallizzate, si trattava di un’anticipazione che solo in seguito si sarebbe definita con nettezza, tanto è vero che Plechanov, che nel 1917 si sarebbe schierato contro la rivoluzione collocandosi alla destra dei menscevichi, in quel congresso era dalla parte di Lenin.

Nel resoconto del congresso che Lenin redasse nel 1904 e che significativamente venne chiamato Un passo avanti e due indietro il dirigente bolscevico si espresse nei seguenti termini: “non considero affatto la nostra divergenza (sul primo paragrafo) come fondamentale, al punto da farne dipendere la vita o morte del partito. Non periremo certamente per un articolo cattivo”. (Un passo avanti e due indietro, Editori Riuniti, maggio 1970, pag. 43)

Lenin visse quella rottura come una sconfitta (cadde in depressione per un periodo subito dopo) e non certo come un passaggio cruciale nella definizione di una forza rivoluzionaria in Russia, anche se in seguito emerse come effettivamente di questo si trattava.

Tra il 1903 e il 1905 la divaricazione andò accentuandosi su questioni molto più importanti come il carattere della rivoluzione russa, sulle quali emerse con chiarezza il carattere opportunista che andava assumendo il menscevismo. Trotskij, che come detto nella discussione sullo statuto si schierò dalla parte dei menscevichi, decise di rompere con loro pochi mesi dopo (nel 1904) proprio sulla linea di collaborazione proposta dai menscevichi verso i liberali.

Nonostante questo per oltre sessant’anni gli stalinisti hanno continuato a sostenere la leggenda del “Trotskij menscevico, che si è sempre schierato contro Lenin tranne che per un brevissimo periodo nel 1917”.

Ancora alla fine degli anni’80 usciva sull’Unità, il quotidiano del Pci (oggi Ds), un inserto sulla Rivoluzione d’Ottobre, nella cui introduzione si sosteneva che Trotskij era stato menscevico fino al 1917! I dirigenti del Pci si preparavano ad abbandonare la falce e martello e i riferimenti al comunismo, ma la falsificazione tipicamente stalinista contro Trotskij rimaneva la stessa di sempre.

 

L’oggetto del contendere

La divisione fondamentale si produsse nella ventiduesima sessione del congresso (dopo che in quelle precedenti gli iskristi si erano mantenuti sostanzialmente uniti sulle questioni fondamentali) e avvenne sul primo articolo dello Statuto e quindi sui requisiti minimi per accedere alla militanza nel partito. Mentre Lenin sosteneva che poteva considerarsi militante chi: “accetta il programma e sostiene il partito sia con mezzi materiali che con la partecipazione personale a una delle sue organizzazioni”, Martov riteneva che era da considerarsi tale “chiunque ne accetta il programma, sostiene il partito con mezzi materiali e gli concede un aiuto regolare e personale sotto la direzione di una delle sue organizzazioni”.

A una prima occhiata può sembrare una differenza irrilevante, ma si tratta di una irrilevanza che in determinate circostanze poteva assumere una grande importanza e che denotava un atteggiamento “morbido” di Martov sulle questioni organizzative in un contesto in cui Lenin era da tempo impegnato in una polemica per superare un approccio dilettantistico e localistico nella conduzione del partito.

Nel suo libro Che Fare? e in altri scritti come Da che cosa incominciare e Lettera a un compagno sui nostri compiti organizzativi pubblicati sull’Iskra e dunque condivisi formalmente dalla redazione (pertanto anche da Martov) Lenin combatteva le posizioni spontaneistiche e separatiste (come quelle del partito ebreo del Bund che apparteneva al Posdr) e che avevano avuto particolare diffusione in Russia ad opera degli economicisti.

In questo libro, che non è privo di esagerazioni, sempre possibili in ogni polemica, ad esempio sulla impossibilità che i lavoratori possano sviluppare autonomamente una coscienza socialista sono contenuti i concetti che stanno alla base di un partito rivoluzionario e che a nostro modo di vedere sono ancora oggi degli utilissimi strumenti di lavoro, anche se la maggioranza del Prc e il compagno Bertinotti li considerano “anticaglie novecentesche” da gettare via.

 

Lenin e Trotskij sul partito

Come si diceva la natura profonda della divisione in un primo momento non era del tutto chiara neanche a Lenin, il quale non a caso tentò successivamente di rimarginare la ferita del 1903. Ancora nel 1910 fece un ultimo tentativo di unificarsi a una parte dei menscevichi, seppure in un percorso che prevedeva la separazione dalla destra menscevica e, si badi bene, dalla sinistra bolscevica, che aveva sviluppato posizioni mistiche ed estremiste (rifiutavano ad esempio di lavorare nei parlamenti borghesi).

L’iniziativa fallì miseramente e fu allora che Lenin giunse alla conclusione che le due tendenze erano ormai inconciliabili. Trotskij, che su questo punto non aveva la stessa chiarezza di vedute, tentò di mantenere artificialmente in vita un’unità senza principi, che nonostante le sue intenzioni finì con l’assumere oggettivamente un carattere antibolscevico.

Si trattava del blocco di agosto del 1912. Gli attacchi più duri di Lenin contro Trotskij sono proprio di quel periodo e sono facilmente rintracciabili in tutti i manualetti stalinisti prodotti negli anni ‘70 (su tutti merita di essere menzionato quello edito da Editori Riuniti, curato da Luciano Gruppi dal titolo Su Trotskij).

Trotskij in seguito si pronuncierà su quell’episodio in termini fortemente autocritici, imparerà bene la lezione, e da quel giorno come ebbe a dire Lenin “non ci sarà bolscevico migliore di lui”.

Lenin si distinse effettivamente non solo da Trotskij, ma anche da altri grandi rivoluzionari dell’epoca come Rosa Luxemburg, Gramsci, J. Connolly, perchè comprese prima e meglio di chiunque altro che un partito rivoluzionario per guidare la classe lavoratrice al potere ha bisogno di essere forte, centralizzato e disciplinato e deve allo stesso tempo essere profondamente democratico, ma in funzione delle circostanze in cui opera e non in astratto.

Non a caso il regime interno al partito bolscevico e poi di tutti i partiti comunisti della Terza Internazionale veniva definito di centralismo democratico ed era un regime che si basava su un criterio molto semplice: “massima libertà di esprimere opinioni diverse nel corso della discussione ma, una volta che una decisione viene presa a maggioranza, massima unità nell’azione”. Nella pratica maggioranza e minoranza avevano modo di verificare la linea politica e riconsiderare il tutto in sede di bilancio.

I detrattori del bolscevismo (tra cui si allineano indistintamente liberali, socialdemocratici, anarchici e movimentisti di varia colorazione che magari solo vent’anni fa erano tra i peggiori stalinisti) sostengono che all’origine di tutti i mali e cioè della degenerazione burocratica dell’Urss starebbe proprio il centralismo democratico.

In realtà confondono il regime del partito di Lenin con il monolitismo feroce e burocratico che si sviluppò in seguito nel Pcus staliniano.

Questo, se da una parte dimostra che nulla hanno capito delle cause che determinarono l’affermazione dello stalinismo (o preferiscono non capirlo per convenienza politica), dall’altra dimostrano una totale ignoranza su quella che è stata l’esperienza viva del partito bolscevico, il quale fino alla morte di Lenin (pur con alcune deformazioni burocratiche che lo stesso Lenin denunciava nei suoi ultimi scritti) è stato senza ombra di dubbio il partito più democratico che la storia abbia mai conosciuto.

Solo per fare un esempio, fra i tanti possibili, si pensi che nel 1918 Bucharin che si opponeva agli accordi di Brest-Litovsk, sottoscritti dal governo sovietico con la Germania, aveva la possibilità di pubblicare un quotidiano (Il Comunista) che difendeva pubblicamente le posizioni della sua corrente. Che cosa ha a che fare questo con l’epoca stalinista quando gli oppositori venivano non solo marginalizzati ma spesso e volentieri mandati al plotone di esecuzione?

Un partito straordinariamente democratico ma allo stesso tempo efficace, che non faceva alcuna concessione al movimentismo e all’assemblearismo ma aveva congressi annuali (anche durante la Guerra civile) che duravano fino a tre settimane e che spesso vedeva divisioni drammatiche (su piattaforme politiche, garantendo il diritto di frazione) ritrovando però sempre l’unità nell’azione.

Un partito di quadri che seppe in un contesto rivoluzionario guidare masse sterminate di persone. Se questo fu possibile, lo si deve alla battaglia intransigente condotta da Lenin perchè si definissero con chiarezza i confini del partito. Per dirla in breve la posizione leninista era quella del partito dei militanti e non quella del partito delle tessere.

Nei congressi bolscevichi determinava la linea chi era attivo e non chi manteneva un rapporto sporadico col partito come invece avviene nei moderni partiti comunisti e nella stessa Rifondazione Comunista. Nei congressi del Prc vincono spesso i “portatori di tessere” e migliaia di facce sconosciute si aggirano il giorno delle votazioni contribuendo alla pari dei militanti a definire una linea politica che non avranno l’onere di gestire, perché non varcheranno la porta di quel circolo fino al prossimo congresso, che presumibilmente si terrà tre anni dopo.

 

Il Che Fare

Il Che Fare, probabilmente uno dei libri più calunniati di Lenin, si compone di cinque capitoli. Ciascuno di essi spiega un concetto fondamentale. Riassumiamoli:

1) La necessità che un partito  sia omogeneo politicamente e  combatta chi sotto la “libertà di critica” si propone di far aderire idee profondamente ostili agli interessi generali della classe operaia. (capitolo 1: Dogmatismo e libertà di critica)

2) Il partito non deve “sottomettersi allo spontaneismo delle masse”, al contrario quando milioni di persone entrano nell’agone politico e si muovono è proprio quello il momento in cui c’è bisogno di maggiore coscienza nell’attività teorica, politica e organizzativa e dunque è necessario un partito rivoluzionario. I movimenti non hanno mai rifiutato un partito onesto che fosse in grado di dare spiegazioni sul funzionamento del capitalismo e fornisse un’organizzazione per abbatterlo, al contrario in passato hanno dovuto sopportare sofferenze infinite per l’assenza di tale partito. (capitolo 2: La spontaneità delle masse)

3) Il partito non dirige solo la lotta della classe operaia per conseguire migliori condizioni di lavoro (per quello basterebbero i sindacati) ma dirige la lotta per l’abbattimento di questo sistema sociale che produce oppressione, sfruttamento costringendo i lavoratori a vendersi come merce. Il partito non può pertanto limitarsi alla lotta economica e non può subordinare a questa il fine ultimo della conquista del socialismo (capitolo 3: Politica trade-unionista e socialdemocratica)

4) Per portare a termine i propri compiti il partito ha bisogno di una struttura centralizzata che sia “distinta dall’organizzazione degli operai per la lotta economica”(e cioè dai sindacati) dove la democrazia interna non sia fine a se stessa e non si trasformi in sterile assemblearismo e democraticismo, ma sia dialetticamente legata al fine e cioè alla necessità che il partito intervenga efficacemente nella lotta politica. (Capitolo 4: Il primitivismo degli economisti).

5) Il giornale di partito deve essere un’”organizzatore collettivo” e cioè uno strumento di informazione, formazione, orientamento dei militanti per l’intervento esterno. Non solo uno strumento di propaganda e agitazione ma anche di organizzazione costante. Il partito  commetterebbe un grave errore se assegnasse le proprie sorti alle sole esplosioni sociali e ai movimenti senza sviluppare un lavoro di intervento quotidiano. (Capitolo 5: Piano di un giornale politico).

Che dicano i movimentisti di casa nostra; cosa c’è di cosi antiquato, orribile e autoritario in tutto questo? Venite a parlarci di innovazione. Se solo vi prendeste la premura di dare un’occhiata al Che Fare (non diciamo leggerlo, sarebbe troppo!) vi accorgereste che le vostre idee non sono poi così nuove, più o meno le stesse che difendevano gli economicisti russi oltre un secolo fa.